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Un’altra giornata di caccia andata a vuoto. Di Norbert Feher, alias Igor Vaclavic (gli inquirenti sono riusciti a cristallizzare la vera identità dopo un lungo lavoro di incroci), ancora nessuna traccia utile che possa portare alla sua cattura. Le uniche certezze arrivano dalle analisi sui campioni di Dna trovati sui luoghi dei delitti. Corrispondono. Tradotto: “il russo” ha ucciso sia Davide Fabbri nel suo bar di Riccardina di Budrio, sia la guardia venatoria Valerio Verri a Portomaggiore. Ma questi due potrebbero non essere gli unici omicidi che il ricercato ha sulla coscienza. I magistrati di almeno tre procure – scrive Repubblica – sono al lavoro per piazzare al posto giusto i tasselli di un grande mosaico criminale. Una lunga scia di sangue, rapine e furti che si è battuta come una piaga tra le province di Bologna, Ferrara e Ravenna negli ultimi anni.

Il primo caso risale al 9 settembre del 2015. Una banda composta da tre uomini dell’Est Europa entra nella casa del pensionato Pier Luigi Tartari ad Aguscello, nel Ferrarese. L’anziano viene immobilizzato e ucciso a botte. Patrik Ruszo, Costantin Fiti e Ivan Pajdek vengono arrestati e condannati per l’omicidio. Sono tutte vecchie conoscenze di Feher, con cui il serbo di 41 anni in passato ha compiuto una serie di blitz nei casolari della zona. Non ci sono però abbastanza elementi per associare il suo nome al massacro. Ma dalla casa di Tartari vengono portati via due fucili da caccia, tra cui una doppietta, che gli inquirenti sospettano possano essere finiti nelle mani del “russo”.

Ed è proprio con un fucile che il 30 dicembre 2015 viene uccisa una guardia giurata di Savio, nel Ravennate. L’auto di Salvatore Chianese viene colpita da uno sparo. Lui tenta di reagire, ma il bandito è più svelto e lo fredda con un secondo colpo in piena faccia. Viene aperta un’indagine a carico di ignoti, anche se nelle ultime ore cresce la convinzione che dietro il delitto ci sia l’ombra di Feher. Perché la tecnica usata per l’agguato è simile a quella andata in scena la notte tra il 29 e 30 marzo scorsi, quando un uomo con l’accento dell’Est strappa una Smith&Wesson 9×21 “argentata” a una guardia giurata della Securpol, intervenuta per un controllo a Consandolo, nel Ferrarese, dopo che era scattato l’allarme in una piadineria. Contro la sua auto viene sparato un colpo. Il metronotte resta pietrificato mentre il rapinatore gli sfila l’arma dalla fondina. Siamo vicino ad Argenta, una zona che “il russo” conosce come le sue tasche. E’ qui che negli anni ha messo a segno una serie di colpi che gli sono costati il carcere. Ed è sempre qui che è sempre tornato a rifugiarsi nonostante due decreti di espulsione e un mandato di cattura europeo spiccato dalla Serbia per rapina e violenza sessuale.

Si arriva al primo aprile scorso. A Riccardina di Budrio, poco meno di trenta di chilometri da Consandolo, nel Bolognese, Feher entra nel bar di Davide Fabbri. Impugna una doppietta da caccia. Vuole l’incasso. Il barista reagisce e cerca di disarmare il rapinatore che rimane ferito ma riesce lo stesso a estrarre una pistola e a fulminare con un colpo al torace il povero Fabbri. L’arma, ricorda la moglie, era “argentata“. E la perizia balistica conferma che si tratta di una calibro 9×21, con ogni probabilità la stessa portata via alla guardia giurata di Consandolo. E’ da questo momento che scatta la caccia al “russo”.

Ma la spirale di morte non si ferma. L’ultimo atto va in scena sabato scorso a Portomaggiore, nelle valli di Argenta. Due guardie volontarie si imbattono in un uomo. Lo scambiano per un cacciatore di frodo. Cercano di fermarlo. Ma il serbo sentendosi braccato spara. A terra rimangono Verri, morto, e il collega Marco Ravaglia, gravemente ferito, a cui Feher ruba la pistola. Le analisi del Ris di Parma confermano che è stato lui a uccidere a Budrio e a Portomaggiore. A dirlo è la corrispondenza delle tracce di sangue trovate fuori dal bar di Fabbri e all’interno del Fiorino bianco utilizzato per la fuga e abbandonato subito dopo l’omicidio di Verri, i cui funerali verranno celebrati sabato. Nelle ultime ore è emerso che a cavallo dei due omicidi un uomo armato di accetta ha tentato di rubare un furgoncino a un cittadino pachistano ad Argenta. La rapina non è andata a buon fine e non è mai stata denunciata, ma gli investigatori hanno raccolto la voce in paese.

Da quel momento in poi Feher-Vaclavic diventa un fantasma. Per dargli la caccia nelle oasi tra Marmorta e Campotto sono stati sguinzagliati gli uomini dei reparti speciali dei carabinieri. Ma finora il serbo resta fuggiasco. Si sposta di notte e riposa di giorno, imboscandosi tra canneti, campi e acquitrini o in un vero e proprio nascondiglio mimetizzato in questi 40 chilometri quadrati che da giorni vengono scandagliati palmo a palmo. Forse è riuscito a guadagnarsi la fuga attraverso uno dei tanti corsi d’acqua a bordo di un barchino, il cui furto è stato denunciato qualche giorno fa da un contadino. Gli inquirenti sono sempre più convinti che qualcuno lo stia aiutando. Sempre che si trovi ancora qui.

L’articolo Igor Vaclavic, la fuga continua. Tre procure indagano: “La sua firma anche su altri delitti” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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