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La sentenza era attesa, ed è arrivata proprio l’8 marzo, una coincidenza fin troppo simbolica: sono due gli anni di carcere comminati dalle autorità iraniane ad una delle attiviste arrestate alla fine del 2017 per aver manifestato senza il velo. Forse è Vida Movahed, la prima ad averlo sventolato in pubblico, e adesso il rischio è che le altre 35 arrestate per lo stesso ‘reato’ la seguano.

L’accusa di “aver incoraggiato la corruzione morale in pubblico”, secondo la sentenza, trova la chiosa perfetta nell’affermazione della massima autorità politica iraniana, Ali Khamenei, affidata a Twitter: “Nella logica islamica il ruolo della donna è inserito in una cornice precisa. Una donna islamica è colei che è guidata dalla fede e dalla castità. Mentre oggi c’è un quadro deviante, un modello di donna che è offerto dall’Occidente. Promuovendo un codice di abbigliamento modesto (l’hijab) – ha continuato l’Ayatollah – l’Islam ha bloccato la tendenza che vuole portare le donne a quello stile di vita deviante. Hijab significa immunità, non restrizione”.

By promoting modest dress (#hijab), #Islam has blocked the path which would lead women to such a deviant lifestyle . Hijab is a means of immunity not restriction.

— Khamenei.ir (@khamenei_ir) 8 marzo 2018

Un’affermazione che dovrebbe far riflettere chi, magari con intenti antirazzisti, si applica a minimizzare la portata simbolica politica dell’uso del velo. Inna Shevchenko e Pauline Hillier, il cui libro Anatomia dell’oppressione presto arriverà in Italia, analizzano il fondamentalismo religioso sottolineando come tutte le religioni rivelate usino il corpo delle donne come indicatore della loro visione relazionale tra i generi, sancendo e istituzionalizzando la disparità di potere proprio attraverso il dress code nello spazio pubblico, a partire dai capelli:

“È la testa delle donne che riceve il primo forte schiaffo. Da sola essa condensa una quantità di regole e morali ingiuste e assurde, dettate unicamente dal cristianesimo, dall’ebraismo e dall’Islam. Per controllare la testa delle donne le religioni non trascurano nessun aspetto: se nei loro occhi brilla l’intelligenza esigono che li abbassino, se nei loro sorrisi si leggono la gioia e la soddisfazione loro le reprimono, se fra i loro capelli soffia il vento della libertà e dell’indipendenza li devono nascondere, se nei loro cervelli si formano pensieri loro li formattano, se la loro bocca esprime la loro opinione loro la imbavagliano e se le loro orecchie registrano il sapere, loro le tappano. La testa delle donne viene passata al setaccio dall’esterno all’interno”.

Ali Ahmad Said Isbir, in arte Adonis, uno dei massimi poeti siriani moderni non è meno categorico nel suo testo Violenza e Islam: “La legge religiosa deve essere estranea a quella civile: mentre le altre donne possono scegliere tra la sottomissione a Dio e la libertà le musulmane non possono. Il velo è un simbolo: il velo sulle donne è un velo sulla ragione, le rende un’astrazione, un mero luogo di piacere.

La giornalista iraniana esule in Europa Masih Alinejad lanciò nel 2014 dalla sua pagina Facebook La mia libertà clandestina invitando le donne musulmane a togliersi il velo e a mandare immagini del loro gesto liberatorio: ne giunsero a migliaia, alcune anche da uomini che le supportano.

Brandito come scelta di libertà contro la dissolutezza dei costumi occidentali, contro l’occidente tout court o come conferma dell’appartenenza identitaria al paese e alla religione d’origine il velo è oggetto di un dibattito per nulla pacifico anche dentro ai movimenti delle donne in Italia e in Europa, spesso dimenticando o sottovalutando che l’ossessione per la necessità di controllo sul corpo femminile, insieme al richiamo alla ‘modestia’, sono tra i segnali iniziali e più nitidi di ogni processo totalitario.

“In Iran a partire dalla fine degli anni 70 le donne (e le ragazze) sono state condannate a morte per essere ‘impropriamente coperte’. In Algeria durante il buio decennio degli anni 90 donne e ragazze sono state sgozzate perché non portavano il velo. In Afghanistan sotto i Talebani le donne venivano uccise se non erano coperta dalla testa ai piedi. In Nigeria decine di ragazze sono state rapite, convertite forzatamente e obbligate al burka – ricorda la sociologa algerina Marieme Helie Lucas dalle pagine di Women Living Under Muslim Laws – Questo non avrebbe nulla a che fare con ‘il diritto di velo’ che attualmente è difeso da belle ragazze sui canali televisivi  dell’Europa occidentale? Domando: si può essere ciechi fino a questo punto? In Europa velarsi sarebbe solo una scelta personale, magari ‘di moda’, mentre nel resto del mondo è imposto alle donne e la disobbedienza o la resistenza sono punite con la morte? In Europa, quindi, si tratterrebbe di indossare ciò si vuole, mentre nel resto del mondo sarebbe una delle tante limitazioni per le donne, come il diritto allo studio, il divieto di accedere ai servizi sanitari quando sono forniti da personale maschile, o la libertà di movimento, diritti fondamentali negati alle donne e alle ragazze? Come si può ignorare che nelle periferie di Parigi o di Marsiglia controllate dai fondamentalisti  alcune giovani sono state uccise perché rifiutavano il velo?”.

Sono molte le voci di donne che hanno dovuto abbandonare i loro paesi a causa delle imposizioni dell’attivismo religioso di estrema destra (tra le quali c’è l’obbligo del velo) che non hanno trovato eco nei media europei, mentre ampio spazio alla normalizzazione del velo, per esempio, è stato offerto da agenzie culturali laiche, come insegna il caso della scelta iconica del Museo Egizio di Torino. Negare il ruolo svolto dal velo nella strategia globale fondamentalista è un modo per assicurare visibilità e far guadagnare terreno al processo di islamizzazione della società.

Foto tratta da Twitter

L’articolo Iran, due anni di galera per aver mostrato i capelli proviene da Il Fatto Quotidiano.

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