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Il ministero della integrazione, in Italia, è una aberrazione politicamente corretta che fa male all’obiettivo di avere una società aperta e moderna che comporta scambi di merci, persone e intelligenze sulla base dei rispettivi interessi e nel rispetto delle leggi. E il ministro Cecile Kyenge che è in carica oggi è la persona sbagliata per un posto sbagliato. Crea più ostilità che consenso in una popolazione che è diffidente, perché tutte le popolazioni sono sempre diffidenti, di fronte a chi arriva da fuori. E’ una signora che è riuscita a far inviperire una personalità non certo tacciabile di simpatie per la destra come GiovanniSartori, l’editorialista del Corriere della Sera, che l’ha bollata come inadatta. 

Se non ci fosse la pressione politicamente corretta di cui pare ormai impossibile potersi liberare nelle democrazie occidentali, il presidente Letta (e Napolitano) avrebbero potuto forse scegliere qualcuno, con una storia alle spalle di immigrazione di successo, che si identificasse con gli italiani amanti della legge e dell’ordine. Che si sentisse integrata, ma soprattutto grata. Invece hanno puntato su una signora che ha nel Dna il tono provocatorio, ma soprattutto un programma basato solo sulla  rivendicazione di diritti prima che sulla accettazione del banale rispetto per il Paese e per i cittadini ospitanti. Ma anche un ministro meno abrasivo e più intelligente e rispettoso del suo ruolo nella società italiana sarebbe stata una scelta pericolosa, perché il marcio sta nel messaggio che manda la creazione di un dicastero ad hoc  per una questione che è “fisiologica” della realtà di un Paese mediterraneo su cui gravitano principalmente l’Africa e l’Europa orientale (ma non solo). E’ la stessa logica del ministero per il Mezzogiorno, altro problema che andava risolto “fisiologicamente” con un compiuto federalismo e non con assistenzialismo corrotto dalla politica, che ha creato solo una burocrazia  che ha “campato” decenni sui “ritardi” (intendendo “ritardi nell’assistenzialismo a perdere”). Che faceva retorica politica mentre maldistribuiva i fondi e aveva il solo obiettivo della propria esistenza. Di fatto, non ha mai risolto nulla dei cosiddetti “ritardi” e non ha creato realtà positive, tangibili. E così sarà per il dicastero della integrazione, che, a giudicare da come si è mossa finora la ministra, è rivolto ai cittadini italiani per farli sentire colpevoli di razzismo più che per aiutare gli immigrati (regolari) a diventare presto e bene cittadini come gli altri. 

Non a caso l’America non ha un ministero della immigrazione, ma è il Paese per eccellenza degli immigrati. E sulla riforma delle leggi di immigrazione la società Usa dibatte, si divide, ma lo fa, quando si devono assumere decisioni operative, nella sede naturale del Congresso. Ossia nel confronto delle posizioni tra rappresentati del popolo democraticamente eletti: deputati, senatori e presidente. In America c’è, piuttosto, il ministero dei Veterani, perché la presenza di milioni di militari che vanno in servizio, e molti di loro in guerra vera, per alcuni anni, e poi tornano con l’ovvio diritto al reinserimento sociale, è un problema di per sé, di gestione di una categoria precisa di americani che meritano una attenzione specifica (occupazionale, pensionistica, sanitaria, di formazione culturale e professionale). In Italia farebbe scandalo un ministero per i soldati e i loro problemi. Invece, aspettiamoci un ministero della Pace, nel solco dei dicasteri con il nome che indica una finalità politicamente corretta (ci viene in mente, dopo Mezzogiorno e Integrazione, quello delle Pari Opportunità). Non è ancora venuto in mente a qualche brillante politico, “pacifista” di professione, di creare il dicastero della Pace (a meno che mi sia sfuggito…), ma temo che sia solo questione di tempo. I candidati abbonderebbero.

twitter @glaucomaggi


pubblicato da Libero Quotidiano

Integrazione, gli Usa insegnano: ministro sbagliato nel ministero sbagliato

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