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In napoletano ha che fare con la morte, e comunque le accise sui carburanti sono simpatiche a pochi. Su un litro di benzina, più di 1 euro se ne va tra Iva e accise varie. C’è chi se la cava con l’ironia facendo l’elenco delle accise: da quella per la guerra in Etiopia a quella per crisi di Suez del 1956. La sostanza è che si tratta di una tassa che vale quasi il 6 per cento delle entrate fiscali italiane, e fa svettare l’Italia in Europa per la fiscalità più alta sui carburanti (con il 3% del Pil, più del doppio della media europea).

Negli ultimi anni va di moda definire le accise una tassa ambientale (e infatti come tale sono classificate anche dall’Unione europea) perché disincentiverebbe il consumo di benzina. La verità è che sono state introdotte ben prima delle preoccupazioni sull’ambiente e che hanno fatto poco per disincentivare l’utilizzo delle automobili.

Vediamo alcune ragioni per superare il “modello accise”.

In primo luogo le tasse sui carburanti danno luogo ad un cortocircuito logico: lo scopo sarebbe disincentivare il consumo di benzina e gasolio, però se ciò avvenisse realmente sparirebbe contestualmente un’entrata che ha drogato il bilancio statale per decenni.

La seconda ragione è che, come tutte le tasse indirette, è una tassa socialmente iniqua perché colpisce in eguale misura lo straricco e il povero. Chi abita in una zona centrale e chic e si può muovere a piedi è più agevolato del pendolare costretto a prendere la macchina tutti giorni. Per di più alcune categorie possono scaricare le accise dalle tasse minando così l’obiettivo di scoraggiare il trasporto su gomma.

La terza ragione, meno intuitiva, riguarda la politica internazionale. Quando c’è stato il tracollo dei prezzi del greggio nel 1986 i governi europei hanno stappato le bottiglie di champagne. Si sono detti: visto che diminuiscono i prezzi della materia prima (il greggio), aumentiamo le tasse sulla benzina così faremo più soldi e i cittadini non si accorgeranno di nulla. Il risultato è stato da un lato un enorme spostamento di ricchezza dai governi dei Paesi produttori di petrolio (Opec) ai governi dei consumatori (Ocse), dall’altro un aumento globale del consumo di greggio con le conseguenze ambientali che conosciamo.

Per iniziare ad uscire da questa dinamica interna e internazionale insalubre meglio sarebbe abolire le accise sui carburanti e sostituirle con una vera carbon tax da far pagare ai maggiori utilizzatori di energie fossili come le società che producono energia elettrica o le raffinerie.

L’idea alla base della carbon tax è spostare la tassazione da salari e investimenti verso l’utilizzo di risorse naturali. Lo scopo ultimo sarebbe ottenere una significativa riduzione del consumo di energia da fonti fossili, unico modo per combattere efficacemente il riscaldamento del Pianeta.

L’introduzione della carbon tax avrà però, inutile nasconderlo, dure ripercussioni implicazioni di carattere sociale. A meno di non pensare che l’energia prodotta in modo “alternativo” possa essere più economica di quella prodotta da fossili (cosa che per ora in media non è) l’effetto di una carbon tax sarà quello di accrescere i costi della bolletta energetica per il singolo cittadino. Dunque bisognerà attuare delle contromisure.

In primo luogo il mercato libero dell’energia è una fregatura. Come sa chiunque possiede un telefonino, le tariffe nel mercato libero premiano, in proporzione, chi consuma di più. Per scoraggiare l’utilizzo di energia dovrebbe avvenire esattamente il contrario: dandola quasi gratuitamente a chi ne consuma molto poca, e facendo pagare in misura via via maggiore le attività più energivore.

La carbon tax aumenterà anche il costo del trasporto. Dunque sarà indispensabile un importante piano di incentivazioni alla mobilità a zero emissioni, pubblica o condivisa. La mia idea resta quella di vendersi la quota pubblica di Eni per creare una società interamente pubblica che partecipi agli investimenti per la produzione e distribuzione delle rinnovabili e nella tecnologia per risparmio energetico, altrimenti non è chiarissimo da dove possano venire questi soldi.

Tutto questo ragionamento, poi, non tiene conto della reazione di quella che oggi è fonte energetica per eccellenza: il petrolio. Cioè la carbon tax dovrà essere tanto più consistente, e dunque meno popolare, quanto più bassi saranno i prezzi bassi della materia prima. I cittadini e le imprese si diranno: ma se gli idrocarburi costano così poco, allora perché ci volete far pagare così tanto?

La mia impressione è che una vera transizione energetica che marginalizzi le energie fossili sia o irrealizzabile o pesantemente classista se ci si affiderà solo a meccanismi di mercato. Serviranno reti e distributori pubblici europei (non Spa) per evitare di penalizzare i piccoli e medi consumatori, e serviranno negoziati fra nazioni (produttori e consumatori) sulle fonti fossili per garantire prezzi stabili e adeguati per il greggio.

Il problema è il Mercato unico europeo di oggi è costruito esattamente per fare la cosa opposta: cioè per disincentivare l’intervento pubblico nelle reti e nella distribuzione dell’energia.

L’articolo Carburanti, meglio una carbon tax che le accise sulla guerra in Etiopia proviene da Il Fatto Quotidiano.

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