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Un ministro marocchino dice di essere certo che nel maggio del 2010 Ruby Rubacuori fosse maggiorenne.  Di più: il responsabile della Funzione pubblica sostiene di custodire un certificato che lo proverebbe, giurando di averlo firmato lui stesso  quand’era funzionario nella circoscrizione in cui nacque la ragazza. La notizia, pubblicata da uno dei più importanti giornali di Rabat, ha fatto il giro dei principali siti on line e della stampa mediorientale, rimbalzando anche da noi. E qui, come è d’obbligo quando c’è di mezzo Berlusconi, si sono scatenate l’incredulità e l’ironia. C’è chi si  interroga sul perché il ministro marocchino si sia svegliato solo ora, cioè dopo che il Cavaliere è stato condannato, e chi chiede se la storia finirà come la parentela  tra  Ruby  e Mubarak, cioè nel ridicolo. Può darsi che gli scettici abbiano ragione e che la vicenda  della maggior età della ragazza si riveli più tarocca di certa mercanzia venduta dagli ambulanti nordafricani. 

In attesa però che qualcuno ci illumini, proviamo a immaginare gli effetti che avrebbe sul processo una simile rivelazione.  Prima di essere condannato a sette anni di carcere per il caso Ruby (uno per l’accusa di esserci andato a letto quando era minorenne, sei per  la concussione messa in atto al fine di  nascondere  la relazione con la giovane), Berlusconi in realtà è stato sputtanato. Nel 2009 la sua popolarità era ai massimi, sia per aver levato l’immondizia dalle strade di Napoli  che per aver evitato  ai terremotati abruzzesi di passare un inverno nelle tende o nei container. Poi arrivò la faccenda delle cene eleganti, le intercettazioni delle Olgettine, l’accusa di fare sesso con minorenni e in poche settimane il Cavaliere diventò lo zimbello di tutto il mondo. A tempo di record venne rinviato a giudizio e alla velocità della luce condannato, non senza che prima sfilassero in aula le bellone di Villa San Martino, con relativo interrogatorio a sfondo sessuale. L’immagine del Cavaliere venne demolita, la sua carriera politica quasi. 

Tutto a causa della minor età di Ruby Rubacuori. È quello l’innesco che dà il via al fuoco pirotecnico della Procura di Milano. Senza la minorenne non c’era ragione di indagare. Senza la minorenne sarebbe caduta l’accusa di aver fatto sesso con una ragazzina, ma soprattutto sarebbero crollate le motivazioni della concussione. Insomma, il processo e le accuse che portarono più di ogni altra cosa all’uscita di scena  (o per lo meno da Palazzo Chigi) di Berlusconi crollerebbero. Per dirla in quattro parole: verrebbe meno il movente.  Ribadiamo:  la nostra è un’ipotesi teorica, frutto di dichiarazioni da riscontrare di un politico del Marocco. Però se un documento dimostrasse ciò che il ministro sostiene vorrebbe dire che un falso assunto – cioè la minor età di Ruby – ha cambiato la storia politica di questo Paese, accelerando le dimissioni di un presidente del Consiglio regolarmente eletto.  

Vi chiedete perché prendiamo sul serio, anche in via ipotetica, una  notizia che invece andrebbe presa con le molle perché allo stato attuale non c’è nulla se non le parole di un fino a ieri sconosciuto ministro di Rabat? Semplice, perché i processi sommari non ci sono mai piaciuti e perché troppe volte abbiamo visto che ciò che sembra ovvio se non scontato, in realtà non lo è. Una prova  di ciò ci è stata fornita ieri dalla cronaca giudiziaria a proposito del cosiddetto caso Scajola. La vicenda è nota: qualche anno fa, indagando sulla cricca degli appalti pubblici, la Procura venne a conoscenza dei retroscena riguardanti l’acquisto di una casa di fronte al Colosseo. In pratica, l’allora ministro dell’Interno Claudio Scajola per 700 mila euro divenne proprietario di un’abitazione che valeva quasi il doppio e la cifra che lui risparmiò l’aveva versata sottobanco un imprenditore che lavorava, tra gli altri, per il Viminale. Scajola, che già dalla sua aveva una colpa terribile,  di essere di centrodestra e in sovrappiù di non essere simpatico a molti, finì nel mirino della Procura e dei giornali e non sapendo spiegare perché qualcuno avesse sborsato centinaia di migliaia di euro al suo posto fu condannato senza appello dall’opinione pubblica. La sentenza la emise lui stesso, quando presentandosi di fronte alle telecamere disse che se avesse scoperto che qualcuno aveva pagato a sua insaputa avrebbe preso provvedimenti. Una frase comica, alla quale un politico esperto e scaltro come Scajola s’impiccò. Ma pur sempre una frase, che non è punibile dal codice penale. 

Sono passati anni e l’ex ministro è stato indagato per finanziamento illecito, perché i magistrati non hanno trovato prova di corruzione o altro. Adesso il tribunale lo ha assolto anche dall’accusa minore, perché il fatto non sussiste.  Scajola davvero non sapeva. Incredibile a dirsi, vero?  Eppure per quel  pagamento a sua insaputa uno degli uomini più importanti del governo Berlusconi  fu costretto a far le valigie. Chissà se fra qualche anno scopriremo che anche qualcun altro, naturalmente sempre di centrodestra, fu indotto a levare il disturbo e a rinunciare a un ruolo politico. In tal caso chi ringrazieremo?

di Maurizio Belpietro
@BelpietroTweet


pubblicato da Libero Quotidiano

Cav e Scajola, innocenti a loro insaputa

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