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Nel dicembre 2013 Ahmed Maher, noto attivista politico e leader del movimento giovanile 6 aprile, è stato condannato per manifestazione non autorizzata a tre anni di carcere e a una multa di circa 7000 euro insieme ad altri due attivisti, Mohamed Adel e Ahmed Douma (che ha poi ricevuto un’ulteriore condanna all’ergastolo). Come pena accessoria, sono stati disposti tre anni di misura cautelare.

Il 5 gennaio 2017 Maher si è presentato alla stazione di polizia di al-Tagamu’ al-Khamis per l’avvio della misura cautelare. Lì ha appreso che avrebbe dovuto trascorrervi 12 ore al giorno, dalle 6 di sera alle 6 di mattina: in altre parole, un altro anno e mezzo di detenzione.

Nei primi quattro giorni, Maher è stato costretto a rimanere seduto in un corridoio buio, di fronte a una cella. In seguito, è stato posto in una piccola stanza di un metro e mezzo per due in un sottoscala. Nelle 12 ore che è costretto a trascorrere nella stazione di polizia gli è vietato usare dispositivi elettronici e non può incontrare familiari. A seconda dei turni degli agenti, gli viene negato anche l’uso dei servizi igienici. Ha chiesto un colloquio con la direzione della stazione di polizia, che gli è stato finora negato. Non può prendersi cura della madre malata, non trova un lavoro e non può proseguire a praticare la sua professione di ingegnere civile.

Mohamed Adel ha iniziato il periodo di misura cautelare il 22 gennaio 2017. A sua volta, è obbligato a trascorrere 12 ore, dalle 6 di sera alle 6 di mattina, presso la stazione di polizia di Aga, nel governatorato di Dakahlia. Non può usare il telefono cellulare e altri dispositivi elettronici e gli è vietato guardare la televisione. Ha chiesto un giorno alla settimana di annullamento della misura, per poter proseguire gli studi universitari al Cairo, ma la richiesta è stata respinta.

Abd el-Azim Ahmed Fahmy, conosciuto come Zizo Abdo, è stato arrestato nel maggio 2016 con l’accusa di istigazione a prendere parte a una manifestazione non autorizzata. Dopo cinque mesi di detenzione preventiva, è stato sottoposto a una misura cautelare consistente nel trascorrere due ore tre volte alla settimana nella stazione di polizia di Bolak al-Dakrour, al Cairo. Il 14 febbraio 2017 un tribunale ha ordinato la fine della misura cautelare e 45 giorni di carcere perché l’8 febbraio non si era presentato alla stazione di polizia. Il motivo: era stato arrestato in un bar e trattenuto per cinque ore in un’altra stazione di polizia. Il 26 febbraio un tribunale ha accolto l’appello di Fahmy ripristinando l’originale misura cautelare.

Maher, Adel e Fahmy: tre esempi di come le autorità egiziane stiano ricorrendo sempre più spesso a misure cautelari arbitrarie ed eccessive per perseguitare gli attivisti rilasciati dal carcere.

Secondo la normativa vigente in Egitto sulle misure cautelari da eseguire prima del processo o come pena accessoria alla condanna, le persone rilasciate devono trascorrere un certo numero di ore al giorno o alla settimana presso una stazione di polizia. Le misure cautelari vengono decise dai giudici ma il numero di ore da trascorrere presso le stazioni di polizia è lasciato alla discrezionalità delle autorità di polizia.

Gli ex detenuti, anziché presentarsi a una stazione di polizia per firmare il registro e poi andar via, hanno l’obbligo di rimanervi anche per 12 ore al giorno, durante le quali non possono ricevere visite né comunicare, se non con agenti di polizia. In caso di violazione, la legge prevede che le misure cautelari siano annullate e si torna in carcere. Ma in cosa consista la violazione, la legge non lo precisa.

Intrappolati per ore o mezze giornate nelle stazioni di polizia, impossibilitati a lavorare, viaggiare o continuare gli studi, gli attivisti egiziani stanno evitando di prendere parte a qualsiasi azione politica nel timore di finire nuovamente in carcere. Il governo egiziano ha così trovato un modo “soft” per tenerli sotto controllo e costringerli al silenzio: trasformare misure cautelari non detentive in una detenzione di fatto.

L’articolo Egitto: chiusi per ore nelle stazioni di polizia, ecco la via ‘soft’ per punire gli attivisti proviene da Il Fatto Quotidiano.

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