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I referendum che si sono tenuti in queste settimane, dalla Catalogna alla Lombardia e al Veneto, nonostante il successo di popolo sembrano per ora aver conseguito magri risultati reali: il governo di Madrid commissaria la Catalogna e Puigdemont è in fuga, mentre il governo italiano ha affermato di non voler trattare di materie fiscali con le Regioni dei referendum. Le ragioni principali dello scarso peso attribuito a manifestazioni popolari in fondo imponenti sono due: una ideologica ed una economica.

L’origine del concetto attuale dello Stato moderno nasce con l’Illuminismo francese: lo Stato è il prodotto del contratto sociale tra i cittadini e ne garantisce i diritti inalienabili, messi per iscritto a Parigi nel 1789: “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune… Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione”. Il problema pratico del garantire i diritti dei cittadini stava nell’individuare la Nazione e nel conferirle il potere necessario. L’Illuminismo, giunto ormai al termine della sua spinta propulsiva, lasciò il campo al Romanticismo che però trovò soluzioni insoddisfacenti, venate di razzismo.

In Italia il Romanticismo non fu una corrente letteraria e filosofica forte, ma fu comunque in grado di esprimersi in questo senso: ad esempio Alessandro Manzoni riconosceva la nazione italica “una d’arme, di lingua, d’altare/ di memorie, di sangue, di cuor”. E certamente il Risorgimento e l’unità d’Italia si fecero su queste basi. Basi che però sono rinnegate dalla nostra Costituzione che ripudia la guerra e nell’Art. 3 scrive: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione […]”. L’unità di sangue, di altare, di lingua di Manzoni sono obsolete di fronte al rifiuto delle distinzioni di razza, di lingua, di religione della Costituzione: i nazionalismi ottocenteschi erano tutti vagamente o dichiaratamente razzisti e oggi sono diventati inaccettabili.

Oggi non è possibile rifondare uno Stato democratico e riscriverne la Costituzione senza metterci dentro un articolo come l’Art. 3 della nostra Costituzione o il quasi esattamente equivalente Art. 14 di quella spagnola; e se gli indipendentisti catalani pensavano di fare una secessione per scriversi una Costituzione che privilegiasse legalmente una presunta etnia catalana, la loro idea era inaccettabile; se invece volevano scriversi una Costituzione che dicesse che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge a prescindere da lingua e razza, la secessione non serviva perché la Costituzione spagnola dice già questo.

La seconda premessa storica dell’unità nazionale è pragmatica: il popolo si autodetermina e usa le sue risorse, rese comuni attraverso l’imposizione fiscale, per pagare i costi dei propri diritti. Giuseppe Giusti, che di Manzoni era contemporaneo, espresse in forma ironica questo principio: entrato nella chiesa di Sant’Ambrogio e trovatala gremita di soldati austro-ungarici supera un moto di ripulsa, si commuove per il coro di quelli, e conclude che la sua antipatia istintiva è motivata dal fatto che quei soldati sono “strumenti ciechi d’occhiuta rapina”: Vienna ladrona. Ciò che sfugge al Giusti è che qualunque capitale è ladrona perché esige le tasse dai cittadini, e con Roma in Italia o Bruxelles in Europa non andrà meglio, né andrebbe meglio se i proventi delle tasse rimanessero a Milano o a Venezia.

Oggi questo è ancora più vero di allora, perché il cittadino allo Stato chiede molto di più di quello che sembrava ragionevole chiedere ai tempi di Giusti e di Manzoni, e ciò che si chiede occorre pagarlo. Anche una autonomia esclusivamente fiscale ed economica è il sogno, dettato dalla tirchieria, di pagare meno tasse piuttosto che un progetto realistico, per due ragioni: in primo luogo non tutti i costi dello Stato sono proporzionali al numero di abitanti, e una entità amministrativa troppo piccola potrebbe non essere in grado di erogare certi servizi in modo ottimale.

In secondo luogo lo Stato non è soltanto un percettore di risorse fiscali, ma anche un committente dell’industria privata: non pochi soldi pubblici sono stati usati per acquistare prodotti di industrie (lombarde? catalane?) o sono stati spesi (bene? male?) per realizzare servizi nelle regioni dei referendum. La finanza catalana si sta trasferendo in altre regioni della Spagna proprio perché la Catalogna le sta stretta, ed è prevedibile che in un regime di autonomia economica spinta qualcosa di simile potrebbe accadere anche in Veneto o in Lombardia: perché le industrie lombarde e venete molte commesse le prendono dallo Stato unitario, non dalla Regione.

L’articolo Indipendenza fiscale, da Barcellona a Venezia la colpa è sempre della capitale ladrona proviene da Il Fatto Quotidiano.

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