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Un articolo di sabato 3 marzo scorso sul New York Times mi ha colpito: Le donne potrebbero decidere le elezioni in Italia, ma si sentono invisibili. Si riferiva soprattutto alle giovani donne che, nel paese europeo secondo solo alla Grecia per non-occupazione femminile, pagano il prezzo più alto sull’altare del declino economico, sociale e culturale, rispetto a ogni altro segmento della popolazione. Rigidità dell’orario di lavoro, scarse opportunità a tempo parziale, inadeguata assistenza all’infanzia, forte divisione di ruolo tra uomini e donne, tuttora le uniche responsabili concrete del ménage familiare.

Sono i macigni che ogni donna italiana incontra sul suo cammino, quando tre madri su quattro non rientrano a lavorare dopo avere avuto il primo figlio e quella che rientra vede spesso ridursi il salario perché costretta al part-time.

Come rispondeva la politica? “Durante la campagna elettorale, le destre hanno elogiato le madri, ma per il resto hanno appena accennato alle donne (…) Il Movimento 5 stelle ha offerto bonus per pagare pannolini e asilo nido. Le sinistre hanno dedicato poche linee di programma a proposte per ridurre il gap retributivo di genere e ammorbidire il rapporto tra lavoro e vita familiare” scrive Gaia Pianigiani del NYT. Allo stato attuale, pare che pannolini e asili nido siano le necessità più avvertite. In confronto, il gap retributivo è un problema emergente a Milano città, ma non (ancora) altrove, semplicemente perché questo gap altrove tende a infinito, soprattutto nel meridione d’Italia. E l’infinito e lo zero sono due facce della stessa medaglia, come ha scritto Charles Seife: “Sotto ogni rivoluzione si trovano uno zero – e un infinito”.

Dal dopoguerra in poi, il voto femminile è stato determinante in molti passaggi storici. Il 2 giugno 1946, al referendum che scelse la Repubblica ed elesse la Costituente votarono quasi 13 milioni di donne e meno di 12 milioni di uomini. Nei referendum sul divorzio, l’aborto, il nucleare (due volte) e non ultimo sulle modifiche costituzionali, il ruolo del voto femminile è stato senza dubbio determinante e, forse, non abbastanza apprezzato in tutto il suo potenziale di cambiamento e progresso sociale. Tempo fa, in Le donne erediteranno la terra, il giornalista italiano Aldo Cazzullo, ha scritto che “comincia il tempo in cui le donne prenderanno il potere”. Non ho letto il libro, soltanto alcune recensioni, ma ho afferrato il concetto. E ho subito ordinato un recente saggio di Mary Beard, una classicista inglese oggetto di culto nel suo paese: Donne e potere. Meglio partire da lontano, dalla Grecia classica e da Roma antica, se sei un neofita.

Non ho ancora letto analisi di genere e di età del voto politico del 4 marzo 2018. Perciò le mie impressioni sono certo destinate a una secca confutazione da parte delle statistiche. Il ragionamento sul voto femminile, però, suggerisce una cura istituzionale per favorire un governo stabile e condiviso: un organo legislativo misto in cui si contemperi l’elezione con il sorteggio. Prendiamo il Senato, come riferimento, che ha 315 membri. Domenica scorsa circa i tre quarti degli elettori si sono recai alle urne, mentre un quarto non lo ha fatto. I senatori eletti potrebbero quindi essere 315×3/4=236, secondo la metafora “You get what you pay for”. Gli altri 79 potrebbero essere sorteggiati in base a un campione molto ampio di volontari, rappresentativo della complessità della società: 39 uomini e 41 donne, per rispettare la composizione di genere della cittadinanza. Il primo effetto sarebbe un maggiore rispetto dell’uguaglianza di genere, umiliata da parecchi trucchi in queste elezioni. Il secondo, più importante, la maggiore stabilità del sistema legislativo.

Non è un paradosso. Senza scomodare Pericle, la Repubblica di Venezia e la lezione di Montesquieu, alcuni studiosi italiani di alto profilo scientifico hanno recentemente dimostrato come una quota di parlamentari scelti con il sorteggio aumenti l’efficienza e la produttività dell’istituzione. Più casualità non è una ricetta irragionevole, ma fondata su rigorose analisi statistiche e suscita l’interesse di chi ha a cuore la democrazia. Forse il nuovo Parlamento che sta per insediarsi potrebbe davvero guadagnare in stabilità e saggezza dal contributo di cittadini senza etichetta, disponibili a un breve soggiorno romano per un impegno non rinnovabile.

Alle donne è dedicato il decimo numero di MillenniuM, il mensile del Fatto Quotidiano in edicola per tutto il mese di marzo e acquistabile qui

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