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Siamo come equilibristi. Abbiamo un punto di partenza, che rappresenta tutto quello avevamo nel passato, la discografia, il mondo della musica per come lo conoscevamo. Poi c’è questo filo sospeso sul vuoto su cui ci dovremmo muovere, attenti a non cadere nel baratro. Dall’altra parte c’è il futuro, quello che ci sarà, che ci aspetta. Solo che al momento vediamo solo il filo e il baratro, senza sapere quanto il punto di approdo è lontano e cosa ci aspetta”. Ivano Fossati si è ritirato. Sono passati cinque anni, quindi possiamo dirlo senza dubbi e ombre di smentite, Ivano Fossati si è ritirato davvero. E non intende tornare sui propri passi. “Io, piuttosto che affrontare quel filo, ho preferito smettere. Del resto avevo cominciato a lavorare nel mondo della musica da giovane, a diciotto anni, e il ritiro, avvenuto a sessant’anni, l’ho preparato per qualcosa come tre anni. Direi che quel che avevo da fare l’ho fatto.”

Il punto è che mai come oggi l’assenza di uno come Ivano Fossati pesa. Pensare a come ci racconterebbe in musica l’oggi, a come descriverebbe questa Italia e anche quello che noi italiani siamo diventati è una curiosità che sappiamo non troverà pace e che ci lascia un po’ un senso di vuoto. Ma lui ha smesso di cantare in pubblico, ha smesso di fare album, di fare concerti, e su questo non lascia spazio a possibilismi. Nessuna reunion con se stesso, quindi.

“L’idea della reunion con me stesso è interessante, ma no, non intendo tornare sui miei passi. Io continuo a cullare questa monomania per la musica che mi accompagna da sempre, sin da ragazzino. Pensa che da giovane ero così fissato con la musica che, mentre i miei compagni si prendevano la patente a diciott’anni, io neanche me ne sono ricordato. L’ho presa a trenta, quando qualcuno mi ha fatto notare che non potevo guidare la macchina. Oggi passo le giornate a studiare musica, lo faccio con passione e dedizione. Quattro, cinque ore al giorno. Anzi, sono molto più bravo oggi a suonare di quando facevo concerti. Me lo dico pure, se avessi saputo fare questi fraseggi, questi passaggi anni fa avrei tirato giù i teatri. Poi ogni tanto qualcuno mi chiede una canzone. Se lo ritengo interessante la scrivo, altrimenti tergiverso, soprassiedo, fingo di non aver capito. Di solito mi chiedono canzoni perché vogliono cambiare qualcosa nella loro carriera, ma credo sia più una idea che si sono fatti gli altri su di me che una mia reale capacità di farlo.”

Quando ti sei ritirato hai parlato chiaramente di volerti godere la famiglia, di voler viaggiare, guardare il mare. È a questo quindi che ti stai dedicando?
“Certo. Il tempo passa e ho sentito la necessità di fare un passo a lato da quel disastro che stava capitando. Perché secondo me abbiamo cantato la morte della discografia, e più in generale del mondo della musica, un po’ troppo presto. Quando ancora non eravamo pronti per farlo, quando ancora un mercato c’era e era anche necessario. E cantando la morte di quel mondo abbiamo incomprensibilmente rinunciato a quanto di buono avevamo dalla nostra parte.”

Come se nell’abbandonare una zavorra da una mongolfiera che rischia di cadere avessimo buttato giù anche i passeggeri…
“Sì, noi avevamo una storia importante, una cultura musicale importante. Pensa agli anni settanta, quelli erano anni tremendi, in cui i cantautori hanno raccontato con le loro canzoni la situazione pesante che si viveva, le bombe, la tensione. Oggi, mentre siamo a un passo dalla Bolivia come corruzione, mentre abbiamo la mafia, mentre abbiamo una disoccupazione incredibile per un paese che si pensa evoluto, non abbiamo più niente di tutto questo nelle canzoni, come se di colpo chi scrive canzoni non riuscisse a cogliere l’importanza di quel che ci circonda e si fosse concentrato solo sui sentimenti, evitando il contesto.”

Per di più con un lessico sempre più povero, fatto di poche parole, anche piuttosto sciatte, incapaci di trasmettere altro che quel che raccontano, bidimensionali…
“Questa cosa dell’impoverimento del lessico è evidente. Quasi un voler rincorrere un giovanilismo a tutti i costi, per di più un giovanilismo finto. Uno si guarda un film, una bella storia, per dire, e dentro quella storia, quella ambientazione, se anche c’è una storia d’amore se ne appassiona, ma perché inserita in quel contesto lì. Vuoi scrivere oggi una canzone d’amore? Bene, è importante anche questo. Ma raccontala partendo dall’oggi. Concentrati su quello.”

Per altro il giovanilismo è una tendenza generale. Come se quello fosse il solo pubblico possibile, e quindi come se di conseguenza chi canta dovesse cercare una mimesi coi propri ascoltatori, sia testuale, che anche estetica.
“Per altro i giovani ti sgamano subito se sei finto. Loro pretendono verità, e fanno bene. Ai miei ultimi tour, quelli fatti negli ultimi anni, c’erano tanti ragazzi. Un tempo le prime file erano tutte di avvocati con le mogli, ma negli ultimi anni c’erano tantissimi giovani. Perché i giovani sono molto più attenti di quel che ci aspettiamo. Pretendono anche molto più coraggio di quanto non ci aspettiamo”.

Questa del coraggio è una faccenda che in qualche modo ti riguarda. Perché quando mi capita di chiedere a qualcuno di osare di più, di provare per una volta a essere se stesso, a non rincorrere dei cliché piuttosto avvilenti, mi viene sempre risposto che ci vuole coraggio, che si corre il rischio di non apparire credibili e poi, puntualmente, vieni citato tu, come esempio di uno che è sempre stato coerente, e che infatti oggi si è ritirato.
“Come ti dicevo ho lasciato per altri motivi. Perché non credo avesse senso proseguire e perché volevo anche staccare con questo mondo. Ma nella mia carriera ho spesso osato, anche correndo rischi. Pensa solo ai mondi musicali che ho provato a affrontare. E sono convinto che rischiare sia molto più remunerativo che starsene immobilizzati. Perché se sei coerente, credibile, se la gente di percepisce come un artista che gli dice la verità, tra te e il pubblico si instaura una sorta di patto. Un patto per il quale chi ti segue accetta che tu decida di correre rischi, facendo anche cambiamenti, e metta sul piatto anche l’idea di non apprezzare necessariamente i tuoi cambi di rotta, promettendoti però di non abbandonarti. Se invece sei falso, rassegnati, non ti segue nessuno”.

Ma torniamo a parlare di quel che sta succedendo oggi. Tu non fai più dischi e non fai più live, ma continui a scrivere, raramente, per altri. Lo fai su commissione, componendo e scrivendo direttamente per chi te lo chiede?
“Io ho sempre fatto così. Nel mio archivio personale, nei miei cassetti, non c’è praticamente rimasto niente. Se nessuno mi chiede un brano io non scrivo, e per me, sapendo che non avrei fatto altri dischi, non ho più scritto una canzone. “

La notizia è sconcertante, perché immaginavo avessi chissà che archivio. Ma preso atto di questo, come vedi il momento? Perché mai come oggi il mondo della musica è pieno di interpreti, con tutti quelli usciti dai talent, e mai come oggi, quindi, gli autori dovrebbero avere stimoli, con tutte le canzoni che possono essere cantate.
“Questo è vero. Ma se mi capita, e capita di rado, di ascoltare la radio, onestamente, non è che sento cose entusiasmanti. L’impressione è che non si lavori sugli artisti, non si osi, appunto. C’è stata una omogeneizzazione, e non dovrei neanche dirlo, forse non devo proprio dirlo, che non è carino. Sembra tutto molto uguale, come poetica, come musiche.”

I sentimenti, oggi, la fanno da padrona. Lo dicevamo anche prima. Cosa che per altro ha privato assolutamente le canzoni dei corpi. Nessuno ne parla più, come se l’anima fosse superiore ai corpi, come se l’amore angelicato fosse superiore anche alla sensualità. Tu hai sempre cantato di amore ma anche di una carnalità matura, penso a Notturno delle tre, a L’angelo e la pazienza, a L’amante…
“Non c’è ricerca, con la scusa dell’assenza di credibilità tutti si uniformano a uno standard assolutamente poco credibile. Non coraggioso. Io i nomi non li conosco, ma non posso pensare che non ci sia tra le tante interpreti qualcuna che sia come era una Loredana Bertè alla fine degli anni Settanta. Anche perché, andrebbe detto, sono passati anni e noi dovremmo essere andati avanti, non indietro. Io ho scritto Pensiero stupendo per Patti Pravo, pensando a lei. E lei era in grado di sostenere quella canzone, ma oggi quella canzone dovrebbe essere ancora più coraggiosa. Non più scandalosa o più spinta, ma proprio più contemporanea, provare a spostare nella contemporaneità quelle tematiche, invece si preferisce cantare di amore come se fossimo tutti ragazzini.”

Penso ai tuoi versi sull’amore, sulla passione in età matura, come ne Il natale borghese, anche l’idea di invecchiare, il cambio di prospettiva pure nel guardare ai sentimenti, quello di cui parli nel libro intervista fatto con Massimo Bernardini per il tuo cofanetto Contemporaneo, quando paragoni la perentorietà con cui guardavi al rapporto di coppia a venticinque anni in La costruzione di un amore rispetto a come guardi l’amore oggi, con uno sguardo decisamente più compassionevole, meno rigido, in Il suono della voce, che hai scritto per Tosca. Oggi nessuno sembra voler cantare questo, il passare del tempo, il cambio di sguardo sul mondo anche dei sentimenti, l’invecchiare dei corpi, le metamorfosi delle passioni…
“Noi dovremmo tutti essere felici di invecchiare. Lo facciamo a fatica, giorno dopo giorno. Dovrebbe essere una conquista, più che una pena. Invece ci si preclude la possibilità di mettere tutto questo al centro della canzone, e forse anche della vita. Niente corpi, niente rughe, ma neanche un po’ di sensualità. E in questo, tornando a quel che ci dicevamo prima, l’impoverimento del lessico ha un forte peso, perché anche le parole che si scelgono per raccontare le storie, i sentimenti, ne sono parte integrante. Il significante è parte del significato, è inutile nasconderci.”

In Contemporaneo, per altro, tu che sei a lungo stato identificato come il cantautore delle parole hai deciso di occuparti prevalentemente delle musiche. Operando scelte a partire dalla parte compositiva e arrivando a dedicare un intero cd sui dieci che compongono il tutto, esclusivamente agli strumentali.
“Il fatto è che se mi fossi occupato delle canzoni a partire dai testi avrei fatto quello che tutti si sarebbero aspettati, senza un minimo di meraviglia. E poi, diciamolo, la parte musicale dovrebbe essere quella fondamentale nelle canzoni. Solo che da noi, per anni, la critica musicale non è praticamente esistita, chi ne scriveva non capiva nulla di musica, per cui si sono sempre e solo concentrati sulle parole. Era più facile.”

Quindi, in conclusione, non sapremo come ci canteresti l’Italia d’oggi, ne come ci racconteresti il tuo essere un sessantacinquenne che guarda il mare, che viaggia, che si vive la famiglia. Nessuna renion…
“Sono sicuro della mia scelta, ovviamente più oggi che cinque anni fa quando l’ho portata a compimento. Perché oggi so che è meglio così. Oggi so che quello che pensavo, in effetti, è stato meglio. Quello che posso dire, però, è che penso che per quanto possa essere lungo il filo su cui devono camminare gli equilibristi di oggi, per quanto sia profondo il baratro, per quanto sia tutto incerto, una volta arrivati dall’altra parte, non ci sono dubbi, ci deve per forza essere la porta di casa.”

L’articolo Ivano Fossati: “Oggi nelle canzoni si parla solo di un amore da ragazzini. Niente corpi, rughe e sensualità. Eppure invecchiare è una conquista” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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