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L’arresto per corruzione del dirigente capitolino Raffaele Marra ha implicazioni politiche potenzialmente devastanti per la maggioranza pentastellata che governa la capitale. La difesa a spada tratta del “Rasputin de noantri” operata per mesi dalla sindaca Raggi, anche a fronte dell’evidenza di trascorsi ambigui e di condotte distanti anni luce dagli standard di integrità che il Movimento reclama come parte integrante del proprio dna, ha alimentato un pesante clima di sospetto nelle stanze del municipio romano. L’attenzione dei media si è fin qui concentrata sulla polemica interna al Movimento e sugli attacchi delle altre forze politiche, offuscando così un ulteriore elemento di interesse della vicenda, ossia lo spaccato che l’inchiesta ha aperto sulla perdurante realtà di corruzione sistemica nella Capitale.

Eccone i principali ingredienti. Se è vero che “una tangente vale una tangente”, in questo come in altri casi degli ultimi anni le tecniche di costruzione della provvista e di erogazione si sono fatte via via più sofisticate. Niente più mazzette, trasformate stavolta in plusvalenze nella compravendita d’immobili, in perfetta analogia con i vantaggi attribuiti al presunto corruttore, ossia rendite di centinaia di milioni di euro per affitti a enti pubblici di sedi di dubbia utilità – e ancor più discutibile valore di mercato. Parrebbe una nemesi del destino: il proprietario di un impero di milioni di metri quadri incastrato per il corrispettivo di un modesto appartamento. Anche la contropartita pubblica si smaterializza, non si trovano le impronte digitali del funzionario su un atto d’ufficio. Nella nuova corruzione non si compra più la decisione, ma direttamente il decisore, lo stesso che nella telefonata intercettata nel cercare protezioni si autodefinisce al tempo stesso “a disposizione” e “quello che organizza tutto”, “l’uomo più potente”.

Emerge poi una continuità inquietante con lo scenario di Mafia capitale. I magistrati sono inciampati sui presunti illeciti del dirigente indagando sul pizzo che da tempo l’immobiliarista Scarpellini versava settimanalmente a un boss criminale ex-banda della Magliana. Difficile ipotizzare una brutale estorsione, vista la caratura di quello che è considerato uno dei “re del mattone” di Roma. E’ possibile invece che si tratti del prezzo volontariamente pagato a chi – nel vuoto di potere creatosi dopo l’uscita di scena di Carminati e soci – può assicurare a Scarpellini una “protezione imprenditoriale” nei suoi traffici coi palazzi romani, particolarmente utile data la loro natura non proprio cristallina, a giudicare dalle inchieste. Dopo Mafia capitale emergerebbe così una nuova saldatura romana tra la pratica della corruzione e la “regolazione” criminale degli affari illeciti.

E veniamo a un terzo elemento: da dove nascono le fortune del dirigente? Quali competenze ha da spendere in un universo opaco nel quale si muove con grande naturalezza e padronanza dei suoi mezzi, transitando da un ombrello di protezione politica all’altro, slalomando invulnerabile dalla Guardia di finanza all’unione per l’incremento delle razze equine, per approdare in Municipio passando per la Regione e la Rai? Almeno due risorse sembrano cruciali. La prima è il suo capitale relazionale. Un patrimonio di conoscenze costruito pazientemente grazie all’occupazione di ruoli chiave in amministrazioni nelle quali gli stessi vertici sono ostaggio di chi conosce la “macchina amministrativa” e le molte storture della sua organizzazione – malfunzionamenti che naturalmente non sono risolti, ma usati per negoziare favori e accomodamenti coi responsabili, o per promuovere sodali e parenti. Se poi alle relazioni con le controparti politiche e burocratiche si sommano quelle con interlocutori imprenditoriali di spessore, ai cui appetiti si sono piegate le scelte pubbliche, si può persino aspirare – salvo incidenti giudiziari – al rango di “intoccabili”.

Entra qui in gioco l’altra risorsa utilizzata da chi quelle relazioni ha saputo capitalizzarle in termini di rendita (immobiliare oltre che professionale): la ricattabilità incrociata dei protagonisti. Non sorprendono i trascorsi nella Guardia di finanza – poco gloriosi, in verità – del dirigente. Le attività di accertamento affidate a malintenzionati consentono infatti di acquisire, oltre che mazzette, anche informazioni compromettenti su irregolarità e illeciti dei controllati, utili a vincolarli stabilmente a sé. Si tratta di un filo conduttore nella carriera di Marra. Nella Rai di Masi diventa responsabile della sicurezza, altro crocevia di informazioni sensibili. Secondo molte ricostruzioni il rapporto inossidabile col “Raggio magico” dei Cinquestelle romani si costruisce negli anni in cui il dirigente, annusata l’aria, passava agli oppositori notizie confidenziali sulle malefatte della giunta Marino. Un simile potere di ricatto, per essere davvero efficace come cemento invisibile della rete di scambi occulti, deve essere bidirezionale. Soltanto perché a sua volta ricattabile il dirigente apparirà affidabile agli occhi di chi ne protegge la carriera e ne copre i traffici: la sua forza scaturiva proprio dall’apparente debolezza del suo discutibile curriculum.

Lo scenario è desolante, ma c’è un lato positivo: nell’improbabile evenienza in cui il dirigente decidesse di collaborare con gli inquirenti ne vedremmo delle belle.

L’articolo Caso Marra: la corruzione si evolve, non si compra più la decisione ma il decisore proviene da Il Fatto Quotidiano.

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