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Mario Isnenghi è uno dei più autorevoli storici italiani, ha insegnato nelle università di Padova, Torino e Venezia dove ha ricoperto anche la carica di presidente dell’Istituto veneziano per la Storia della Resistenza e della società contemporanea. Studioso dei conflitti fra le memorie nella storia dell’Italia otto-novecentesca, ha pubblicato fra l’altro: Il mito della Grande guerra, L’Italia in piazza, I luoghi della memoria, La tragedia necessaria. Da Caporetto all’8 settembre, Garibaldi fu ferito. Con la sua direzione, sono usciti i sette volumi di Gli italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai giorni nostri. Pluridecennale la sua militanza giornalistica nella rivista Belfagor per la quale ha firmato la rubrica “Noterelle”. Dalla “discesa in campo” di Berlusconi ha annotato le vicende del mal paese, ha fatto le pulci alla cronaca, con umorismo pungente e quant’è giusto amaro. Tutti gli articoli sono ora raccolti nel libro Diario di un arcidiavolo. Nell’Italia della democrazia liquida (1994-2013).

L’Italia in Piazza è uno dei suoi libri più importanti. La piazza quale teatro della vita pubblica. Dai moti del 1884 alle cannonate di Bava Beccaris, dai comizi interventisti alle adunate oceaniche del fascismo fino a piazzale Loreto e poi le grandi manifestazioni civili della Prima Repubblica compresi i funerali di personaggi come Enrico Berlinguer. E’ esagerato affermare che la piazza ora è principalmente virtuale?
E’ fuori luogo, un postulato interessato contraddetto dalla realtà. Quel libro l’ho scritto nei primi anni ’90 e già allora mi facevano capire che era in articulo mortis. Cosa che, in fondo, per uno storico poteva anche bastare. Ma non era così. E ogni volta che si riempiva Piazza san Giovanni, o che la destra minacciava di andare in piazza o ci andava per davvero, quando Berlusconi saliva sul ‘predellino’ arringando le folle o i parlamentari azzurri assediavano il tribunale di Milano sfidando i giudici con slogan e inni furenti, arrivavano le richieste stupefatte degli intervistatori spiazzati. O non si era detto che la televisione è tutto e la piazza non c’è più?

Che Italia è quella che predilige i social-network per discutere di politica e per far veicolare la protesta?
Direi un’Italia effusiva e sbrodolante che sogna forme di democrazia diretta, di libere espressioni dell’io, e non si accorge di prestarsi a continui autoinganni e manipolazioni. Capisco la straordinarietà dei nuovi mezzi tecnologici: per lavorare, fare la posta, anche e proprio per ‘esserci’, sentirsi vivi, relazionati, e connessi e al centro del mondo. Quanta solitudine – anche – in questo impertinente proporsi e imporsi, per entrare in rete e far sentire per una volta la propria voce. Ma, se la discussione è politica, quando si esaurisce il flusso discorsivo, quando finisce la discussione, chi ne tira le fila, chi e come decide come è andata? Un diktat esterno, uno che apre e uno che chiude? Così mi pare che stia avvenendo ed è inquietante. Mentre scrivo si è comunque consumato il flop del referendum Cinquestelle sulla legge per gli immigrati.

In queste settimane abbiamo assistito alla protesta dei forconi. A quale movimento del passato assomiglia? Giudica pericoloso lo spontaneismo?
Una bolla che si va già sgonfiando, no? In soli due mesi. Lo si può considerare augurale. Speriamo che altrettanto possa avvenire – che si sgonfino dall’oggi al domani – anche le bolle di due anni e magari di venti.

La politica ha perso ogni credibilità a causa di una classe dirigente corrotta e incapace di risolvere i problemi del paese. Non pensa che la cosiddetta casta altro non sia che lo specchio della società italiana? In fin dei conti Berlusconi è stato eletto nonostante le inchieste della magistratura…
E’ evidente, purtroppo. Elettori e rappresentati non sono tutti e per definizione meglio di tutti gli eletti. C’è stata una reciproca autorizzazione ad arraffare e frodare. Il criterio di lettura onnicomprensivo affidato alla parola “casta” ha dato però tutto quel che poteva dare in termini di sdegno e dissociazione critica. Sarebbe il caso di tornare a distinguere. E’ più difficile di una sanzione indiscriminata e dell’urlio selvaggio contro tutti e tutto, finiti col portar legna all’’antipolitica’.

Quale spiegazione dà lo storico alla mancanza di senso dello stato da parte degli italiani? E’ possibile che sia tuttora valido ciò che scriveva Leopardi: “…le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico de’ popolacci”?
Splendide pagine, ma le riprendono tutti ed è diventato un genere letterario, benissimo intonato al pregiudizio autodenigratorio. E’ noto che gli italiani disistimano gli italiani e si attorcigliano nel disprezzo di sé. (Neanche Il Fatto scherza!). Ora, qui, non è questione di ottimisti e catastrofisti o di bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, ma di sapere riconoscere i fatti, anche di lungo periodo, non solo affondando gloriosamente nel nostro fango quotidiano. Mi scuso se oso rammentare la portata storica del nostro Risorgimento: il dopo, il come va a finire – non bene d’accordo, ma non scordiamoci il prima, il durante; Mazzini, Garibaldi e Cavour non sono fatti in serie, sono personaggi d’eccezione e ce li ha l’Italia, non la Germania, che si unifica in parallelo. L’autocritica è una bella cosa, ma il bisogno di smitizzare tutto è suicida, tutte e solo ‘vittorie mutilate’, la retorica dell’antiretorica. Anche la Resistenza: un modo decente per non lasciarsi occupare-liberare solo dagli altri, la Germania non ha avuto niente di simile; eppure abbiamo un irresistibile bisogno di sporcarla. E avanti così sino a valutazioni e scelte più specifiche e vicine: l’università – il mio ambito professionale – vista solo dal buco degli intrallazzi. Veri. Ma perché non raccontare anche che, in Erasmus, gli studenti che ci venivano dall’estero erano meno bravi di quelli che ci mandavamo noi? Ora non più: abbiamo ‘fatto come l’Europa’.

L’informazione ha qualche responsabilità?
Ne hanno tutti, pro quota. E i giornalisti di più perché parlano a molti altri e contribuiscono a formarne il modo di pensare. Altro che filosofi, sono i giornalisti i nostri veri maitres-à-penser. Ma se lo rilevi – ricordo quante volte mi è capitato quando insegnavo ‘Storia del giornalismo’ e facevo tavole rotonde con loro – si schermiscono che no no, un giornale dura ventiquattr’ore e poi è carta da buttare. E’ un gettare il sasso e nascondere la mano, nascondere le proprie responsabilità: in sintesi, sul filo dei minuti, dare un nome e una gerarchia alle cose, via via che avvengono. Anche il ‘Silvio, Silvio’ – la personalizzazione della politica – non è solo il frutto di qualche centinaio di miracolati e miracolate in estasi davanti a chi gli ha detto ‘Alzati e cammina’; ma incentivi al leaderismo, un frutto della fiction televisiva che traduce le dinamiche pubbliche in storie private. Sarà dura, ma proviamoci: ritroviamo i cognomi, e ritroviamo i partiti.

Riuscirà l’Italia a diventare un paese laico?
E’ la cosa più difficile. Abbiamo un contropotere in casa, peggio, dentro di noi. Una capitale doppia, una cittadinanza doppia. ‘Doppia’, in realtà, vuol dire dimezzata. Il laico all’italiana è accomodante e arreso. Abbiamo oscurato una data fondante della nostra storia come il 20 Settembre. Ora siano tutti un po’ innamorati di Papa Francesco. Brava persona, a quanto si può vedere, forte, determinato, originale. Ma non è forse vero che si sarebbe accorsi, in piazza San Pietro e in televisione, a turibolare e fare inchini di fronte a qualunque scelta avesse fatto un centinaio di cardinali? Così ci riesce meglio, si capisce, ma la storia non si cancella, neanche quella dell’ordine dei Gesuiti.

tovato su: Il Fatto Quotidiano

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