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“S’ode a destra uno squillo di tromba
a sinistra risponde uno squillo
d’ambo i lati calpesto rimbomba
da cavalli e da fanti il terren…”.
(Alessandro Manzoni, Il Conte di
Carmagnola, atto secondo).

Soffia un brutto e gelido vento di traverso sul Vecchio Continente, l’inverno delle nostre paure è calato come un maglio sull’Europa che sognava l’unità e si ritrova divisa e incollerita, alle prese con spettri che si aggirano furiosi per destabilizzarne le fragili fondamenta: i migranti; il terrorismo islamico; la doppiezza turca; la Nato pilotata da Washington che schiera le sue forze ai confini russi; Mosca che denuncia la provokatsija e rilancia con impressionante dispiego di forze, per rivendicare il controllo sulla sua “area di influenza”. E ancora: gli insolenti e devastanti estremismi di destra; la sfida dell’Est, cioè dei Paesi contrari alle politiche di Bruxelles; le divergenze sempre più critiche sullo sviluppo economico anche tra i vecchi soci dell’Ue; i dissensi sulla politica finanziaria che Berlino vorrebbe continuare ad egemomizzare; la Grecia che soccombe; i debiti pubblici di Italia, Spagna, Francia che aggrediscono i rispettivi Pil.

Insomma, il progetto europeo annaspa, rischia di crollare. Quanta ipocrisia nei proclami e nelle dichiarazioni d’intenti di un’Europa unita in armonia e benessere, quando è evidente che molti Paesi non sono riusciti a cogliere i cambiamenti … C’è chi evoca analogie tragiche, chi annuncia con strepito che siamo alla vigilia di una terza guerra mondiale, c’è chi soprattutto denuncia la cronica debolezza europea, il nodo vero di una sventurata situazione. L’Unione Europea è sballottata dagli umori bellicosi di Mosca e Washington, né Russia né Stati Uniti vogliono un’Europa che sia autonoma sul piano militare. La creazione di una forza multinazionale, guidata da un comando comune e finanziata da denaro europeo, non è gradito. Non a Occidente. Non ad Oriente. L’equazione stessi interessi stessi nemici non funziona. Non ha mai funzionato. Fin dal lontano 1954, quando l’idea fu caldeggiata da Alcide De Gasperi, allora presidente dell’Assemblea parlamentare della Ceca, la comunità europea del carbone e dell’acciaio (Benelux, Italia, Francia, Germania Occidentale): quattro Paesi erano d’accordo, ma Italia e Francia temporeggiarono. I francesi avevano altro a cui pensare, l’Indocina, l’Algeria, la decolonizzazione incalzante; Roma sperava di barattare il consenso con la soluzione del problema di Trieste. De Gasperi morì il 19 agosto, e la Ced (Comunità europea di Difesa) con lui. Ogni volta che venne riesumata, ci pensarono gli Stati Uniti a scoraggiarla: che bisogno c’è, se siete dentro la Nato e se abbiamo un nemico comune, cioè l’Urss?

Un po’ quello che sta succedendo in questi ultimi mesi. La debolezza intrinseca dell’Unione Europea sta tutta nella sua incapacità di avere una strategia difensiva unitaria e non preda, di volta in volta, delle necessità di alcuni Paesi rispetto ad altri, come è il caso attuale delle repubbliche baltiche che temono l’effetto Crimea a loro danno. Così, ancora una volta, e forse mai come ora, l’Unione europea si guarda allo specchio e non vede nulla. Voleva e vuole essere grande e libera. Si riscopre ostaggio di conflitti “ibridi” e alleanze assai variabili, vittima della nuova e rischiosa crisi Est-Ovest che qualcuno ha definito “magmatica”, come un fiume di lava rovente che scivola giù dal vulcano delle nostre illusioni. Persino il Sultano di Ankara, al secolo un sempre più arrogante Recep Tayyip Erdogan, il 3 ottobre scorso si è concesso il lusso di fustigare la politica “inconsistente” degli Stati Uniti in Medio Oriente, mettendo in guardia l’Unione Europea, o mantenete la promessa di abolire i visti, o…, e quei puntini di sospensione pesano come una minaccia, un’altra minaccia dopo lo scenografico dispiegamento dei missili Iskander nell’enclave di Kaliningrad che si trova tra Polonia e Lituania, puntati su Varsavia e Vilnius e Riga. Erdogan abbaia, forte dell’appoggio di Mosca e del patto “eurasiatico” prospettato dal padrone del Cremlino.

Il disegno di zar Vladimir è assai chiaro. Putin ha un ambizioso obiettivo: “Provocare una divisione tra la Turchia e la Nato e raccattarne i benefici”, è la sintetica spiegazione di Alexander Shumilin, direttore del Centro per le Analisi sui Conflitti in Medio Oriente presso l’Istituto degli Studi su Usa e Canada dell’Accademia russa della Scienze. Il tetto della Turchia è vuoto, spiega Cahit Armagan Dilek, esperto di politica estera e di sicurezza, il 12 ottobre sul quotidiano Aydinik (nazionalista, proeurasia), “noi non abbiamo un sistema antiaereo per difenderci, sinora si medicava l’aiuto della Nato. Ormai, la Turchia ha bisogno di un proprio sistema di difesa, non importa se sia affidato a degli S-300 o S-400”. I missili russi. Già nel 2015 la Turchia voleva acquistare dalla Cina un sistema di difesa antimissile, ma le forti rimostranze Usa e degli altri alleati Nato costrinsero Ankara a rinunciarvi. Non dobbiamo dimenticare che la Turchia, dopo gli Stati Uniti, è il membro Nato più importante, per dislocamento di forze armate.

Insomma, l’Unione europea dimostra d’essere ancor più piccola e debole di quello che è in realtà, se solo volesse ragionare in nome di un’intesa difensiva. Il problema è che nessun partner europeo vuole dipendere da un Comando unitario, come invece succede nella Nato. Bruxelles è di fatto prigioniera del rinnovato – ed aggiornato ai tempi della cyberguerra – Grande Gioco tra le superpotenze. Che non hanno scrupoli nel beneficiare delle divisioni. Lo scorso 7 ottobre, per esempio, la Reuters ha segnalato, in un dispaccio d’agenzia, il transito continuo lungo il Bosforo di navi russe “talmente cariche che la linea di galleggiamento non era più visibile”. Due giorni prima i jet di quattro Paesi Nato (Norvegia, Francia, Spagna, Gran Bretagna) si sono contrapposti a dei bombardieri russi Tupolev 160 (Blackjack in codice Nato) che volavano ai limiti di quella che i militari definiscono le rotte delle aree di influenza, tra l’Artico russo e il golfo di Biscaglia. Come ai tempi della prima Guerra Fredda.

Il ritratto che l’Europa offre, in ultima analisi, è quello di un aggregato condominiale litigioso ed isterico. Frutto di alleanze infide e di risorgenti diffidenze storiche; preda di ondate populiste e pericolosi rigurgiti nazionalisti. Capace, al massimo, di esprimere – per ora teoricamente – l’alternativa eventuale di un esercito di frontiera (paradossalmente, le Guardie di Frontiera sono il corpo militare escogitato dall’Unione Sovietica che Putin ha appena rafforzato, dirottandovi 140mila poliziotti), delegando dunque di fatto la difesa alla Nato. Nulla di nuovo, perciò, sul fronte orientale. Tanto chiasso, e poca sostanza. Per la gioia di Mosca e la soddisfazione di Washington. Dovremmo chiamare l’Unione Europea più correttamente e realisticamente Disunione Europea. Cittadini DE: ognun per sé, e Dio per tutti. Già, ma quale Dio? Morale della favola: si salvi chi può.

L’articolo Guerra Fredda Mosca-Nato ai confini russi. Effetto della crisi dell’Unione Europea, che non sa più garantire la pace proviene da Il Fatto Quotidiano.

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