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L’Asia vola, America e Europa corrono, l’Italia cammina. E neanche speditamente, a dire il vero. In estrema sintesi, è quanto emerge dalla lettura incrociata di taluni indicatori economici, questa settimana. Dati che hanno il merito di contestualizzare a livello planetario – come è sempre più corretto che sia – l’andamento economico di quella che resta pur sempre la settima manifattura industriale del mondo. Sissignori, avete inteso bene: sul proscenio mondiale dei principali produttori industriali – la classifica è redatta dal Centro studi di Confindustria – l’Italia si conferma al settimo posto nel 2016. Non solo, resta anche la seconda potenza industriale europea, dietro alla Germania, che invece nella classifica globale è al quinto posto. E verrebbe da aggiungere: nonostante tutto, settima potenza industriale mondiale. In testa, nemmeno a ricordarlo, rimangono Cina e Stati Uniti. Il fatto è – sottolinea il Csc – che “il recupero dell’industria italiana sta avvenendo nonostante una crescita ancora troppo debole dei prestiti alle imprese” e il costo del lavoro “che dal 2007 al 2016 è aumentato di un corposo 15,2%”. E qui si potrebbe aggiungere: hai voglia a dire tasse in giù.
Dunque, per il Belpaese è il confronto con il resto del mondo che non tiene. Scrivono, per esempio, in uno studio l’Associazione italiana private banking (Aipb) e il Boston consulting group: in dieci anni la ricchezza finanziaria mondiale raddoppierà quasi, passando dai 101mila miliardi del 2011 ai 192mila del 2021. Di questo aumento, ovviamente, beneficerà anche l’Italia, ma ad un ritmo nettamente inferiore. Si stima, infatti, una crescita della ricchezza complessiva dai 3500 miliardi del 2011 ai 4500 del 2021, meno di un terzo.
Le ragioni di questo “boom” planetario – sottolinea lo studio – sarebbero essenzialmente tre. La prima sta nella corsa dei mercati azionari, che nel 2011 avevano toccato uno dei livelli più bassi recenti e fin qui sono cresciuti con forza; la seconda, nel fatto che le economie reali (specie in Asia) di quasi tutto il mondo sono cresciute molto più dell’Europa e in particolare dell’Italia; la terza è individuata nella progressiva “finanziarizzazione” dei Paesi che stanno passando da emergenti a sviluppati, a partire dalla Cina. Anzi, “le dinamiche del passato si stanno invertendo – ha spiegato il presidente Aipb, Fabio Innocenzi – l’area asiatica ha raggiunto e presto supererà sia l’Europa sia l’America”.
Ma torniamo alle cose di casa nostra. Le quali, che non vadano proprio per il meglio (sempre per restare al confronto con il resto del mondo) è confermato anche dalle più recenti previsioni pubblicate dall’Unione europea. In Italia la ripresa registrerà un’accelerazione quest’anno, per poi rallentare e addirittura calare nel prossimo biennio. Insomma, Pil a 1,5% nel 2017, calo a 1,3% nel 2018, ulteriore frenata all’1% nel 2019.
Inutile aggiungere, di contro, che l’economia dell’eurozona quest’anno crescerà “con il suo ritmo più veloce da un decennio” arrivando a un Pil del 2,2%, con revisione al rialzo di un +0,5% rispetto alle stime di maggio scorso che infatti lo davano all’1,7%. Di più: il Pil dell’eurozona è rivisto al rialzo anche per il futuro, con un 2,1% nel 2018 (precedenti previsioni all’1,8%) e all’1,9% nel 2019. Per l’Ue a 27 (già esclusa dalle stime la Gran Bretagna per la Brexit) il Pil è a 2,4% per il 2017, 2,2% per il 2018 e 2% per il 2019.
In queste cifre, tuttavia, si nascondono alcune novità positive, almeno per il Sud. Nel senso che al di sotto del Garigliano crescono – secondo il recente Rapporto Svimez – i posti di lavoro. E poco importa se contestualmente si registra “un drammatico dualismo generazionale, al quale si affianca un deciso incremento dei lavoratori a bassa retribuzione”. Insomma, il dato che più conforta è “che il Mezzogiorno è in grado di agganciare la ripresa, facendo segnare tassi di crescita di poco inferiori a quelli del Centro-Nord”. Nelle stime dello Svimez, infatti, se nel 2017 “il Pil italiano cresce dell’1,5%, il risultato è dovuto alla media della somma del +1,6% del Centro-Nord e del +1,3% del Sud”.
Certo, resta sempre l’aspetto politico con cui, infine, fare i conti. E in questo senso la dice certamente lunga il fatto che in Sicilia sia stato eletto un presidente con il 39,9% di meno della metà degli elettori che si sono recati alle urne (46,76%) alla guida di una coalizione di maggioranza con un deputato appena eletto e già finito in gattabuia. Né infonde maggiore fiducia l’indecoroso spettacolo di accuse e contraccuse che Consob e Bankitalia si sono rivolte davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle banche e che, alla fine, indicano soltanto una cosa: entrambe le istituzioni di vigilanza sapevano e non hanno agito.

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