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Dodici testimoni di cui sette nuovi. Uno almeno, l’ex top manager di alcune società del gruppo di Frank Agrama, avrebbe negato in un affidavit qualsiasi coinvolgimento di Silvio Berlusconi nella maxi frode Mediaset che gli è costata una condanna a 4 anni. Ma il Cavaliere, che ha chiesto il rinvio del voto sulla sua decadenza e confermato la richiesta di revisione del processo, ha dimenticato l’esistenza di una lunga lista di testimoni che invece hanno detto il contrario. 

C’è la testimonianza di Franco Tatò (amministratore delegato Fininvest 1993-1994), ci sono le dichiarazioni di Silvia Cavanna (addetta alla gestione contratti), il resoconto di Gordon Bruce (presidente distribuzione internazionale della Paramount), di Saunders William della Fox. Tutti a verbale hanno raccontato di come fosse il Cavaliere prima con Bernasconi, poi con Lorenzano a gestire tutto.

Ma soprattutto c’è Dominique O’Reilly-Appleby, citata da Berlusconi come una dei testimoni-chiave che potrebbero portare alla revisione del suo processo. E’ una manager che ha lavorato per circa 7 anni nella casa di produzione cinematografica statunitense Harmony Gold. Tra il settembre del 1989 e l’agosto del 1996, però, anche stando a quanto riferito da Berlusconi durante la conferenza stampa, Appleby ha avuto un ruolo di primo piano in molte società della Harmoy Gold Usa, gruppo fondato nei primi anni Ottanta da Agrama, il produttore statunitense ritenuto dai giudici il socio occulto dell’ex capo del governo. “Silvio Berlusconi non ha mai ricevuto nessun pagamento da Agrama, Gordon o Lorenzano né da qualsiasi altra persona loro connessa. Berlusconi non ha mai partecipato allo schema da loro ideato per spartirsi i profitti” si legge nell’affidavit della Appleby. Secondo il Cavaliere – ed è questo il punto – la manager non avrebbe saputo niente dell’inchiesta sui diritti Mediaset fino al giugno scorso.

Tuttavia ci sono molti motivi perché la stessa Appleby invece sia venuta a conoscenza del lavoro dei magistrati ben prima. Il primo: la donna era cointestataria insieme ad Agrama di un conto corrente svizzero sul quale, tra il 1995 e il 1997, sono transitati 4.292.000 di dollari erogati – secondo l’ipotesi, in nero – da Wilthire Trading e da Harmony Gold, le due società dello stesso produttore americano. Tutto questo è contenuto in una consulenza della Kpmg per la Procura di Milano, depositata tra gli atti del processo per cui il Cavaliere è stato condannato definitivamente a 4 anni. E il conto denominato “Ragtime” e poi “Gander” è uno di quelli al centro della rogatoria svizzera avviata nel 2005 dal pm e alla quale, Dominique O’Reilly-Appleby, come altri, si era opposta nel 2007.

“E’ noto – replica l’avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini – che vi era stata una rogatoria su un suo conto corrente in Svizzera. Tale rogatoria non riguardava affatto l’indagine che ha dato origine al processo cosiddetto diritti ma all’altra indagine parallela. Si trattava di un procedimento incidentale nei confronti soltanto della signora e non vi era alcuna menzione sulla posizione di Silvio Berlusconi. E’ quindi evidente che le dichiarazioni della signora sono assolutamente corrispondenti a quanto da lei direttamente conosciuto. Comunque qualsiasi verifica dell’autorità giudiziaria sarà utile e dimostrerà la veridicità delle sue dichiarazioni. E di quelle di tutti gli altri nuovi testi”.

E mister Gordon disse: “Prima di accettare i prezzi Agrama ne parlava con Berlusconi”. Ma è proprio lo stesso mister Gordon, come lo ha chiamato più volte Berlusconi nel corso della conferenza stampa, che ricordava perfettamente il ruolo del padrone di Mediaset nella negoziazione dei diritti cinematografici per i film che dovevano essere trasmessi sulle reti del Biscione. E di quanto Berlusconi fosse vicino a Farouk “Frank” Agrama: ”Negoziavo i prezzi indifferentemente con il signor Lorenzano o con il signor Agrama.Quest’ultimo, prima di accettare, ne parlava sempre con il signor Berlusconi. Non so se il Sig Lorenzano consultava il signor Berlusconi prima di accettare però era lui a dire se gradiva o no il package”. Anche su il produttore americano Gordon aveva ricordato passaggi importanti: “Ha sempre detto che era il suo migliore amico, che poteva chiamarlo senza problemi. Ha detto che aveva chiamato il signor Berlusconi per congratularsi con lui quando fu nominato Presidente del Consiglio… Preciso che il signor Agrama ci diceva che continuava a riferire al signor Silvio Berlusconi sulle negoziazioni per l’acquisto dei film anche dopo la sua nomina alla Presidenza del Consiglio… Diceva che il Sig. Silvio Berlusconi era impegnato per giustificare il suo ritardo nel fornirci una risposta nell’ambito di queste negoziazioni”. 

I testi Tatò, Cavanna e Sauders: “Bernasconi rispondeva a Berlusconi”. A conferma che era Berlusconi a sovraintendere a tutto c’è anche la testimonianza Tatò. Il manager aveva spiegato di aver avuto una conoscenza solo indiretta dell’area diritti tv, nonostante la sua carica da amministratore delegato e pur trattandosi di un’area molto rilevante in quanto la responsabilità era di Bernasconi: “… Ognuno dei vertici delle operative aveva un rapporto diretto con Berlusconi il quale, in definitiva, aveva l’ultima parola su tutte le questioni di certa rilevanza. Non c’era la presenza fisica del dr. Berlusconi, era diventata una cosa occasionale, non era più una cosa regolare… ma si sapeva era raggiungibile tutti i giorni ad Arcore”.

E che il defunto Carlo Bernasconi rispondesse solo al padrone viene testimoniato da Silvia Cavanna: “…. Rispondeva solo a Berlusconi, a cui riferiva andando in via Rovani, a Milano, o ad Arcore. Ed era quando tornava da tali riunioni che le diceva” di caricare i prezzi. Anche dopo la quotazione in Borsa di Mediaset, nel 1996, Bernasconi si occupava dei diritti e continuava ad andare dal Cavaliere. Nei primi anni ’90 Berlusconi trattava personalmente con gli uomini delle majors e “Lorenzano era sempre al suo fianco . era più l’uomo da assalto che andava a trattare … Bernasconi era più sulle condizioni di pagamento … sulla parte amministrativa ma di dilazione di pagamenti”. E “quando Lorenzano in Italia” rientrava “veniva in ufficio e poi andava ad Arcore, sempre”. E a dimostrazione che i prezzi venivano gonfiati la Cavanna aveva raccontato che i diritti che venivano da Agrama “erano il doppio, ci venivano fatturati al doppio delle altre società, dei costi che venivano fatturati dalle altre società”.  

William Saunders aveva raccontato addirittura il suo incontro con Berlusconi in persona: ”È al MIP di Cannes (uno dei mercati più importanti, ndr) che ho incontrato il sig. Berlusconi. Voleva comprare dei film, serie … il sig. Berlusconi voleva soprattutto fare concorrenza alla RAI ed era quindi un acquirente molto ‘aggressivo’”. Il dirigente Fox aveva spiegato che era il Cavaliere a negoziare, che poi era subentrato Bernasconi (“Per me era il braccio destro del sig. Berlusconi”) e infine Lorenzano “… un compratore per conto di Berlusconi Silvio. Ho trattato con Lorenzano però è un’altra persona che ha firmato i contratti per conto del sig. Berlusconi … Conosco Alfredo Cuomo (produttore romano deceduto) lavorava per il sig. Berlusconi; si recava a Los Angeles, visionava i prodotti, negoziava con me; tornava da Berlusconi per ottenere approvazione; era quindi molto vicino a Berlusconi”.

La lettera confessione di Agrama. Oltre a queste testimonianze, richiamate con grande rilevanza nella motivazione della sentenza, ci sono altri elementi. Uno dei più importanti è lettera-confessione di Agrama del 29 ottobre 2003 diretta ai vertici di Fininvest per lamentarsi che a fronte dei 40 milioni di dollari promessi ne erano stati sottoscritti solo 14. Agrama pretendeva che l’accordo venisse messo per iscritto ricordando di aver lavorato per il gruppo sin dal 1976, sottolineando la collaborazione prima “con il dott. Silvio direttamente“, poi con Bernasconi e facendo notare che tutti i contratti venissero stipulati in realtà dagli uomini “del gruppo a partire dal Lorenzano”.

La truffa impossibile ai danni di Berlusconi. L’ipotesi poi che il Cavaliere possa essere stato raggirato dai suoi manager e dal produttore americano è stato ampiamente smentito dai giudici di primo, secondo e terzo grado. Per i magistrati è “inverosimile” che Berlusconi abbia subito un raggiro da uomini di cui si fidava, con cui lavorava, che dipendevano da lui e che a lui rispondevano: “…. una sorta di colossale truffa ordita per anni ai danni di Berlusconi (proprio in quello che è il suo campo d’azione e nel contesto di un complesso meccanismo da lui stesso strutturato e consolidato) da parte di personaggi da lui scelti e mantenuti, nel corso degli anni, in posizioni strategiche e nei cui confronti non risulta essere mai stata presentata alcuna denuncia“. “La qualità di Berlusconi di azionista di maggioranza e dominus indiscusso del gruppo – sottolineavano i giudici nelle motivazioni – gli consentiva pacificamente qualsiasi possibilità di intervento, anche in mancanza di poteri gestori formali”.  

Lo shell game per frodare il fisco. C’è poi una lettera del 12 dicembre 1994 indirizzata da un contabile al presidente della distribuzione internazionale della Fox, Mark Kaner, per spiegare come mai era ancora in attesa di un milione di euro dall’Italia: “In due parole – scriveva Douglas Schwalbe che citava come fonte l’addetto dell’ufficio acquisiti di RTI e poi Mediaset – l’impero di Berlusconi funziona come un elaborato shell game. È un gioco che consiste nel prendere tre gusci di noci vuoti e nascondere sotto uno di essi il nocciolo di una ciliegia. Chi gioca deve indovinare dove il nocciolo è stato nascosto – con la finalità di evadere le tasse italiane”. Spiegando il meccanismo, il contabile rivelava anche che “i profitti vengono tenuti in Svizzera”. 

tovato su: Il Fatto Quotidiano

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