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di Maurizio Belpietro

Mario Monti promette che tra pochi mesi il Paese vedrà segni di ripresa, nel frattempo tocca accontentarci di quelli di discesa.  Che non sono pochi, a cominciare dagli indicatori che riguardano l’occupazione. Secondo la rilevazione dell’Istat, l’istituto che certifica le statistiche economiche per conto del governo, a settembre abbiamo toccato il fondo, o per meglio dire il gradino più basso degli ultimi vent’anni in fatto di posti di lavoro: a non avercelo infatti sono 2,8 milioni di italiani, ciò vuol dire che per ogni dieci assunti c’è uno che non sa come sbarcare il lunario. Un record assoluto.  Al rientro dalle vacanze 62 mila persone sono state messe alla porta  e in un anno la cifra supera il mezzo milione. Con gli ultimi arrivi, la percentuale di chi è costretto a rinunciare a uno stipendio sfiora l’11 per cento, di cui oltre un terzo è costituito da giovani. Come dire che siamo un Paese per vecchi, e per giunta disoccupati.

Immaginiamo che dopo la diffusione degli ultimi dati sull’andamento del mercato del lavoro partiranno le solite prediche sulla necessità di favorire la crescita: se le chiacchiere concorressero a far aumentare il Pil siamo certi che l’Italia si segnalerebbe con  il miglior incremento nell’area dei Paesi sviluppati. Purtroppo per noi, le parole non alzano il Prodotto interno ma solo la confusione, che è già tanta e di cui non si sente la mancanza, prova ne sia che finora,  al di là delle dichiarazioni, nessuno ha saputo indicare la direzione giusta per  favorire nuove assunzioni. Anzi: ci si è messi di buon impegno per fare in modo che anche quelle poche che si potevano fare venissero sospese. Lo dimostrano le prime sentenze emesse in base alla nuova legge Fornero, normativa che avrebbe dovuto invogliare gli imprenditori ad aumentare il personale ma rischia di scoraggiarli, dando ai giudici ancora maggior potere sulle decisioni di un’azienda. 

Come i lettori sanno, l’argomento del lavoro ci sta particolarmente a cuore e in questi mesi ci siamo occupati spesso di come favorire i nuovi posti, denunciando gli ostacoli che le imprese incontrano nel momento in cui vogliono espandersi e trovare altro personale. Il primo articolo sulla materia che abbiamo rintracciato risale al due gennaio (l’uno i quotidiani non escono perché anche le edicole qualche volta riposano) ed è un commento al discorso di fine anno del capo dello Stato, il quale aveva approfittato del brindisi al 2012 per dire anch’egli la sua sulla crescita e le assunzioni, dimenticando che per fare entrare uno in una stanza asfittica bisogna fare in modo che qualcun altro esca. E che se non ci si libera della zavorra, risulta difficile se non impossibile poter prendere il volo. Per questo tanti palloni gonfiati rimangono a terra.   

Tuttavia non vogliamo riaprire qui il tema dell’articolo diciotto, dei posti finti e delle aziende morte che lo Stato continua a foraggiare bloccando una vera concorrenza ed evitando di favorire chi ha voglia di iniziare il mestiere di imprenditore rischiando il proprio. Né ci interessa riaprire la questione degli intralci che impediscono a un industriale di svilupparsi:  come i lettori sanno non passa giorno senza che denunciamo episodi di lentocrazia. No, oggi non intendiamo accusare la politica e la burocrazia di mandare in malora l’Italia e di impoverire gli italiani: sono fatti talmente noti che si può evitare di ripeterli almeno per un giorno. Al contrario oggi vogliamo dedicarci a raccontare ciò che funziona, cioè le aziende che, nonostante la crisi, le tasse e le mille barriere che lo Stato mette sul cammino di chi lavora, intendono assumere. Per settimane abbiamo interpellato le società che hanno piani di crescita, cercando di capire di quali profili professionali avessero bisogno.  Si tratta di imprese di ogni settore, grandi e piccole: si va dall’energia al consumo, dal turismo ai servizi, dall’agroalimentare all’abbigliamento.  Aziende che cercano agenti, sviluppatori di tecnologie, ingegneri, stilisti, esperti di marketing. Un pezzo d’Italia che, per dirla con il premier, ha visto la luce in fondo al tunnel o che, pur essendo stato messo nel tunnel dalle sciagurate politiche economiche dei vari governi (politici e tecnici), è  riuscito a intravedere l’uscita. L’inchiesta che abbiamo realizzato è ricca di nomi e riferimenti, tanto ricca da doverla pubblicare a puntate, giorno dopo giorno. Si comincia con l’elettronica di consumo, il turismo e i dati raccolti dall’agenzia Cambialavoro, divisi per Regione e per settore. È un database ricco di riferimenti.  Così, almeno una volta, parlando di lavoro, di crescita e di nuovi posti non si produrranno soltanto chiacchiere. Buona lettura e buon lavoro. 

 


pubblicato da Libero Quotidiano

Sono le imprese, non il governo ad avere la ricetta anti-crisi

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