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Beati i ricostruttori di partiti, perché di essi è il regno della carta stampata. Pullulano infatti in questi giorni, sui grandi giornali dell’industria e delle classi dirigenti italiane, candidature o auto-candidature per “ricostruire” questo e quello, ma soprattutto il Pd, travolto dall’esito referendario del 4 dicembre scorso. Come se fosse patrimonio Unesco dell’umanità, il partito colonizzato da Matteo Renzi viene definito ancora come l’unica ancora di salvezza per il centrosinistra, extra Ecclesiam nulla salus.

Quindi Repubblica candida sorprendentemente l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, al fine di riorganizzare in questo caso non il campo Pd, ma quello della sinistra-sinistra, dai civatiani a Sinistra Italiana, forse a Rifondazione e tutti gli altri “cespugli”, come si diceva ai tempi botanici dell’Ulivo. Campo progressista, sempre a proposito di similitudini bucoliche. Hanno già il nome e la strategia, ma pare che non ne abbiano parlato con nessuno.

Da dove viene fuori, se non dalle schiume di Repubblica, questo progetto che pare già in una fase avanzata? Sarà che l’idea di una costruzione “partecipata” e “dal basso” della leadership non convince più nessuno e non pare neanche praticabile, perché quel “basso” non è in grado di scegliere alcunché, preso tra veti e anatemi, gelosie e difesa di rendite di posizione.

E tuttavia una leadership calata così, dall’alto, da parte del giornale filo-renziano per eccellenza, quello che si è più speso per fiancheggiare la resistibile ascesa dell’astro rignanese, dovrebbe sembrare indigeribile persino alle stampelle per vocazione. Ché poi alla fine il disegno quello è: trovare la stampella a Matteo, fargli mollare Verdini e Alfano.

Rimane il problema culturale e politico: che Renzi si trovi meglio proprio con Verdini (con il quale il sodalizio data da diversi anni) e con Alfano? Che condivida con Ala ed Ncd più cose, sul piano culturale e politico, di quante non ne condivida con uno di Sinistra Italiana, magari considerato da Renzi un giovane-vecchio barbagianni che si attarda ancora a ragionare di classi e disuguaglianza?

A cadavere ancora caldo, gli ballano attorno questi “ricostruttori”, i quali un momento prima stavano picconando le fondamenta del centro-sinistra. Come Gianni Cuperlo, sostenitore del Sì, che oggi torna alla carica parlando di un “campo aperto”. Ma perché si dovrebbe affidare la “ricostruzione” del centro-sinistra agli elettori del Sì, ai sostenitori del Jobs Act, ai guastatori dell’art. 18, a quelli che il sindacato è un ferro vecchio del Novecento? Costoro stanno bene nel Pd della scoppola, quello che ha perso il referendum. Dovrebbero pensare a ricostruire quel campo, non gli orti intorno. E a scegliersi un nuovo leader, dato che Renzi abbandona la politica.

Non si tratta di uno stigma su coloro che hanno votato Sì e hanno perso. Sono essi ancora “cittadini” del centro-sinistra? Certo che lo sono. Ma ognuno dovrebbe farsi un esame di coscienza e dirsi, in tutta onestà, quanti passi indietro occorre fare da parte di chi, votando l’invotabile in Parlamento o appoggiandolo nelle piazze e nell’opinione pubblica, ha spinto la sinistra fuori dal Pd, ha umiliato e vilipeso chi già stava a sinistra del Pd, ha costruito un’area (quella che “si vince al centro”) che rapidamente ha rinnegato i valori della sinistra o quel che ne restava dopo lo stillicidio “riformista” che dalla Bolognina arriva all’Ulivo e al “Care” veltroniano. Nessuna lettera scarlatta, nessun anatema. Ma stare fermi un giro no?

Mettersi a disposizione, ecco, ma con l’umiltà di dire “abbiamo sbagliato, non abbiamo capito”. E lavorare dentro il Pd, non fuori. Fuori, a sinistra, un leader, o una leader, andranno pur trovati: non ci si vorrà mica illudere che siccome il leaderismo renziano è uscito sconfitto, non abbiamo più bisogno di leader ma di movimenti dal basso? Qualcuno faceva il nome per esempio di Anna Falcone. L’avvocato del No è capace, e il futuro è aperto.

Ma un leader per fare cosa? Se stampella deve essere, allora perché non pensare a una saldatura su alcune questioni tra sinistra-sinistra e M5S? Certo, si dirà: il Movimento non accetterebbe, preferendo “andare da solo”. Ma Bersani nel 2013 pensava a una sorta di appoggio esterno del Movimento. Ecco, si potrebbe rovesciare quella prospettiva, e pensare a un appoggio esterno della sinistra, sulla base di un programma specifico. Evitando le solite secche della sinistra inconcludente o peggio dannosa: campo progressista, campo aperto, ma non camposanto.

L’articolo Crisi di governo, e se la sinistra si saldasse con il Movimento 5 Stelle? proviene da Il Fatto Quotidiano.

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