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Premetto che non sono un grande fan di Zalone. Nessuno dei film precedenti mi ha convinto del tutto. Per gustare le (numerose) gag verbali e di situazione, bisogna adeguarsi alla sua pedalata narrativa che è spesso faticosa e divagatoria. E alla sua filosofia di sempre (che il mondo può essere degli stupidotti, basta che continuino ad andare avanti imperterriti). Sole a catinelle non è un regresso, né un progresso. Ma vale il biglietto per otto ragioni.

1) La gag del telefonino (Zalone usa il cellulare di un affarista pelosissimo di stomaco senza sapere che è intercettato dalla Finanza).

2) Il dialogo tra padre e figlio («Sì credo che sopporterei se tu fossi omosessuale, ma comunista proprio no!»).

3) La bellezza della rossa siciliana Miriam Dalmazio.

4) Le botte equamente distribuite tra animalisti (che portano i cani a tavola) e gli antianimalisti (costretti ad accudire cani e persino cavalli).

5) Le bottine mica male ai finanzieri che fanno i miliardi con la crisi, ma in pubblico si professano «europeisti» a prova di bomba.

6) La crisi vista dagli ottuagenari (l’acqua è razionata, la corrente elettrica preferibilmente abolita).

7) La ricerca del tempo perduto. «Tutto qui è rimasto come 40 anni fa». Infatti il materasso porta ancora le macchie della sua pipì.

8) La rinuncia  alle parolacce. Dieci in tutto (dal che si capisce subito che non si tratta di un film realistico).

di Giorgio Carbone




pubblicato da Libero Quotidiano

Le otto battute di Zalone che valgono il prezzo del biglietto

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