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Non è il solito libro sulla Banda della Magliana. “La Peggio Gioventù” (Newton Compton), scritto da Francesco Crispino, è uno di quei romanzi pacati, diretti, ficcanti, che vanno al cuore del problema, all’anima del proprio spunto creativo: qui la mutazione antropologica della piccola criminalità romana, che si farà poi fin troppo grande, nel passaggio temporale tra metà anni sessanta e fine anni settanta. C’è chi l’ha definito un prequel di tutti i tasselli alla De Cataldo, che si sono succeduti inesorabili sul filone aurifero del libro, più film, più serie, pensando magari più all’effetto che facevano sul contatore dell’audience, che a quell’intima e peculiare amorevolezza dello scrittore verso la propria creatura letteraria. Ecco allora che Sergio, Danilo, Chiara e Fabiana, i quattro giovani protagonisti de La Peggio gioventù che intrecciano vite, pugni, sesso e pallottole in pieno viso, e si passano il “testimone” letterario capitolo dopo capitolo, lasso di tempo triennale/quadriennale, pulsano di un’umanità sostanziale e di un verismo formale tra i più spontanei.

All’autore non paiono interessare le infinite trame di nera che hanno avviluppato e stretto il collo all’Italia politica e finanziaria di quei giorni, anche se il Danilo del libro è quell’Abbruciati che tutti conosciamo dalle cronache giudiziarie, e Fabiana è l’altrettanto conosciuta sua compagna Fabiola Moretti. L’orizzonte criminale più ampio, l’oramai abusata storia dalla s maiuscola, spesso appare trasversalmente dentro al racconto di Crispino. Mafia, colpi di stato, eventi sportivi, brani musicali, rievocazioni cinematografiche con sala illuminata dal fascio di luce del proiettore, hanno però solo il valore accessorio di specifica nel racconto di quei quattro protagonisti di borgata che sono trasmutati da crisalidi di un naturale bene popolare, in farfalle di un male sempre più prepotente, distruttore e autodistruttore, mentre Roma diventava il centro della bagarre criminale nazionale rispetto alla territorialità malavitosa del dopoguerra. Non a caso Crispino ha spiegato in diverse interviste che l’ispirazione per La Peggio gioventù sia stato un articolo di Pasolini, scritto agli inizi del 1975, quando di fronte alla messa in onda in Rai di Accattone il regista sostenne come sarebbe stato impossibile per lui rigirare quel film negli stessi luoghi e con le stesse facce di appena quattordici anni prima vista l’irriconoscibilità di quei corpi di borgata.

In questo scompaginazione della rappresentazione funzionale, in questo rude e obbligatorio sfogliare di una pagina storica, politica e culturale, il racconto de La Peggio Gioventù si adagia come una foglia autunnale che cade in un’aiuola per farsi poi rimirare nei suoi ipnotici colori melanconici. Soprattutto la storia iniziale di Sergio Maccarello, il personaggio che apre il romanzo con questa sua laconica sicumera predestinata al peggio, è forse il momento più alto nella resa stilistica dell’opera. L’ex pugile che diventa capo indiscusso della gang zonale di Tor Marancia, che canta stonato a squarciagola Cuore Matto, mena fendenti come una belva, e si scioglie, corpulento e tonante, per l’amata fanciulla incrociata per caso in strada, poi picchiata a sangue e da vendicare a mani nude, è il lato più puro dell’avvincente racconto romano. La spietatezza di Danilo guida poi la narrazione verso il suo nucleo centrale, il trapasso antropologico criminale spiegato con un simbolico ricambio musicale tra rock e dance music, per poi sovrapporsi, sdoppiarsi e di nuovo sovrapporsi con la risoluta sete di sopravvivenza di Fabiana: da pedina sessuale di secondo piano a punto di riferimento dello spaccio capitolino, passando dalla galera e dalle infinite pippate di cocaina. In ultimo, chiude il racconto, la morte di Demetrio Stratos, sepoltura di quei cantati “pugni chiusi”, ora espediente funzionale per il “buco” della bella e sfiorita Chiara che dei quattro è quella che ha perso con più devastazione e dolore l’innocenza di una (peggio) gioventù più vera di un’epica artificiale qualsiasi.

L’articolo La Peggio Gioventù, il libro ispirato da un articolo di Pasolini che non è il solito racconto sulla Banda della Magliana proviene da Il Fatto Quotidiano.

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