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Trascorsa la giornata a farmi ostinatamente il “merito”, al solo scopo magari di “trarre el cervello di muffa”, nutrendo ahimè la serena convinzione che per fare qualcosa saperlo fare è piuttosto un handicap che una facilitazione, venuta la sera “mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio”, mi spoglio degli abiti curiali e indosso panni non meno comodi che sobriamente eleganti.

Quindi, ma senza essermi ingaglioffito “per tutto dì giuocando a cricca, a trich-trach, dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose”, come accadeva a Niccolò Machiavelli, “rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono” (Lettera a Francesco Vettori, 10 dicembre 1513).

Viviamo in tempi calamitosi. Non ci si meravigli allora se, ultimamente, mi capita spesso d’intrattenermi con Giunio Giovenale, senza sentire “per quattro hore di tempo alcuna noia” e dimenticando ogni affanno, immerso nel quadro impressionante ch’egli traccia nelle sue sedici Satire: eunuchi che prendono moglie; matrone con le mammelle ignude e il ferro in mano, che vanno alla caccia del cinghiale; barbieri divenuti milionari; delatori tanto più onnipotenti quanto più scellerati; tutori ladri e corruttori; governatori di province che ne sono i criminali depredatori; giovincelli svergognati e dissipatori che aspirano al comando delle coorti, giù giù sino alle più volgari delle corruttele: falsificatori di testamenti, matrone che si procurano la vedovanza con il veleno, folli giocatori d’azzardo.

Vite, insomma, quasi esclusivamente occupate nell’ingordigia e morti procurate dall’ingordigia. Come non trasferirmi, dunque, nell’antico poeta di Roma? Erano, anche i suoi, tempi calamitosi e tra i requisiti delle persone perbene che nutrivano un autentico sentimento morale non v’era forse, come capita ancor oggi ai maledetti “onesti”, lo sdegno nel vedere chi, cambiati i tempi, sappia conformarsi perfettamente ai nuovi e proseguire imperturbabile il corso della sua esistenza cinica e opportunistica? Nel 96 d. C., lo stesso senato che s’era piegato con zelo ai voleri dispotici di Domiziano, abbattuto che fu costui da una congiura di palazzo, elevò al trono Nerva, il primo degli imperatori adottivi.

I vecchi arnesi di un regime caduto in disgrazia riemergevano, dunque, con nuovi distintivi e riprendevano tranquillamente il cursus honorum oppure, quand’anche fossero stati condannati, potevano godere del frutto delle loro malversazioni. Quid enim salvis infamia nummis? prorompe Giovenale. Mario Prisco, proconsole d’Africa, dopo un processo di tre giorni era stato sì colpito dall’esilio, ma con il maltolto pressoché intatto. “A che l’infamia se salvo è il denaro?” (Sat. I, 48).

Plinio il Giovane, che aveva patrocinato i provinciali spogliati (Epist. II, 11-12), peraltro, neppure si rendeva conto di essere lui lo sconfitto: nel suo rifugio dorato Mario scialacquava il denaro rubato, ubriacandosi già dal mattino e infischiandosi dell’ira divina (Sat., I, 49-50). E la provincia, che pur aveva vinto il processo, rimaneva nella disperazione. Allora come oggi.

Sarà qualcosa di non troppo diverso a fare esplodere lo sdegno di Piero Calamandrei: vedere cioè gli uomini del vecchio regime scalzato dalla Resistenza tornare a poco a poco, camuffati, ai posti di comando. Certo, in Giunio Giovenale non si ritrovano le severe considerazioni del tolstojano Kostja Levin, il cui credo è che “che nessuna attività possa essere duratura se non ha per base l’interesse personale”, quantunque sia pure in un nebuloso retroterra l’antico poeta intuisca quello che sarà il principio primo della mentalità capitalistica, mescolandosi nella farrago del suo canto voti, timori, ira, piaceri, gioia, e affanni (Sat., I, 85-86): vissuto in una società nella quale la divaricazione tra classi agiate e il popolaccio s’andava sempre più approfondendo, egli ha ben presente la pervertita psicologia dell’uomo che mira al successo e al denaro, facendo di essi l’unica ragione e felicità di vita e che anzi li esaspera in forma di vizio e di turpitudine.

Nessuno scrittore di Roma osservò con più fissa ostinazione e vigorosa indignazione la nefanda strada della ricchezza: “Se vuoi essere qualcuno osa qualcosa che ti meriti il carcere (Sat., III, 73-74). Ecco perché è sommamente istruttivo conversare oggi con Giunio Giovenale. La sua, per dirla con Concetto Marchesi, è poesia rivoluzionaria e sociale; essa non ha né un tempo né un luogo, in quanto il poeta ha veduto in Roma e al suo tempo, quello che avrebbe veduto altrove e in ogni tempo.

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