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“Chiedo alle autorità di muoversi. Mia mamma è a Napoli, la mia vita è qui. Invece da due mesi sono in mezzo a soli uomini. Mi hanno detto ‘t’ammazziamo’. Io dormo sotto le telecamere perché ho paura”. Adriana ha 34 anni, è una trans brasiliana. È arrivata in Italia quando ne aveva 17, metà della sua vita l’ha trascorsa in Campania. A gennaio la polizia ha bussato alla sua porta per condurla nel Cie di Brindisi, dove esiste solo il reparto maschile. Ma da anni Adriana ha intrapreso le cure che la porteranno ad essere una donna. I suoi problemi sono iniziati in quel momento, trascinandola in una spirale che l’ha condotta dentro le stanze del Cie brindisino, dove otto giorni fa ha iniziato lo sciopero della fame per chiedere, in attesa di conoscere il suo destino, una minima misura di dignità: essere trasferita in un luogo dove ci sono altre transessuali.

Decide di parlare a Ilfattoquotidiano.it per rompere il silenzio attorno alla sua storia, resa pubblica da Cathy La Torre, legale del Movimento identità transessuale e componente della segreteria di Sinistra Italiana, che lunedì 20 marzo presenterà un’interrogazione al Governo. “Quando gli animali predatori vanno a caccia, cercano le pecore più deboli nel gregge. Io qui dentro sono la più debole”, Adriana inizia così il suo racconto. Una storia di normale immigrazione, fino al 2011. “Sono arrivata in Italia a 17 anni, metà della mia vita l’ho trascorsa tra voi. Sette anni fa ho cominciato il percorso che mi avrebbe fatto diventare donna”. E sono iniziati i problemi. “Fin quando ero un ragazzo, ho avuto un lavoro. Facevo il cameriere. Quando hanno visto il mio cambiamento, mi hanno licenziato”.

Scaduto il permesso di soggiorno, sono iniziati i guai. Culminati due mesi fa con il trasferimento nel Cie. “Corre ogni istante evidenti rischi di violenze”, spiega l’avvocato La Torre. Adriana viene fermata perché aveva ricevuto il foglio di via dopo la scadenza del permesso di soggiorno e la mancanza di un lavoro. “Ero in un albergo, ho effettuato la registrazione e i dati sono stati trasmessi alla questura. Se ne sono accorti in questo modo”. Ecco quindi arrivare le forze dell’ordine. “Non ricordo neanche più se fosse il 22 o il 23 gennaio quando mi hanno portata a Brindisi – racconta Adriana – Ho fatto presente già a Napoli che seguo una cura ormonale e ho spiegato il mio percorso di vita. Ma la mia destinazione era già decisa”. Centro di identificazione ed espulsione di Brindisi, contrada Restinco, decine di ospiti. Tutti uomini. “Sono in un reparto con tre camere, siamo venti persone. Nella mia stanza ci sono due ragazzi algerini, tre nigeriani, un pakistano e un marocchino. Loro si sono sempre comportati bene, come anche le forze dell’ordine e gli operatori che fanno quel possono per migliore la mia convivenza. Ma gli stronzi esistono ovunque, anche qui dentro”.

La condizione di Adriana non è passata inosservata e sono arrivate le minacce e le intimidazioni da parte degli ‘stronzi’, come li chiama lei. “Alcuni mi hanno detto ‘Ti ammazzo mentre dormi, stai attenta’. Per loro sono diverso e me lo fanno pesare”. Impaurita, Adriana ha dovuto prendere le contromisure, aggravando una situazione di vita già difficile come quella che si affronta in un centro di identificazione ed espulsione. Non si sente protetta, trascorre le sue giornate nel disagio. “Ho notato che nel salone ci sono due telecamere di sicurezza, così fin quando posso resto lì con il mio materasso. Se qualcuno dovesse decidere di avvicinarsi con cattive intenzioni, so che chi controlla se ne accorgerebbe. Sono due mesi che vado avanti così”, spiega.

Quasi sessanta giorni nel corso dei quali i problemi non si sono limitati alla convivenza con alcune delle persone in attesa d’essere espulse dall’Italia. “Ho dovuto interrompere la cura ormonale. Ho fatto più volte richiesta per ricevere le pillole, ma continuano a ripetere che avrei bisogno delle visite e che ci sono problemi burocratici”. Così ha iniziato lo sciopero della fame. “Non mangio da otto giorni. Ogni mattino bevo succhi di frutta per assumere zuccheri”. Dopo la denuncia di Sinistra Italiana e Mit, nel pomeriggio di sabato è tornato a far visita ad Adriana l’Ufficio Immigrazione della questura di Brindisi, che contattato dal Fatto ha chiarito di non poter rilasciare alcun dettaglio in merito alla sua storia né all’iter di espulsione. Novità sono comunque attese lunedì.

“Ho chiesto almeno il trasferimento in un luogo dove ci siano altre trans, così da non subire discriminazioni. Richiedo alle autorità di muoversi. Fatemi uscire. Non sono arrivata in Italia da un mese, vivo qui da 17 anni – è il suo appello – Ho versato i contributi per la mia pensione, ho sempre cercato di comportarmi bene. Sospendete questo mio trattenimento. Fatemi firmare quattro, cinque volte al giorno in questura. Ci vado, non c’è problema. Ho una famiglia lì fuori, voglio aspettare l’esame della commissione in libertà”. Ai primi di aprile, Adriana racconta infatti di dover essere ascoltata dalla commissione territoriale dei richiedenti asilo, per questo la sua espulsione è sospesa. “In Brasile non torno da quando ho iniziato il percorso per diventare donna. Da noi le trans non sono ben viste e vivono in situazioni di grave disagio”. La Torre spiega che “proviene da una zona pericolosa del Brasile, dove ogni anno vengono uccise 200 trans. Vogliamo che della questione si interessi il ministro della giustizia e il Dap”.

twitter: @andtundo

L’articolo Brindisi, trans chiusa nel reparto maschile del Cie: “Mi hanno detto ‘t’ammazziamo’. Dormo sotto le telecamere per paura” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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