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Dire che i magistrati “gettano la maschera” è superfluo: l’hanno già gettata da tempo. Ma ora alzano il livello “qualitativo” delle loro accuse: Silvio Berlusconi non deve fare politica per ragioni etiche. Le toghe, dal congresso del Csm, arricchiscono il capitolo dello scontro tra Cavaliere e magistratura con una nuova affermazione, con pochi precedenti. A parlare è il segretario dell’Associazione nazionale magistrati, Maurizio Carbone: “L’incandidabilità dei condannati in via definitiva a pene superiori a due anni è un principio di etica e il fatto che ci sia voluta una legge per affermarlo dimostra la debolezza della politica”. Nessun esplicito riferimento a Berlusconi, ma il bersaglio è palese. Le toghe vogliono fare politica, dettano la linea, si spingono addirittura a classificare la “moralità”, spedendo senza indugio alcuno il leader del Pdl in un girone dantesco. 

Interventismo togato – Carbone prosegue nella sua tirata: “L’incandidabilità poteva essere una regola fissata dagli stessi partiti in un codice etico, e invece c’è stato bisogno di una legge”. Quindi punta il dito contro “la debolezza della politica. Quando è stata approvata la legge Severino sull’anticorruzione, l’allora premier Monti e il Guardasigilli Severino dissero che si sarebbe potuto fare di più, ma che non era stato possibile data la maggioranza parlamentare. Si tratta di un’ammissione di debolezza e impotenza”, ha ribadito. La toga legittima poi l’interventismo della magistratura. La premessa è sempre “la debolezza politica” che “costringe la magistratura a intervenire, come nel caso Ilva o per i temi bioetici, andando così a supplire di fronte a inefficienze od omissioni di un altro potere dello Stato che, poi, invece di riconoscere il doveroso intervento dei magistrati, li attacca e li accusa di aver invaso il campo altrui”.

I precedenti – La kermesse delle toghe, già alla vigilia, non era stata avara di roboanti affermazioni (a senso unico). Il presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli, sempre senza nominarlo, aveva bollato Berlusconi come “un pericolo per il sistema democratico“. Quindi i magistrati si erano schierati contro il provvedimento di amnistia e indulto proposto da Giorgio Napolitano, definito una “soluzione effimera e provvisoria” sembre da Sabelli. Per non farsi mancare nulla, i giudici sono entrati a gamba tesa anche contro la legge Bossi-Fini, sul banco degli imputati dopo le recenti tragedie di Lampedusa. Parole e musica sempre di Sabelli, per il quale l’approccio è “inutilmente repressivo”. E non solo, la legge, secondo il presidente del sindacato delle toghe, ha dimostrato la sua inutilità con “le stragi delle ultime settimane”.




pubblicato da Libero Quotidiano

Anm, Carbone: "Chi ha una pena superiore a due anni non candidabile per principi etici"

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