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È difficile riuscire a dire qualcosa sullo sconvolgente caso della bambina abbandonata in auto dalla madre in provincia di Arezzo e morta d’infarto in seguito all’aumento della temperatura corporea in un abitacolo sempre più rovente. Non mi sarei sentita dunque di intervenire se non avessi scoperto che quella mamma, oggi distrutta per sempre, aveva condiviso tempo fa sul suo profilo Facebook un mio post di qualche mese fa, dal titolo abbastanza emblematico: Maternità e lavoro, perché le donne non ce la fanno più. Immagino che quel titolo avesse fatto risuonare qualcosa dentro di lei, perché forse, ipotizzo, anche lei sentiva di non riuscire più a conciliare quel doppio compito così gravoso, qual è fare un figlio e insieme lavorare, in una società che non aiuta chi mette al mondo bambini. In molti hanno ironizzato, sul web, sul fatto che avesse un solo figlio – dunque non poteva essere così stanca – così come sul fatto che avesse un lavoro stabile e part time, fino alle due, praticamente il sogno di molte madri, stando almeno a quello che dichiarano solitamente quando viene chiesto loro come immaginano il lavoro ideale.

Eppure, questi due elementi, lavoro part time e figlio unico, poco ci possono dire sull’eventuale stato di fatica e prostrazione di quella mamma. Che, magari, resto sempre nel campo dell’ipotesi, non aveva un baby sitter e passava tutti i pomeriggi insieme con la figlia. Solo chi ha provato un’esperienza del genere sa quanto può essere sfiancante spendere ore e ore – ad esempio dalle due alle nove di sera, dunque sette ore consecutive – con una piccola sola (molto più faticosa di due bambini che magari possono giocare insieme, chi ne ha più d’uno lo sa) che dev’ essere intrattenuta, pulita, cambiata, portata a spasso, preparata per la cena, imboccata, di nuovo pulita, coccolata, messa a letto.

Una serie di azioni, al termine delle quali è difficile non restare in qualche modo spossati. Eppure, questa è la vita di gran parte dei genitori i quali, nell’assoluta indifferenza della società e della politica, tutti i giorni spendono le loro migliori energie per curare i propri figli, nonché ricordarsi di rispondere ai loro mille bisogni.  Spesso prosciugandosi e restando senza forze, privi di qualsiasi risorsa per dedicarsi ad altro. È da questa stanchezza, da questo esaurimento che può nascere una disattenzione come quella che è costata la vita alla bambina di Arezzo.

Per questo, non mi sognerei mai di dire che a me una simile tragedia potrebbe non accadere. Nonostante sia una privilegiata rispetto alla maggioranza della madri italiane (ho una baby sitter e dei nonni su cui contare), mi alzo prestissimo la mattina, preparo la colazione per tutti, vesto i bambini, preparo cartella e merenda, li porto in due diverse scuole, poi mentre lavoro mi occupo comunque di prenotare le visite mediche dei bambini, sentire il pediatra, pensare alle varie incombenze della scuola, sentire il baby sitter per possibili variazioni della routine o vestiti e oggetti da recuperare all’asilo, poi fare la spesa, organizzare la cena. Dalle 18.30 mi dedico completamente a loro: bagno, cena, controllo compiti, favole, lettura, addormentamento. Sono solo tre ore, eppure ho solo il tempo di leggere 20 pagine di un libro, perché la sveglia è comunque alle sei e mezza. E lo ripeto, sono una mamma fortunata, ma mi basterebbe poco – non avere una baby sitter, o l’aiuto dei nonni – per precipitare in un pozzo di stanchezza, dal quale forse non riuscirei a venir fuori, con conseguenze possibilmente devastanti.

Allora forse, più che i sensori dei seggiolini – ma comunque, mettiamoli! – bisognerebbe che le madri e, in generale, i genitori  venissero ascoltati. Che  i giornali e le trasmissioni tv parlassero di più della loro stanchezza, dei loro problemi, della difficoltà enorme di crescere un figli oggi, e non solo dal punto di vista economico, ma anche educativo e psicologico (solo chi è genitore conosce la fatica di dover lottare con un preadolescente o adolescente tutti i giorni, anzi tutti i momenti). Il tema della cura dell’infanzia dovrebbe stare al centro dell’agenda pubblica, e invece siamo nel paese dove la Presidente della Commissione parlamentare dell’Infanzia, Michela Brambilla, è una che si interessa quasi esclusivamente di animali, nell’indifferenza generale. Le madri trovano aiuto sul web, nei forum, unici luoghi in cui spesso possono raccontare la loro solitudine, fatica e talvolta disperazione.

Luoghi che, però, sono anche sedi di odio e violenza verso le madri stesse. Così, è capitato nel caso di questa povera madre: oltre ad essere presa di mira dai commenti degli articoli sul caso, pieni di odio e di giudizio, ha visto il suo profilo Facebook invaso di persone spregevoli arrivate in massa per insultarla. Eppure, anche quelle che sono andate lì per criticare questi odiatori di professione hanno compiuto un atto squallido. Che senso ha, infatti, entrare in una bacheca Facebook – che in fondo è come una casa: qualcosa propriamente privato, ma comunque  intimo – di una persona che ha subito un simile lutto? Con che mancanza di pudore hanno digitato il suo nome per poi sistemarsi dentro, sia pure per mostrare empatia e dolore? È proprio un paese all’incontrario: le persone che parlano dovrebbero tacere, i politici che tacciono dovrebbero parlare. Ma non per promettere, piuttosto per annunciare misure che diminuiscano l’enorme carico, materiale ed emotivo, che i genitori italiani portano ogni giorno sulle proprie spalle.

L’articolo Bimba morta in auto, perché non possiamo condannare la madre proviene da Il Fatto Quotidiano.

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