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Brunori SAS – che qui chiamerò Dario Brunori, in maniera più umana e civile – è una delle voci più interessanti della canzone d’autore italiana dell’ultimo decennio. È uscito lo scorso 16 dicembre il video del suo nuovo singolo, La verità, che precede l’album A casa tutto bene, atteso per il 20 gennaio 2017. Vale la pena di parlarne qui perché la canzone mostra una maturità a cui personalmente avevo sperato, quando ascoltai questo cantautore per la prima volta.

Dario Brunori ha sempre avuto la capacità di unire uno stile personale – quindi moderno – con elementi vintage della canzone italiana, non utili in quanto datati (dunque nostalgici), bensì in quanto oramai caratteristici della nostra cultura musicale, quindi usati come vero e proprio elemento formale, di scrittura, come una a o un si bemolle.

Penso alla voce sguaiata in stile Rino Gaetano, di cui Brunori condivide le origini calabresi e un atteggiamento beffardo verso il preteso e sussiegoso intellettualismo della canzone d’autore classica, pur muovendovisi perfettamente dentro. Penso al terzinato d’altri tempi e alle citazioni del Baglioni strappalacrime di Guardia ’82, canzone sublime che tratteggia, con plasticità invidiabile, immagini molto comuni, tanto da delineare i medesimi ambienti (Baglioni compreso) delle prime scene di Caruso Pascoski di Francesco Nuti.

Prendiamo a esempio questo film per capire meglio la poetica di Brunori: per molti della stessa generazione del cantautore – i quasi quarantenni di oggi, me compreso – Caruso Pascoski è una pellicola di culto; Nuti rappresentava qualcosa di autonomo, una specie di via di mezzo dal profilo raffinato e scanzonato a un tempo: non era Verdone ma neanche Moretti, aveva un elitarismo cosciente che sapeva essere grottesco e persino demenziale, senza mai perdere il contatto con la realtà.

Non so se Brunori apprezzi Nuti e non so se il film c’entri volutamente con Guardia ’82, ma la sua intenzione artistica ricalca questa via di mezzo, risolvendosi nella ricerca di ciò che possiamo chiamare una medietà in forma umana.

Insomma, del primo disco mi colpì di Brunori l’ottima scrittura, fonti culturali e riferimenti precisi che lo preservavano dalla gratuità vacua di certi cantautori suoi coetanei, e la dote non comune di avere una poderosa capacità evocativa, che gli permetteva di ritagliarsi una strada propria, d’autore. Il secondo disco mi sembrò un modo di acquietarsi verso una certa deriva intellettualoide ma, siccome alcune caratteristiche sopra descritte fanno parte del suo stile, nel fondo dei suoi brani restava sempre una vena di autenticità, mai consolatoria, che faceva la differenza.

Ora arriviamo a parlare de La verità. Questa canzone presenta alcuni elementi propri della migliore poetica del suo autore. In alcuni passi il testo sembra lasciare a desiderare (il cioccolato?), ma è comunque funzionale al dettato del brano; convince la narratività, il modo in cui si sviluppa il tema, il climax ascendente della gravità delle conseguenze della verità cantata. Si parte con le metafore (sciatte e di certo non auliche) del ristorante ai piedi della montagna e della cioccolata, per arrivare a temi più grandi, al terrore del cambiamento, dunque alla paura di morire, estinguendosi senza lasciare un segno: la canzone serve come percorso per dare un nome alle cose.

Il video, per la regia di Giacomo Triglia, è un gioiello; viene addirittura da pensare che, senza di esso, la canzone varrebbe molto meno. Il finale, vero e proprio vaso di Pandora, propone la chiave di lettura che carica di senso il ruolo dell’artista e del cantautore: è spesso ai cantautori e alle canzoni che affidiamo la nostra rabbia, è all’arte in genere che assegniamo il ruolo di protagonista di una fiction che dovrebbe riguardarci, nella guerra come nell’amore.

Nel finale del video ci sono in un sol colpo La locomotiva di Guccini e Il bombarolo di De André, ma, guardando bene, anche gli amori da spiaggia di Baglioni e la Margherita di Cocciante: amori struggenti mai vissuti realmente, passioni estreme che magari non si ha il coraggio di seguire nella realtà e che dunque colpiscono nel segno quando le troviamo dentro a una canzone.

Non è altro che un modo diverso di declinare la già definita medietà in forma umana; in perfetto stile Brunori, dunque, autentico e mai consolatorio, il brano La verità descrive (assieme al videoclip) la sua intera poetica e il ruolo storico delle canzoni. Non ci resta che aspettare il nuovo disco.

L’articolo Brunori Sas, la medietà in forma umana de ‘La verità’ proviene da Il Fatto Quotidiano.

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