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Il 10 giugno sono occorsi 70 anni dalla pubblicazione de La peste di Albert Camus, uno dei romanzi chiave del Novecento. La definizione di “filosofo esistenzialista” non può che star stretta a un pensatore libero e geniale come Camus, protagonista con la sua feconda e multiforme produzione del dibattito intellettuale francese (ed europeo) negli anni cruciali tra il 1935 e il 1960 (anno del tragico incidente stradale in cui perse la vita con l’editore Gallimard).

Per la profonda onestà intellettuale con cui affronta i temi radicali del senso dell’esistenza e della presenza del male, Camus si rivela, qui e altrove, degno e consapevole erede di Dostoevskij. Gli innegabili legami che uniscono il genio russo all’esistenzialismo nel caso di Camus non si limitano a una generica influenza, ma hanno ispirato un corpo a corpo durato tutta una vita: iniziato nel 38, quando a 25 anni Camus ha interpretato Ivan Karamazov nell’adattamento di Jacques Copeau ad Algeri, e culminato con la messinscena de I demoni a Parigi nel 59, curata stavolta dallo stesso Camus (ne parla Marta Marchetti nel suo Camus e Dostoevskij. Il romanzo sulla scena).

Camus e Dostoevskij. Il romanzo sulla scena

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Allergico alle asserzioni dogmatiche da sacerdote dell’ideologia di Sartre (celebre la loro frattura in seguito alla recensione-processo che quest’ultimo fece a L’Uomo in rivolta, “colpevole” di oltraggiare l’ortodossia marxista), Camus è un pensatore ateo consapevolmente in ricerca, che con coraggio e onestà rimette costantemente in discussione, nel divenire della riflessione, le proprie certezze filosofiche. Un ateo profondamente vicino, nella sua rigorosa lucidità intellettuale, alla grande pensatrice e mistica Simone Weil, mente tra le più elevate del secolo scorso (per approfondire rimandiamo alle pagine di Gabriella Fiori). Camus curerà la pubblicazione delle opere weiliane, e (benché non l’avesse mai incontrata di persona) quando gli chiesero durante una conferenza stampa a Stoccolma in occasione del Nobel vinto nel 57 chi erano per lui i più grandi scrittori viventi, la menzionò con queste toccanti parole: “E anche Simone Weil– a volte i morti sono più vicini a noi dei vivi”.

Il romanzo affronta uno dei temi cardine della meditazione camusiana. La peste rappresenta l’irruzione dell’assurdo nell’esistenza umana: un male improvviso, irrazionale, devastante che travolge e spezza le vite degli uomini con una violenza cieca e apparentemente irrimediabile. Illuminante è notare come, con altro segno e altra ispirazione, un altro grande francese contemporaneo di Camus, il genio incendiario di Antonin Artaud, aveva identificato nella peste la potente metafora del teatro e della vita: “il teatro, come la peste, è una “crisi” che si risolve con la morte o con la guarigione”.

Crisi” in senso etimologico, momento della scelta, della svolta necessaria. La peste è un male che anche quando viene debellato soggiace latente, pronto a riesplodere: evidente il gioco allegorico con le forze distruttrici del nazismo appena sconfitto. Indimenticabili sono le pagine del romanzo dedicate alla separazione degli amanti nella città di Orano, divenuta improvvisamente un desertico lazzaretto. Straziante e memorabile è la scena, autenticamente dostoevskijana, dell’agonia di un bambino: al cospetto della sofferenza insensata degli innocenti, il dottor Rieux e il padre gesuita Paneloux incarnano con grande dignità il perenne dibattito tra ragione e fede, tra lo scetticismo dell’ateo e il fideismo del credente. Con commovente  profondità, i due trovano un senso comune, come ne La ginestra leopardiana, solo nella solidarietà umana, unica risposta all’assurdità del Male. La fondazione, alta e universale, di una nobile etica laica.

Come riassume l’avvocato Tarrou, personaggio che lotta a fianco di Rieux per tutto il romanzo contro il diffondersi della malattia: “Se si può essere un santo senza Dio, è il solo problema concreto che io oggi conosca”. La peste è un libro in grado di cambiarci la vita, a cui potremmo dedicare le stesse parole che Camus dedico a I demoni di Dostoevskij: “è una delle quattro o cinque opere che che considero una spanna sopra le altre. È più di un semplice libro, posso dire di essermene nutrito e su questo di essermi formato (…) Non è, quindi, solo un capolavoro della letteratura  (…) ma è soprattutto un’opera contemporanea”.

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