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L’abbandono degli accordi sul clima di Parigi da parte degli Stati Uniti ha dato nuovo vigore alla strategia internazionale della Cina. È sulla lotta ai cambiamenti climatici e sulla transizione globale alla green economy che Pechino punta per costituire un’egemonia globale. E anche se non sono poche le contraddizioni – la Cina continua a essere il più grande inquinatore del mondo – l’offensiva ambientalista di Pechino arriva (quasi) sotto la Casa Bianca. Martedì scorso il governo della California, uno degli stati leader in America nella green economy, ha annunciato un piano di cooperazione con il ministero della Scienza e della Tecnologia della Repubblica popolare per lo sviluppo di tecnologie a energia pulita, sul commercio di slot di emissioni e altre opportunità di investimento a impatto “positivo per il clima”.

Le due parti hanno firmato una partnership sulle tecnologie pulite, puntando in particolare sul confinamento geologico dell’anidride carbonica e sullo sviluppo di sistemi informatici utili a monitorare le emissioni di inquinanti. Come spiega Reuters, l’accordo è stato firmato a Pechino dal governatore dello stato a stelle e strisce, il democratico Jerry Brown, e dal ministro cinese della scienza Wan Gang. “Abbiamo bisogno di una collaborazione molto stretta con la Cina, con le vostre imprese, le vostre province, le vostre università”, ha spiegato Brown rivolgendosi al pubblico cinese, poco prima di essere ricevuto dal presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping.

Poche ore prima, lo stesso governatore aveva definito “folle” la decisione del presidente Donald Trump di ritirare l’adesione agli accordi di Parigi sul clima, annunciata lo scorso primo giugno. Proprio in risposta a quella decisione, insieme ad altri due governatori democratici americani – Andrew Cuomo di New York e Jay Inslee di Washington – Brown ha fondato la U.S. Climate Alliance, un gruppo politico bipartisan che sostiene la difesa degli impegni presi da Washington e altri 194 paesi a Parigi nel dicembre 2015. L’accordo arriva meno di una settimana dopo il summit Cina-Unione europea di Bruxelles al termine del quale il premier cinese Li Keqiang aveva promesso di lavorare “con il massimo impegno” alla realizzazione degli obiettivi di Parigi. Un atteggiamento accolto con favore da questa parte dell’Atlantico e definito “responsabile” nei confronti del futuro del pianeta dallo stesso presidente del consiglio europeo Donald Tusk.

Che la Cina diventi capofila della lotta ai cambiamenti climatici è quasi paradossale. Il Paese di mezzo è infatti ancora oggi fortemente dipendente dal carbone ed è il primo importatore di petrolio al mondo. Pechino ha di recente sospeso le concessioni per nuove centrali a carbone, ma i risultati – in particolare in termini di inquinamento atmosferico in ampie zone del paese – stentano ad arrivare, anche perché il carbone, specifica il rapporto annuale del Centro Studi per le Imprese della Fondazione Italia Cina, costituisce il 60 per cento della struttura energetica cinese.

C’è poi un’altra contraddizione: chi loda la Cina è al tempo stesso chi impone politiche anti-dumping, soprattutto sui prodotti fotovoltaici. Gli investimenti pubblici e gli incentivi cinesi al settore hanno portato a un aumento vertiginoso della produzione e alla messa sul mercato mondiale a prezzi competitivi di prodotti cinesi. Questo ha condannato alla chiusura molte piccole medie aziende europee e americane. Di qui la decisione del 2015 di alzare barriere commerciali. Ma, forse più in funzione anti-Trump che pro-Cina, oggi l’Europa riconosce l’impegno di Pechino nella lotta ai cambiamenti climatici. E questo, nonostante i problemi cronici di inquinamento della Cina, non è un caso. Nell’ultimo decennio la sensibilità dell’opinione pubblica oltre Muraglia nei confronti dell’inquinamento atmosferico e dei possibili rischi sulla salute degli individui è sensibilmente aumentata. Dal 2012, si sono moltiplicate, ad esempio, le proteste a carattere ambientalista contro impianti industriali inquinanti e a favore di più solide politiche anti-smog. La leadership del paese, rinnovatasi proprio nel 2012 sotto la guida di Xi Jinping, ha così preso l’iniziativa. A novembre 2014 il governo ha fatto suo l’impegno di riduzione delle emissioni entro il 2030, di ridurre le emissioni del 60-65 per cento rispetto ai livelli del 2005 e di provvedere al riforestamento di 4,5 miliardi di metri cubi ancora sopra il valore del 2005. Obiettivi ambiziosi ma che oggi, sempre secondo il rapporto annuale della Fondazione Italia Cina sembrano “alla portata”.

Con un investimento annuo di 89,5 miliardi di dollari nel solo 2014, la Repubblica popolare è il più grande investitore al mondo in sviluppo di tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Idroelettrico, eolico e fotovoltaico trainano il settore: l’idroelettrico è già oggi la seconda fonte di approvvigionamento energetico del grande Paese di mezzo; oltre due terzi dei pannelli fotovoltaici del mondo; e oltre la metà delle pale eoliche del mondo sono prodotte qui. Tra il 2006 e il 2009 la capacità produttiva dell’eolico cinese è raddoppiata su base annua rispetto ai dodici mesi precedenti, arrivando nel 2012 a superare il nucleare.

Il solare è infine il terzo pilastro della svolta verde di Pechino. Nel 2015 l’ex Impero celeste è diventato il primo paese al mondo per capacità solare, con 43,2 gigawatt installati. A Liulong, nella provincia del Guangdong, Cina meridionale, ad esempio, Sungrow, azienda leader nel mercato delle celle fotovoltaiche, ha messo a punto un impianto fotovoltaico galleggiante installato in un bacino artificiale ricavato in una miniera dismessa. Secondo quanto scrive il New York Times, il sistema avrebbe già attirato l’attenzione dei vicini asiatici come Giappone, Vietnam e Singapore, paesi con un grande fabbisogno energetico ma scarse risorse territoriali per l’installazione di campi solari. “Questa tecnologia”, ha affermato uno dei responsabili del progetto al quotidiano newyorchese, “dimostra che la Cina mantiene il suo ruolo di primo livello nel settore fotovoltaico”.

di China Files per Il Fatto 

L’articolo Cina, dopo la retromarcia Usa sul clima il maggior inquinatore mondiale si propone come leader nella green economy proviene da Il Fatto Quotidiano.

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