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di Marco Marangio

Era il 25 novembre del 2015 quando la vita di Raffaella Presta è stata portata via dalla violenza del proprio coniuge, Francesco Rosi. Due colpi di fucile. In casa, era presente il piccolo Filippo. Sei anni. Troppo pochi per reggere da solo e “comprendere” un tale dramma.

Da allora il processo, probabilmente uno fra i più complessi che il tribunale di Perugia abbia affrontato in materia, ha visto l’intervento anche e soprattutto della società civile a difesa della vittima. Difatti, le associazioni Liberamente donna, Rete delle donne antiviolenza Onlus e il Centro per le pari opportunità della Regione Umbra si sono schierate in una lotta civile e politica in difesa dei diritti lesi dall’impronunciabile reato in questione, costituendosi anche come parte civile nel processo, unitamente ai familiari di Raffaella (i genitori, i fratelli e il figlio della vittima).

Con la sentenza di primo grado dello scorso 12 luglio 2017 si è comunque giunti a un traguardo importante: il giudice Alberto Avenoso ha condannato Francesco Rosi (giudicato con rito abbreviato) a 30 anni di carcere, nonostante sia stato escluso l’aggravante della premeditazione. Per quanto riguarda invece il figlio Filippo è affidato agli zii materni. Quel che colpisce e su cui l’opinione pubblica dovrebbe riflettere parte, purtroppo, dalla data in cui è stato consumato l’omicidio: il 25 novembre, giornata nazionale contro la violenza sulle donne.

Benché alcuni portali di informazione evidenzino in termini di “maxi risarcimento” e di “cifre milionarie” la percezione del risarcimento danni dalle parti civili, è doveroso ricordare quanto le associazioni di cui sopra utilizzeranno tali somme per finanziare le attività e sostenere altre vittime di violenze, magari anche quotidiane. Ad ogni modo, è un bene che il piccolo Filippo non sia emerso nello storytelling dei media, fin troppo a caccia della notizia “facile” quando si tratta di episodi di cronaca nera come questo.

Di sicuro è un pregio dovuto alla collaborazione degli operatori sociali ma soprattutto del tutore e della rispettiva difesa legale che, proprio per la loro qualità, hanno saputo preservare la figura del minore sia dentro che fuori l’aula di giustizia. Episodi, anche così tragici e drammatici come l’omicidio Presta, mettono a nudo un lato della società italiana che non è ancora culturalmente pronta a combattere attivamente e sistematicamente il femminicidio e la violenza sulle donne.

Pare sempre più evidente che lo Stato intervenga, ma marginalmente. Proprio al 2015 risale uno degli studi più accurati e dettagli a riguardo (rapporto di Eures per Istat), che fotografa integralmente un “paradigma” comune con il caso Presta: nel 2014 le donne vittime di femminicidio sono state 152, il 45% delle quali con armi da fuoco; tra il 2000 e il 2013 il 31% è avvenuto per un movente passionale. Nonostante per Raffaella Presta sia stato raggiunto molto ai fini di “giustizia”, il processo non è ancora terminato.

La difesa di Francesco Rosi ha già preannunciato “gravame avverso” per la sentenza di primo grado. Il giudice, il dottor Avenoso, dovrà rendere note le motivazioni della sentenza di primo grado entro 90 giorni dalla lettura del dispositivo effettuato in udienza, spiegando l’esclusione dell’aggravante della premeditazione, dei futili motivi e della crudeltà.

Frattanto, si dovrebbe riflettere e meditare. Nel proprio piccolo, nelle proprie case. Affinché si possano prevenire tragici e irrimediabili epiloghi, per il bene di giovani e grandi donne e dei più piccoli.

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L’articolo Femminicidio, condannato a 30 anni il marito di Raffaella Presta. Ma la giustizia è ancora lontana proviene da Il Fatto Quotidiano.

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