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Moretti a Finmeccanica? E’ l’ennesimo schiaffo che riceviamo”. Per Daniela Rombi e per gli altri familiari delle vittime della strage ferroviaria di Viareggio, la nomina dell’ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato al vertice del colosso della difesa è un fulmine a ciel sereno. “Pensavamo che il presidente del Consiglio Renzi non arrivasse a tanto. Ci sentiamo ancora più soli e abbandonati da tutti: dalla politica, dai media e perfino dai sindacati. Ma ormai ci siamo abituati, è così da cinque anni”. E’ così dalla sera del 29 giugno 2009, racconta il presidente dell’associazione il Mondo che vorrei a ilfattoquotidiano.it: “Da quando quel maledetto treno carico di gpl deragliò, e la miscela di fuoco e gas uccise a soli 21 anni mia figlia Emanuela e altre 31 persone”. 

Mentre si discute di tagli agli stipendi dei manager pubblici, una fortunata categoria continua a collezionare pensioni e incarichi d’oro. Sempre lontano dai radar dei commissari alla spesa pubblica, sempre protetta dall’ombra lunga della Farnesina, come il sindacato Filp denuncia da tempo, un’eletta cerchia di ambasciatori a riposo (si chiamano così, il titolo rimane fino alla morte) somma una pensione d’oro, un buono stipendio condito da bonus a obiettivo, gettoni di presenza e rimborsi missione. Tra i tanti, il più fortunato è forse Giovanni Castellaneta, classe 1942, ex ambasciatore negli Usa. Entra alla Farnesina nel lontano ’67, due anni prima che Henry Kissinger diventi Segretario di Stato. Dopo essere passato sotto l’ala protettrice di Gianni De Michelis, diventa un fervente berlusconiano (sarà Consigliere diplomatico dell’ex Cavaliere). Il 1° ottobre 2009 finalmente arriva il meritato congedo, accompagnato da una pensione da 11.822 euro lordi al mese. Per coincidenza, proprio lo stesso giorno, arriva anche la nomina a presidente Sace, la società pubblica che si occupa di credito alle aziende italiane all’estero. L’incarico frutta a Castellaneta emolumenti extra pensione per 214 mila euro lordi l’anno. Se l’ex ambasciatore a Washington è in ottimi rapporti con Berlusconi e Gianni Letta, Ferdinando Nelli Feroci deve molto a Massimo D’Alema, di cui è stato capo di gabinetto alla Farnesina. Lascia il ministero degli Esteri nel 2013, dopo essere stato ambasciatore a Bruxelles. Anche da pensionato però non sta fermo un attimo: docente alla Luiss e presidente dell’Istituto affari internazionali. Ma l’incarico importante arriva a febbraio, quando viene nominato presidente Simest, l’azienda a maggioranza pubblica che assiste le imprese italiane all’estero e che gli permette di affiancare alla pensione di 9.886 euro una retribuzione da 141 mila euro l’anno. Nelli Feroci è stato un diplomatico importante con rapporti consolidati in molti Paesi europei. Paradossalmente però la società che presiede si occupa solo di Paesi extra-Ue.

L’ambasciatore non solo è per sempre, è anche ovunque. Diverse Regioni e perfino tre grandi comuni italiani si fregiano infatti di avere una propria politica estera (sic!) e dunque una feluca a libro paga. Gli impiegati li chiamano addirittura “ministri”, dal titolo che hanno raggiunto scalando i gradini della carriera diplomatica. Possono essere di ruolo, prestati dal ministero degli Esteri, ma anche diplomatici cessati da un pezzo che di andare in pensione non ne vogliono proprio sapere. E si mettono a disposizione di governatori e sindaci come “consiglieri”.

L’ambasciatore non solo è per sempre, è anche ovunque. Diverse Regioni e perfino tre grandi comuni italiani si fregiano infatti di avere una propria politica estera (sic!) e dunque una feluca a libro paga. Gli impiegati li chiamano addirittura “ministri”, dal titolo che hanno raggiunto scalando i gradini della carriera diplomatica. Possono essere di ruolo, prestati dal ministero degli Esteri, ma anche diplomatici cessati da un pezzo che di andare in pensione non ne vogliono proprio sapere. E si mettono a disposizione di governatori e sindaci come “consiglieri”.

L’ambasciatore non solo è per sempre, è anche ovunque. Diverse Regioni e perfino tre grandi comuni italiani si fregiano infatti di avere una propria politica estera (sic!) e dunque una feluca a libro paga. Gli impiegati li chiamano addirittura “ministri”, dal titolo che hanno raggiunto scalando i gradini della carriera diplomatica. Possono essere di ruolo, prestati dal ministero degli Esteri, ma anche diplomatici cessati da un pezzo che di andare in pensione non ne vogliono proprio sapere. E si mettono a disposizione di governatori e sindaci come “consiglieri”.

“Per reagire ad una presa in giro bisogna innanzitutto essere consapevoli dell’inganno. E bisogna accorgersene prima che sia troppo tardi. Renzi e l’Europa lo sanno bene. Per questo l’uno spalleggia l’altra e viceversa”. L’attacco lo firma il gruppo del Movimento 5 stelle al Senato che pubblica sul blog di Beppe Grillo un articolo dal titolo “Renzie figlio di Troika”.

Papa Francesco non pensa solo allo spirito. Mentre Bergoglio presiedeva la via crucis al Colosseo, in diretta mondovisione con oltre 50 Paesi, il suo elemosiniere, monsignor Konrad Krajewski, o padre Corrado come ama farsi chiamare, ha distribuito banconote da 50 euro e un biglietto di auguri pasquali a nome di Papa Francesco ai senza fissa dimora che dormono nelle zone intorno alla stazione Termini, a Santa Maria Maggiore e Ostiense. Un gesto di carità che è arrivato proprio nel giorno in cui il premier Renzi annunciava che non ci sarà nessun bonus economico per i cosiddetti “incapienti”, ovvero per chi guadagna meno di 8mila euro l’anno.

Il giorno dopo il varo del decreto per il bonus Irpef, spunta un giallo su presunte sforbiciate ai fondi per l’università. A lanciare l’allarme sono il coordinamento universitario Link e l’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani (Adi), che in un comunicato denunciano “l’ennesima riduzione di risorse da destinare a università ed enti di ricerca”: all’articolo 50 comma 6 del Dl sarebbe infatti previsto un taglio al Fondo di finanziamento ordinario delle università (Ffo) – che ammonta complessivamente a circa 6,8 miliardi – di 30 milioni per il 2014 e 45 l’anno a partire dal 2015. Segnale, secondo la rete erede dell’Onda (il movimento studentesco nato nel 2008 in opposizione al taglio dell’Ffo deciso dall’ultimo governo Berlusconi), di una “chiara volontà politica di affossare definitivamente il sistema dell’Università e della Ricerca pubblica”, ignorando “le recenti raccomandazioni del Consiglio universitario nazionale (Cun) per un piano di reclutamento straordinario necessario a mettere in sicurezza il sistema della ricerca”. 

Da un lato il benvenuto a Paolo Bonaiuti e ai possibili fuoriusciti da Forza Italia; dall’altro il rischio scissione paventato da coloro che non condividono le scelte politiche del leader. Sono giorni da porte girevoli nel Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, alle prese con il periodo forse più complesso della sua breve storia. Incassato l’arrivo dei transfughi berlusconiani, infatti, il ministro dell’Interno si trova di fronte a una situazione che rischia di compromettere la tenuta interna del partito a poco più di un mese dal primo, vero banco di prova per la creatura: l’election day del 25 maggio. Il casus belli, in tal senso, secondo il Corriere della Sera sarebbe una lettera con cui 15/16 senatori di Ncd avrebbero manifestato al titolare del Viminale il loro malcontento per le ultime sue decisioni. In particolare, a personaggi del calibro di Roberto Formigoni e di Luigi Compagna non sarebbero andate giù la scelta di Gaetano Quagliariello come nuovo coordinatore nazionale del partito, l’alleanza elettorale con i centristi di Cesa e Casini (sintomo di uno spostamento al centro del soggetto politico che avrebbe voluto far rinascere il centrodestra italiano), sia il veto sulla candidatura di Mario Mauro, che avrebbe voluto correre per Ncd nella circoscrizione del Nord-Ovest. Non solo. Nel mirino, anche il ‘senso’ di Alfano per i ‘suoi’ ministri Lorenzin, Lupi e Quagliariello, con i quali verrebbero prese decisioni non condivise con il resto della classe dirigente di Ncd, ovvero coloro che a ottobre 2013 decisero di appoggiare il governo Letta, salvandolo, senza aderire allo strappo di Silvio Berlusconi.

Un asso ben nascosto nella manica. Un coniglio da estrarre dal cappello poco prima del varo della legge di stabilità 2015. Proprio quando, cioè, occorrerà trovare le coperture per estendere anche all’anno prossimo il bonus Irpef varato ieri dal Consiglio dei ministri. Il segreto di Matteo Renzi si chiama Esa, sigla esoterica che sta per European system of national and regional accounts: in parole povere il sistema di contabilità pubblica utilizzato dai Paesi membri dell’Unione europea per preparare i bilanci nazionali. La novità è che dal prossimo settembre la metodologia cambia. Bruxelles ha deciso che è tempo di aggiornarla per tener conto del nuovo contesto economico, della globalizzazione e del crescente peso delle attività intangibili (per esempio i brevetti) sulla ricchezza degli Stati. Che c’entra questo con il governo Renzi? Presto detto: la revisione si tradurrà automaticamente – senza, cioè, che nulla cambi in concreto – in un aumento del prodotto interno lordo europeo del 2,4%. E quello italiano godrà di una crescita aggiuntiva compresa tra l’1 e il 2%. Una manna, ma anche un ottimo assist per il presidente del Consiglio, che non dovrà fare altro che riceverlo e sfruttarlo a proprio vantaggio. Dopo la #svoltabuona, l’#oraics, il Paese che #cambiaverso e gli altri hashtag beneauguranti, l’esecutivo potrà intestarsi il merito di aver trovato il vero Santo Graal: la formula della crescita. La cautela delle stime inserite nel Documento di economia e finanza esalterà l’effetto del gioco di prestigio: se, con il contributo di questo “doping” legale, nel 2015 il Pil salirà del 2 o addirittura del 3%, l’esecutivo avrà buon gioco a ricordare che il Def approvato all’inizio di aprile prevedeva un ben più risicato +1,3%. E ad attribuire la differenza alle misure varate nel frattempo. Non solo, perché la crescita aggiuntiva avrà un effetto collaterale ancora più desiderabile ai fini del rispetto del Fiscal compact: il rapporto tra il deficit e il debito e il Pil si ridurrà. Così Renzi conquisterà, senza bisogno di arrivare allo scontro con la Germania di Angela Merkel, il tanto auspicato margine di manovra da utilizzare per misure espansive. Insomma: alla luce di questi calcoli, suona studiata e per nulla casuale la frase ripetuta da Renzi fin dal giorno della presentazione del Def: le stime fatte, aveva detto, sono “fin troppo rigorose e prudenti, e nel corso dell’anno con ogni probabilità ci saranno sorprese positive“.

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