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C’è una signorina molto carina che lavora in una certa filiale di Monte dei Paschi. Mia madre lo dice da anni e con carina non fa riferimento all’aspetto fisico quanto alla gentilezza e affabilità dei modi. Che poi detti toni vengano impiegati per vendere sapientemente costose polizze assicurative dai rendimenti discutibili è un altro paio di maniche. Credo che la signora gentile e il suo rapporto con mia madre abbiano qualcosa da insegnarci sul caso Mps, atteso che del pasticciaccio brutto a cui assistiamo in questi giorni avevo già scritto all’inizio e intuito l’epilogo anche prima (ok mi piace vincere facile).

Mia madre mi chiama quando sente alla Tv che è successo qualcosa agli azionisti e obbligazionisti di Banca Etruria e delle altre ex (not so) good bank, quando sente che se vince il No al referendum casca il monte e casca la terra e quindi non può non chiedermi con una certa frequenza se può stare tranquilla col suo conto al Monte dei Paschi di Siena (quello dell’impiegata carina che vende prodotti assicurativi). Io per sintesi le dico che se non possiede azioni o obbligazioni Mps può stare tranquilla (e ho da tempo verificato che non ne possiede, non sarò affabile come la signorina, ma ho ancora a cuore i suoi interessi).

In questo piccolo aneddoto familiare c’è una chiave di lettura che, in una fase delicata e complessa come quella che sta attraversando il sistema bancario del nostro paese, credo possa essere utile e significativa. Come sarebbe il mondo se, accanto alle lezioni di Educazione Artistica, tecnica, fisica e religione, insegnamenti notoriamente indispensabili a comprendere come funziona il mondo, a scuola insegnassero anche la differenza tra un’azione e un’obbligazione? Cosa comporta il fatto che questo non sia avvenuto e non avvenga?

Se provo a vendere acqua minerale spacciandola per Brunello di Montalcino difficilmente riuscirò ad ingannare qualcuno, visto che tutti hanno un’idea abbastanza chiara della differenza tra l’acqua e il vino. È invece relativamente semplice vendere azioni di un istituto di credito non quotato in borsa o obbligazioni subordinate di banche quotate come se fossero forme di risparmio con rischio analogo ai titoli di Stato. Sarà il caso di fare un pensierino ad un programma di educazione economica e finanziaria per le scuole dell’obbligo?

Intendiamoci, non si può pretendere che ogni cittadino debba sapere o abbia tempo (e voglia) di imparare cos’è un aumento di capitale, un credito deteriorato o come si calcola il Common Equity Tier 1 Ratio.

Ma il semplice possesso di poche nozioni di base, quale appunto la distinzione tra azioni e obbligazioni è sufficiente a porsi dei dubbi quando qualcuno, che magari ha un volto amico, toni affabili e nel complesso una figura rassicurante, ci sta propone del vino pregiato che ha le sembianze dell’acqua di rubinetto.

In questi giorni il debito pubblico del paese salirà di 20 miliardi di cui almeno 5 “ipotecati” per il caso Mps (al netto di altre eventuali necessità inerenti la dismissione delle sofferenze), un istituto che da solo in tre anni ha raccolto e vaporizzato 10 miliardi di aumenti di capitale. I contributi degli istituti “sani” al fondo di risoluzione che ha salvato le quattro banche sono stati ribaltati sui correntisti, mentre occorrerà probabilmente un aumento da 400 milioni per “ammortizzare” l’acquisizione da parte di Ubi di 3 delle 4 (not so) good bank. Questo per menzionare le cifre più evidenti e riconoscibili laddove vi sono costi indiretti (pensiamo al fatto che sui 13 miliardi che Unicredit si appresta a chiedere ai mercati si è ribaltato il peso del miliardo conferito al fondo atlante e dei contributi anticipati al fondo di risoluzione in precedenza). Insomma i costi ci sono, la mancanza di competenze tecniche nei risparmiatori ha di certo facilitato la sottovalutazione dei problemi e il ritardo nella ricerca di rimedi.

Con questo non intendo suggerire che la competenza sia sufficiente ad evitare disastri come quelli sperimentati negli ultimi mesi; in fondo tra gli azionisti e obbligazionisti delle banche venete o toscane che hanno subito ingenti perdite di recente c’erano anche esperti e investitori qualificati (a questo proposito andrebbe aperto un capitolo a parte dedicato alla fiducia…).

Quel che voglio sostenere è che, con ogni probabilità, un’alfabetizzazione di base su concetti economico-finanziari nella scuola media superiore potrebbe contribuire a ridurre sensibilmente i costi per la collettività derivanti dal misselling di prodotti di risparmio e dalla disastrosa amministrazione con finalità politiche degli istituti di credito.

@massimofamularo

L’articolo Cosa ci insegna il caso Montepaschi proviene da Il Fatto Quotidiano.

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