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La notizia dell’annullamento con rinvio della sentenza di assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, condannati (in primo grado) e poi assolti (in appello) per l’omicidio della giovane inglese Meredith Kercher farà discutere, specialmente sull’asse Italia-Usa, dove vive Amanda.

Il dibattito nordamericano è d’interesse per le ricadute sul sistema processuale italiano, che da quello d’oltreoceano ha tratto ispirazione. Non sono ancora note le motivazioni della Cassazione ma si possono fare delle ipotesi, sia sui temi che hanno portato la Corte Suprema ad invalidare l’assoluzione di secondo grado, sia sulle polemiche che divamperanno in Usa. Anzi, le due tematiche sono strettamente legate tra loro.

Prima di tutto: come è stato possibile giungere a due diverse conclusioni, atteso che la Cassazione è solamente un grado di legittimità e dunque valuta esclusivamente il rispetto della legge e non assume nuove prove? E poi: come è possibile consentire l’impugnazione di una sentenza di assoluzione, atteso che l’onere della prova è in capo al pubblico ministero e l’assoluzione imporrebbe di giudicare tale onere non assolto? Il primo tema è quello più rilevante, di merito.

L’assoluzione scaturita dal primo giudizio d’appello era incentrata sulle risultanze di una nuova perizia che ha asserito che la traccia di Dna rinvenuta sul gancetto del reggiseno della vittima e compatibile con il codice genetico appartenente a Sollecito (che ha dichiarato di essere sempre stato con Amanda quella sera, legandola così alla propria sorte processuale) “…è stata repertato quarantasei giorni dopo il crimine, in un contesto altamente suggestivo di contaminazione ambientale…a contatto con polvere ambientale…[e, ndr.] non sono stati continuativamente e correttamente utilizzati gli indumenti specifici anticontaminazione…”. Insomma, atteso che quel Dna potrebbe essere capitato sull’indumento della vittima a causa di una involontaria contaminazione, quale conseguenza trarne? La giurisprudenza italiana non ritiene, anche a fronte di una violazione procedurale certa, di invalidare la prova, a meno che non venga provato un nesso eziologico determinante tra violazione e prova medesima. Ciò accade anche in tema di audizione protetta del minore vittima di abusi: anche se vi è la certezza circa la violazione delle regole a tutela della genuinità della prova, qualora non sia dimostrata la concreta modificazione della testimonianza del bambino a seguito di tale “illegalità”, detta conoscenza processuale non viene invalidata.

Il contenuto del concetto dell’oltre ogni ragionevole dubbio come standard di colpevolezza esige che non si consideri scriminante ogni dubbio possibile, bensì di un dubbio presente, concreto, empiricamente indiscutibile. Ebbene, tutto sta a decidere se il dato empirico deve attenere la violazione della regola o la sua ripercussione sulla fonte probatoria; nel primo caso s’imporrebbe l’invalidazione della prova in presenza del mancato adempimento procedurale, nel secondo tale conseguenza sarebbe limitata ai soli casi in cui si dimostri che la prova in questione abbia subìto un trauma nella sua capacità ricostruttiva. Quale via scegliere? La risposta può essere data utilizzando un esempio proveniente da un altro ambito del processo penale: il divieto di tortura e di ogni altro mezzo coercitivo da parte dell’accusatore ha portato alla necessaria presenza del difensore nel corso dell’interrogatorio dell’accusato, pena la sua invalidità. E’ del tutto evidente che la sanzione “in automatico” deriva dalla necessità di non lasciare alcuno spazio a quelle possibilità in cui l’interrogatorio sia condotto “contra legem” ma non sia provabile l’effetto sulle dichiarazioni dell’interrogato. Dunque la via formale certamente garantirebbe maggiore sicurezza sulla capacità rappresentativa della fonte probatoria.

Il secondo tema che potrebbe agitare la polemica è quello della non definitività, nel nostro ordinamento, delle decisioni assolutorie. E’ una vecchia querelle mai sopita e che risulterà assai complicata da giustificare all’uditorio nordamericano che vanta un processo rigorosamente fondato sulla discrezionalità dell’azione penale e sull’onere della prova in capo al pubblico ministero; ma, al di là di ciò, la vera portata di questa differenza di sistema potrebbe ricadere sul diniego, in caso di definitiva condanna della cittadina Usa, di ogni forma di collaborazione con l’Italia per l’esecuzione della pena. La vicenda riserva ancora delle sorprese anche d’interesse giuridico.

tovato su: Il Fatto Quotidiano

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