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Le reazioni violente sono state tante. C’è chi ci ha invitato su Twitter “a fare la valigia e farmi esplodere altrove”, chi ci ha definito “traditrici”, un altro che, in un messaggio privato, ci ammonisce, dicendo “vedremo se tra cinque anni sorriderete ancora”, non sapendo che tra noi ci sono persone sposate da 25, 20, 15 anni e con figli, famiglie che hanno superato guerre e tumori con pazienza, fede e il sorriso sulle labbra; infine, non si contano coloro i quali fanno riferimenti sessisti sull’attrazione per l’esotico e altre amenità volgari e senza rispetto.

Ma noi spose felici di mariti musulmani andiamo avanti. Perché la campagna online #hosposatounmusulmano che è nata dal consiglio non richiesto che il quotidiano “Libero” ha dato alle donne europee due giorni fa, con il titolo “Care donne europee, sposare un islamico è una follia pericolosa”, adesso ha anche il sostegno di 120 donne italiane, sposate a uomini marocchini e che vivono in Marocco. Ieri hanno firmato un lettera aperta, consegnata all’Ansa. Qui, facendo riferimento, così come ha fatto “Libero”, a Valeria Collina la madre italiana dell’attentatore di Londra, già sposata e divorziata da un cittadino marocchino, fanno sapere che questa follia “è motivo di crescita e conoscenza” e che “la diversità non significa essere migliori o peggiori, vuol dire vivere l’essere differenti come una ricchezza e non come un ostacolo”. La lettera centra il punto chiave della campagna, dove l’hashtag #hosposatounmusulmano equivale a dire #hosposatounapersona.

Purtroppo, negli ultimi anni, il termine musulmano e/o il bruttissimo “islamico” non sono più usati come riferentesi a un’appartenenza religiosa ma come se fosse un’etnia, una “razza”. Occorre restituire al termine la sua proprietà ed è una battaglia culturale: come dire che #blacklivesmatter equivale a dire #alllivesmatter ma siamo costrette a mettere l’enfasi su #black.

La vera follia, come dicono le 120 donne nella lettera, “è sposare uomini non educati all’amore e al rispetto e di questi uomini ce ne sono ovunque e in tutti i credo” e i nostri mariti, “architetti, ingegneri, avvocati, dottori, insegnanti, studenti e operai, sono desiderosi di pace e di considerazione come tutti, non certo pericolosi terroristi “pronti a farsi esplodere ovunque”. Ed è questa generalizzazione che ci fa male. Sentirsi dare della moglie del terrorista ogni giorno per anni da conoscenti ignoranti e provocatori, è un conto: scivola via e fa parte delle discriminazioni quotidiane a cui siamo abituate; un altro è lanciare a mezzo stampa consigli non richiesti, dichiarare, senza mezzi termini, che in ogni musulmano alberga un patriarca violento nel 100% dei casi e che ogni donna sposata con un uomo di questa tradizione religiosa è destinata per certo a violenze domestiche e limitazioni della libertà. Per fortuna non succede a noi, e non succede alla maggior parte delle donne che fanno questa scelta, nonostante ci siano numeri importanti sui quali si basano le affermazioni di “Libero”, realtà che non neghiamo e di cui nessuno può e deve ignorare l’esistenza fornendo a queste donne appoggio, aiuto, consulenza.

Però non ci stiamo a farci schiacciare da una narrativa sempre più pressante. Così come, nonostante i casi di femminicidio in Italia nel 2016 siano stati 120, nessuno si sognerebbe di dire in questo Paese che gli uomini italiani sono assassini di donne nel Dna e noi men che meno, né qui né altrove; allo stesso modo chiediamo che lo stesso ragionamento venga applicato su uomini di altre nazionalità, culture e religioni. Uomini pazienti e che sanno amare, incontrando le donne sul piano dell’umanità comune e del rispetto reciproco, esistono. In questo caso e nel nostro caso, sono musulmani e noi li abbiamo trovati. Fatevene una ragione.

L’articolo #Hosposatounmusulmano, 120 donne italiane contro Libero: “Nostri mariti desiderosi di pace” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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