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Che cosa dobbiamo temere di più? La violenza antagonista di strada oppure il pessimismo antagonista di chi dice che tutto va male e l’Italia non si salverà, anzi è già morta e sepolta? Del primo genere di violenza penso di essere esperto perché mi è capitato di descriverla molte volte, in tanti anni di giornalismo. Ne ho vista di continuo, in epoche diverse. Rossa, nera o con il colore della follia individuale. Teste di ragazzi spaccate a colpi di spranga da altri ragazzi. Stragi provocate da bombe collocate da chissà chi. Infine il terrorismo diffuso di bande come le Brigate rosse, Prima linea e affini. Con mille delitti, poi sfociati nel super-delitto di Aldo Moro. 

Confesso di non aver mai provato paura per questo genere di violenza. Neppure quando mi sono reso conto che ero destinato a essere ucciso anch’io da una banda che si era messa a sparare sui giornalisti, convinta di fare la rivoluzione comunista. Non temevo nulla perché ero ben più giovane di oggi. Ma soprattutto perché sapevo che, prima o poi, quei gruppi armati sarebbero stati sconfitti dalla comunità dei cittadini pacifici. Ovvero dallo Stato repubblicano, dai nostri agenti di polizia, dai nostri carabinieri, dai nostri magistrati. 

Non è molto diverso il mio stato d’animo di oggi, benché il tempo sia passato anche per me. Le bande del 2013, quelle che abbiamo visto in azione a Roma e a Milano qualche giorno fa, non sono fatte di Superman imbattibili. Lo Stato può sconfiggerli in qualsiasi momento. A una condizione: i magistrati che devono giudicarli non si distraggano o non si lascino condizionare dalle pulsioni politiche personali.

Leggi l’approfondimento di Giampaolo Pansa

su Libero in edicola domenica 24 novembre


pubblicato da Libero Quotidiano

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