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Ammasso di corpi senza vita, uno sull’altro, flaccidi, talmente uniti fra loro da sembrare un unico pezzo di carne. Stracci di cotone colorato coprono, a tratti, le loro nudità. S’intravede un volto, delle gambe, una pancia, una mano, una nuca.

Right now: Central Mediterranean Sea pic.twitter.com/YVZp7jHv4c

— Santi Palacios (@SantiPalacios) 25 luglio 2017

La foto è di Santi Palacios, fotogiornalista freelance pluripremiato, dell’agenzia Associated Press. È il 25 luglio 2017: a largo delle coste libiche, Santi immortala l’inferno. “No la prego, la tolga, non voglio vederla”. Fermo una signora in giro per negozi con la figlia maggiorenne al seguito. Le darebbe fastidio vedere questo scatto in tv? “Be’ dipende dall’orario, ci sono i bambini. Non andrebbe mostrata in prima serata, secondo me”. “Dici mamma? La tv del dolore sì e la realtà no?”.

Tiro fuori un’altra foto. È sempre di Santi Palacios. Cambio coppia. Fermo due simpatici pensionati che passeggiano con il giornale sotto il braccio. “Perché alcuni di loro hanno i giubbotti salvagente e altri no?” Guardi meglio: si vedono una decina di uomini seduti sul bordo del gommone e disposti a cerchio. Vegliano i cadaveri dei loro compagni di viaggio: un mucchio di corpi ammassato al centro dell’imbarcazione. “Mi faccia mettere gli occhiali. O Signore. È vera?” Purtroppo sì. “I vivi sembrano ipnotizzati dai cadaveri”. Stringe il braccio del marito. “Guarda amore”. Anche lui è visibilmente scosso: “Non avevo mai visto uno scatto così. Sono turbato”. Quindi, mi scusi, vorrebbe o no vederla in televisione questa scena? “Non lo so, devo pensarci. Ci rifletterò! Intanto la ringrazio”.

I complottisti spesso si divertono ad agitare fantasiose teorie sulle immagini shock della realtà. Proprio come nel caso, degli scatti ai corpicini senza vita di Aylan e di suo fratello Ghalib, tre e cinque anni. La mostro ad un uomo sulla quarantina, vestito bene ma con abiti sportivi. Perché va in giro a mostrare queste foto. È una provocazione? No, guardi è un fatto vero, risale al 2015: Aylan e Ghalib vengono ritrovati senza vita su una spiaggia di Bodrum, in Turchia da due gendarmi.

Gli scatti sono della fotografa e giornalista turca Nilüfer Demir. “Sembra che i due piccoli stiano dormendo con la faccia riversa sulla sabbia. Guardi è tremenda. Fa male! Ma non voglio sentirmi in colpa perché siamo stanchi di accogliere persone”. La domanda è un’altra: si mostrano o no in tv i corpicini di due bimbi morti annegati in mare mentre cercano di mettersi in salvo con i loro genitori? L’uomo è in fila per comprare i biglietti di un concerto con alcuni amici. “Non lo so. Ma forse no. Come facciamo a sapere che si tratta d’immagini vere? Sa quante fake news girano ormai! Anche le foto possono essere taroccate. E comunque no in televisione – forse – sarebbe meglio non trasmetterle. Ci sono i bambini”.

È vero, davanti alla tv ci sono i bambini. Quante altre immagini che vengono trasmesse, però, entrano violentemente nella testa dei nostri piccoli senza che ce ne accorgiamo? Il dibattito si accende. Una coppia, sempre in fila al botteghino, s’inserisce nella nostra chiacchierata: È nostro dovere guardare, è una foto scioccante, è vero, ma dobbiamo riempirci il cervello solo di cazzate? Evviva la tv dell’allegria. Del mondo buono. Certo, così non capiamo nulla di ciò che accade veramente nel mondo”. Bingo, forse ho trovato gli esperti tv con le idee chiare. Voi cosa guardate in televisione? “No, veramente non ce l’abbiamo”. Ah, ecco. “Ci informiamo su Internet: avevamo già visto questi scatti, alcuni inizialmente sono stati anche censurati dai social network, poi la comunità virtuale si è ribellata e adesso sono online anche se con alcune limitazioni nella visualizzazione”. Vero!

L’ultimo esperimento consiste nel mostrare dei video girati con una telecamera nascosta. Parla un trafficante di esseri umani.

Cambio interlocutori, vado al mercato. È giusto usare una telecamera nascosta per fare giornalismo? Una signora inglese, da 18 anni in Italia, mi risponde sicura: “Interessante! Si, certo. Questi video andrebbero trasmessi – però – solo in lingua originale”. Perché? “Danno l’impressione di essere finti se sono doppiati”. Ok, interessante. Mostro lo stesso video ad altri. La reazione è completamente diversa: “Mmm, non saprei. La telecamera nascosta sembra fatta apposta per attirare pubblico: per fare ascolti”. Veramente no, fanno più ascolti culi e tette, ma è un interessante punto di vista: uso della telecamera nascosta per attirare il pubblico. Ultimo video: si vede un uomo in piedi tirare fuori una busta dalla tasca della giacca e consegnarla ad un altro davanti a lui. È il passaggio di una mazzetta immortalato da una delle telecamere, nascoste nel locale della Commissione tributaria di Bari, dagli investigatori della Guardia di Finanza.“Bingo, cretino! Fregato”. La reazione del gruppo a cui mostro la sequenza di pochi secondi è pazzesca. C’è persino eccitazione mentre lo guardano. Nessuno ha dubbi: va assolutamente trasmesso in tv a reti unificate.

In tutte le redazioni il dibattito su ciò che è lecito e consentito nella professione, è vivo e aperto da decenni. È giusto mostrare in tv un cadavere? E il cadavere di un bambino? In guerra e alle frontiere, dove si perde il conto dei bambini uccisi o morti di stenti, vale la Carta di Treviso? Fingersi qualcun altro per accedere a posti e realtà off-limits a un giornalista, è lecito per scoprire la verità? E dare una telecamera nascosta a un complice? Poi c’è il grande tema: tutti possono andare in tv a raccontare e raccontarsi? Una delle critiche maggiori che ho ricevuto in quest’ultimo anno è stata aver mostrato in tv le manifestazioni dei movimenti estremisti di destra in Italia e all’estero: “Una minoranza che in tv diventa moltitudine” – mi hanno scritto molti spettatori.

Cosa è lecito mostrare e fino a che punto è un dovere far vedere? La mia posizione è nota: il racconto della realtà senza filtri è il mio lavoro, racconto la vita così come la morte, il bene così come il male. Poi è tutto relativo e serve sempre un confronto costante con chi la pensa diversamente, per migliorarsi. Il dibattito è aperto, purché a gestirlo non sia la politica, il potere, ma noi!

Questo post è la versione estesa della rubrica di Valentina Petrini nel numero di Fq MillenniuM dedicato al porno, in edicola dal 7 luglio per tutto il mese e disponibile sullo shop online

L’articolo Ci piace la tv del dolore, ma non vogliamo vedere quello vero proviene da Il Fatto Quotidiano.

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