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Comincia domenica in Australia il mondiale di Formula Uno, che si concluderà in Brasile il 25 novembre. Per la prima volta ai nastri di partenza ben sei campioni del mondo: il favoritissimo Vettel, campione in carica che alla guida della Red Bull cerca il terzo titolo consecutivo, impresa riuscita solo a Schumacher e Fangio; l’intramontabile Schumi con la Mercedes; la coppia della Mc Laren formata da Hamilton e Button; il ferrarista Alonso; Raikkonen, ultimo pilota a vincere il titolo alla guida della Ferrari che rientra con la Lotus dopo due anni nel rally. Dopo il licenziamento di Trulli da parte della scuderia Caterham, per la prima volta da oltre cinquant’anni non ci sarà nessun pilota italiano al via. Chi era abituato a tifare un pilota di casa dovrà accontentarsi di Daniel Ricciardo, 22enne australiano della Toro Rosso, nato a Perth ma di padre siciliano.

Al di là di piloti e scuderie però, quello che parte è un campionato all’insegna di un pesante declino economico. Secondo un’analisi effettuata da StageUp, una società di ricerca nel campo del business e dell’intrattenimento con sede a Bologna, nelle ultime tre stagioni la F1 ha avuto un drammatico calo del 41 per cento alla voce introiti. Nel 2011 il bilancio globale degli undici team in gara sarebbe di 1,438 miliardi di euro, mentre per la stagione 2010-2011 le venti squadre del campionato di calcio di Serie A avrebbero dichiarato introiti per 1,618 miliardi. Insomma: uno storico sorpasso in negativo per il ‘circus’ della F1. Questi dati vanno presi con le pinze perché, a differenza dei bilanci delle società di calcio che sono depositati, per le scuderie bisogna affidarsi a stime non ufficiali ma ricavate dall’analisi delle riviste specializzate.

Secondo quanto spiegato da Giovanni Palazzi, presidente di StageUp, sono tre le cause principali per cui il budget cumulato dei team è passato dai 2,431 miliardi di euro del 2008 ai 1,438 miliardi del 2011. La prima causa è l’uscita dal campionato di grandi case automobilistiche come Toyota e Honda, che non hanno più un loro team in F1. La seconda è la contrazione delle sponsorizzazioni, da sempre la principale fonte di ricavi per le scuderie, che incide sui budget dei team per il 60-70 per cento della somma complessiva necessaria al pareggio di bilancio. Su questo va detto che ha inciso moltissimo la graduale scomparsa delle sponsorizzazioni delle compagnie di tabacco. Prima a livello nazionale, poi con la direttiva della Comunità Europea del 2003 e dopo ancora con il divieto assoluto esteso a tutti i circuiti nel 2008, i marchi delle compagnie di tabacco sono praticamente spariti dalla F1: compreso quel patetico tentativo subliminale del codice a barre che, se osservato mentre l’auto correva a forte velocità, ricordava molto il logo di una famosa azienda.

La terza causa sono i pochi introiti derivanti dai diritti televisivi, stimati intorno al 15 per cento, e spesso casus belli nelle diatribe tra le scuderie e il Formula 1 Group: l’insieme di società create dal padre padrone Bernie Ecclestone che, attraverso le sue controllate, gestisce l’organizzazione dei campionati di F1 e detiene lo sfruttamento dei suoi diritti commerciali. Rispetto a quest’ultimo punto, Palazzi fa notare come in Serie A i diritti televisivi influiscano per circa il 60 per cento dei ricavi di ogni singolo club. Le sue previsioni sono quindi che si intensificherà sempre di più lo scontro in atto tra i team ed Ecclestone, dietro cui si nascondono una miriade di società e holding registrate tra Londra, il Lussemburgo e il paradiso fiscale di Jersey, nelle Channel Island. La soluzione per ovviare a questo declino economico per il presidente di Stage Up è una sola: “Il tema verde, l’auto ecologica, l’auto ibrida. La nuova sfida è ritornare a essere il luogo della ricerca e dell’innovazione avanzata per il sistema automobilistico del futuro”.

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