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Senza regole e a parti invertite: lei parte sulla difensiva e finisce all’attacco; lui fa bene la fase di studio, ma poi cede un po’ alla distanza. Il match è regolare, l’arbitro non fischia a sproposito e, alla fine, il verdetto del pubblico è apparentemente netto: vince Hillary la secchiona, mentre Trump l’istrione s’innervosisce e finisce a tratti con il farfugliare. Lui la prende in giro perché s’è preparata al dibattito, ma lei reagisce: “Mi sono preparata a fare il presidente”; e riesce – nota in un tweet Federico Rampini – “a fare perdere la calma a Donald più d’una volta”, è “implacabile” nella sfida dei nervi.

“La firma rappresenta semplicemente la fine del conflitto. Poi inizia il lavoro difficile: la ricostruzione del paese”. Con queste parole il presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, ha annunciato l’accordo storico di pace con Rodrigo Lodrono, detto Timochenko, leader delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc). La firma mette fine a 52 anni di scontri, omicidi e conflitti tra il governo di Bogotà e il movimento rivoluzionario fondato da Pedro Marin. Il contratto è stato siglato ieri a Cartagena, sulla costa settentrionale del Paese. All’incontro tra i due leader erano presenti 15 capi di Stato, 27 ministri degli Esteri, il segretario di Stato Usa John Kerry, i rappresentanti della Banca Mondiale, del Fmi, dell’Unione Europea, dell’Onu e dello Stato del Vaticano. Presenti anche l’Alto rappresentante, Federica Mogherini, e il segretario dell’Onu Ban-Ki Moon.

1. Beppe Grillo è il leader del movimento. Sai che scoperta, lo era anche prima. Vero. Però finalmente lo ha detto. Con chiarezza. E con buona pace della litania “uno vale uno”. Ma de che? Uno vale uno se la sfida è tra Giarrusso e il Poro Schifoso. A quel punto, anzi, più che “uno vale uno” è “zero vale zero”. Comunque un pareggio. In molti altri casi, no. Per esempio: Casaleggio era uno e molti altri (non tutti) nessuno. Ed era giusto così, perché se non fosse stato così il M5S sarebbe stato solo un sogno hard nella testa della Lombardi. Le forze politiche non sono mai internamente democratiche. C’è sempre chi è più bravo e chi meno.

Due bombe artigianali sono esplose ieri notte a Dresda davanti a una moschea e a un centro congressi. Le esplosioni, riferisce la polizia, non hanno causato vittime. Horst Kretschmar, capo della polizia, ha dichiarato: “Anche se non abbiamo una confessione scritta, dobbiamo concludere che ci sia la xenofobia a fare da movente”. “Si pensa anche a un legame con la festa dell’unità tedesca” ha poi aggiunto Kretschmar. Massima allerta davanti a tutte le moschee della città. A Dresda quest’anno verranno festeggiate le celebrazioni per l’unificazione tedesca. Nel fine settimana sono attese le massime autorità dello Stato.

L’articolo Germania, bombe esplose davanti a moschea e centro congressi di Dresda: nessun ferito proviene da Il Fatto Quotidiano.

Immaginate tre registi italiani che sfidano il pensiero economico dominante sull’Europa e lanciano una campagna fondi per terminare il loro documentario. E se in un unico documentario alcuni tra gli intellettuali più prestigiosi del mondo sostenessero che le politiche di austerità dell’Unione europea ci stanno portando sull’orlo del baratro economico invece che salvarci dalla crisi? E se quello stesso documentario vi dimostrasse che le regole dei trattati europei sul deficit, il debito e l’inflazione sono frutto di banali errori di calcolo? E se vi venisse svelato come queste politiche influiscono direttamente sulla vita di ognuno di noi aumentando disoccupazione, povertà e diseguaglianze? L’hanno realizzato Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre. Qui l’anteprima:

Si sono scontrati praticamente su tutto. Tasse, commercio, crimine, politica estera, terrorismo, tensioni razziali. Lei lo ha attaccato per il suo “comportamento razzista”. Lui l’ha definita una “santerella”. Alla fine, dopo più di 90 minuti di dibattito, Hillary Clinton e Donald Trump hanno dipinto un’immagine d’America in potente, irriducibile contrasto: un Paese sulla strada di una inevitabile decadenza, per il candidato repubblicano; la nazione ancora capace di guidare il mondo, per la democratica. A una prima valutazione, Clinton è parsa più tranquilla e misurata. Trump ha evitato gli eccessi retorici del passato ma in certi momenti, per esempio sulla questione delle tasse e del certificato di nascita di Barack Obama, è parso in serie difficoltà.

Si sono scontrati praticamente su tutto. Tasse, commercio, crimine, politica estera, terrorismo, tensioni razziali. Lei lo ha attaccato per il suo “comportamento razzista”. Lui l’ha definita una “santerella”. Alla fine, dopo più di 90 minuti di dibattito, Hillary Clinton e Donald Trump hanno dipinto un’immagine d’America in potente, irriducibile contrasto: un Paese sulla strada di una inevitabile decadenza, per il candidato repubblicano; la nazione ancora capace di guidare il mondo, per la democratica. A una prima valutazione, Clinton è parsa più tranquilla e misurata. Trump ha evitato gli eccessi retorici del passato ma in certi momenti, per esempio sulla questione delle tasse e del certificato di nascita di Barack Obama, è parso in serie difficoltà.

“La granitica volontà dell’ente appaltante nel proseguire i lavori come da progetto, la debole posizione di controllo e di tutela della Soprintendenza, fanno intuire che siamo dinanzi al tracollo della valorizzazione e della tutela del patrimonio all’interno di un’area di parco archeologico urbano […] appare evidente che l’imperativo categorico non è quello di valutare i rinvenimenti in funzione della tutela e della valorizzazione ma solo quello di completare alla meno peggio i lavori previsti”.

Il ministero dello Sviluppo economico ha presentato ricorso al Consiglio di Stato per evitare che l’erario debba restituire oltre 30 milioni di euro alle compagnie petrolifere. Lo ha annunciato il sottosegretario Antonio Gentile, in risposta a un’interrogazione dei senatori grillini Gianni Girotto e Gianluca Castaldi. A luglio il Tar della Lombardia aveva dato ragione alle aziende, stabilendo che possono chiedere indietro il 20% delle royalty (percentuali sugli utili) versate nel 2015 sulla produzione di gas del 2014. Questo mentre le casse di Stato, Regioni e Comuni già soffrono perché il crollo dei prezzi del greggio ha fatto ovviamente calare anche le royalty.

Proprio vero, l’entusiasmo per le ricorrenze sta decisamente scemando. Ne sa qualcosa il ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Uscita ammaccata dalla campagna del Fertility Day, i cui effetti hanno prodotto strascichi polemici prima, durante e dopo la data del 22 settembre fissata per le celebrazioni. Ma ne sanno qualcosa in Parlamento anche gli autori della proposta di legge che vorrebbe tanto istituire la Giornata della Famiglia. Un tema, a quanto pare divisivo, specie  dopo l’ok alle unioni civili. A scontrarsi sono infatti da una parte i  rappresentanti di Democrazia solidale-Centro Democratico (Ds-Cd) che vorrebbero fare del 15 maggio una festa per la famiglia per così dire tradizionale. Dall’altra parte, un manipolo di deputati di Pd e Sinistra Italiana che su questo tema confermano una forte comunanza di idee,  al punto che in commissione Affari ostituzionali alla Camera cercano di allargare il concetto di famiglia da festeggiare anche ai nuclei che non siano per forza composti, secondo i vecchi canoni,  da mamma, papà e relativi figlioli. Uno scontro che si presenta fin d’ora insanabile, specie per le conseguenze, non volute originariamente, dai promotori dell’iniziativa. I quali, in questo modo, rischiano che delle invise unioni civili si possa parlare anche tra i banchi di scuola almeno un giorno l’anno. Un effetto certamente non desiderato dal relatore della proposta di legge Gianluigi Gigli di Ds-Cd che, non ha caso, ad un certo punto ha sbottato lamentandosi per il fatto che gli emendamenti presentati stravolgono il senso della sua iniziativa.

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