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Se, nella cosiddetta “Prima Repubblica”, la politica estera italiana era strumento essenziale nella prassi dei vari partiti politici, tutto il contrario avviene nell’attuale e sedicente Seconda Repubblica.
Finita la guerra fredda, sembra che non vi sia più necessità di politiche estere e di difesa, un po’ come quel senatore Usa che chiese la chiusura della CIA dopo la caduta dell’Urss.
E pensare che il 50% dell’elettorato faceva il tifo, lo diceva sempre Francesco Cossiga, per l’Est.
Aldo Moro era poi colui che dirigeva politicamente, di fatto, l’intelligence, quei Servizi con cui, per esempio, potevamo permetterci di trattare segretamente con Arafat e le innumerevoli sigle della rivolta palestinese per avere l’esenzione da azioni terroristiche del nostro territorio nazionale.
E è bene qui ricordare che il “Lodo Moro”, che lasciava passare le milizie e le armi di Fatah e delle altre sigle palestinesi in Italia, con la garanzia che non ci sarebbero stati atti contro nostri obiettivi, era ben conosciuta anche da Israele, che apprezzava il Lodo e lo utilizzava.
Un capolavoro diplomatico e di intelligence che questi bambini al potere non sarebbero nemmeno in grado di capire, men che meno mettere in atto.
Siamo, oggi, arrivati alla materializzazione, nella politica italiana, di quella piéce di Roger Vitrac del 1929, “Victor o i bambini al potere”.
Si parla molto, nei programmi dei 42 partiti che si sono presentati alle elezioni politiche del 2018, di immigrazione, ovviamente, ma nessuno pensa, addirittura, che questo problema sia da collegare alla politica estera.
Vi sono anche programmi, apparentemente specifici e analitici, sulla cooperazione internazionale ma, anche qui, non si comprende, ma lo potrebbe capire anche, appunto, un bambino, il nesso tra cooperazione allo sviluppo e politica estera.
Forse non c’è rapporto, secondo gli estensori di tanti programmi elettorali?
Seconda Repubblica, o del provincialismo e della incompetenza demagogica.
Infatti, uno dei tratti tipici della nostra attuale Repubblica è poi il moralismo, ovvero la valutazione dei fenomeni politici interni o internazionali secondo la lente deformante di una supposta e superiore eticità.
Machiavelli, proprio nel suo Paese, è definitivamente morto. Campeggiano ovunque vacue narrazioni politiche, spesso di importazione nordamericana, su Kim Jong-Un che sarebbe “pazzo” o su Putin, che avrebbe manipolato le elezioni che hanno incoronato Donald J.Trump.
E si sarebbe accinto a far vincere i suoi amici “populisti” anche in Italia.
Chi abbia letto, come noi, i documenti della CIA-NSA-FBI sulla questione della pressione russa sulle elezioni Usa non può non comprendere come la presunta manipolazione russa della elezione presidenziale Usa sia una gigantesca favola.
Certo, una potenza coma le Federazione Russa ha certamente i suoi agenti di influenza e i suoi specifici rapporti con il potere americano, ma la questione non sta come la raccontano i documenti della loro intelligence.
E se tutto questo accadesse a noi? Cosa succederebbe con questi eredi di Vitrac? L’Italia, infatti, non ha più una politica estera. Né giusta né sbagliata.
Ovvio che questa questione immane, la politica estera futura dell’Italia, non sia al centro degli interessi dell’elettore medio, ma è comunque l’anima della prassi di uno Stato, anche se è ancora difficile da trasformare in vuota propaganda.
Ma vediamo, ora, cosa ci dicono i programmi presentati agli elettori prima del fatidico 4 Marzo.
Silenzio di tomba sulle Nazioni Unite, che vengono peraltro chiamate in causa ad ogni piè sospinto, quando serve.
Non vi è traccia dell’ONU nel programma del Centro-Destra, mentre il PD parla della presenza italiana nel Consiglio di Sicurezza nel 2017, ruolo che verrà lasciato all’Olanda nell’anno in corso. L’Italia non entrava nel Consiglio di Sicurezza dal 2008
Presenza oggi nel Consiglio di Sicurezza che, peraltro, viene vista dal PD solo in funzione del conflitto in Siria e in Libia.
Per ora, non ci risultano effetti mirabolanti da questa partecipazione del nostro Paese.
Per quanto riguarda il Movimento 5Stelle, si richiede da parte dei “grillini” l’applicazione integrale della Carta delle Nazioni Unite e l’applicazione integrale del diritto internazionale, che non è poi così univoco come pensano gli estensori del programma Cinque Stelle.
+Europa, il raggruppamento di Emma Bonino, pensa invece alla costituzione di una Agenzia Nazionale Autonoma per la Tutela dei Diritti Umani.
E’ però da notare che esiste già una organizzazione denominata European Union Agency for Fundamental Rights, nata nel 2007 e con sede a Vienna.
Non si parla poi in nessun programma di Consiglio d’Europa, OSCE (con una citazione minima nel documento di Liberi(e) Eguali e di altre organizzazioni internazionali.
Ci si chiede quindi quali prospettive e indicazioni avranno i nostri futuri delegati in quelle strutture.
Sulla normativa riguardante la tortura, il centro-destra propone una legge che metta da parte i reati di questo tipo eventualmente commessi dalle Forze dell’Ordine, ma la tortura è una fattispecie internazionale che è tale proprio se è commessa da pubblici funzionari.
La norma, peraltro, uscita in Gazzetta Ufficiale nel Luglio 2017, è stata criticata dalla stessa ONU.
Una politica estera, quindi, che sembra uscita da un concerto rock, senza alcun realismo e con una continua e inesistente coda di paglia: noi siamo tra i “ricchi” (tra poco non lo saremo più, tranquilli) che sfruttano i “poveri”; senza poi contare il peso dell’art.11 della Costituzione.
Una normativa che non permetterebbe nemmeno, in termini strettamente giuridici, le nostre “missioni di pace” all’estero, o forse nemmeno la reazione ad un attacco.
Se è pur vero che il “ripudio della guerra” citato nell’art.11 Cost. è il fondamento dell’adesione dell’Italia repubblicana all’ONU e alle altre alleanze pacifiche internazionali, è anche ugualmente vero che l’art.11 non distingue tra guerra di difesa, resistenza alle forze di una eventuale invasione, azione italiana di concerto con gli alleati, difesa del territorio e, ancora peggio, degli interessi nazionali.
Va dato merito a Massimo d’Alema di aver ritenuto questo dettato costituzionale “superato”.
Nemmeno la repressione del terrorismo sta difficilmente dentro la normativa ex-art.11.
Sturzo disse, in costituente, che la guerra era di per sé un crimine, e i comunisti, naturalmente, manipolarono bene l’ignoranza strategica dei costituenti e l’unione, del tutto pretestuosa, tra bellicismo fascista e normale e efficace difesa militare.
Una elaborazione, questa dell’art. 11, che andava bene per una Costituzione in cui il PCI e le forze cattoliche e liberali si guardavano in cagnesco, ma certo non oggi, dove la normativa ex-art.11 mette in pericolo perfino la nostra partecipazione alle azioni in Libia.
Un trattamento, come questo, implicito nel “ripudio della guerra” che implica la riduzione allo stato servile di un Paese.
Infatti, è stato messo in atto, prima dell’Italia, solo con la costituzione giapponese, dettata da Mac Arthur nel 1946 dopo ben due bombe nucleari sul territorio nipponico.
Infatti anche la legge fondamentale giapponese, all’art.9, parla di “rinuncia al diritto di fare la guerra” ma Shinzo Abe, fin dal 2013, ha molto sviluppato le Forze di Autodifesa giapponesi, in evidente funzione anticinese.
Gli Usa sono stati perfino contenti di questo nuovo proactive pacifism nipponico, unito però ad un ritorno dell’orgoglio nazionale e delle tradizioni imperiali.
Anche oggi, ma sempre di nascosto, i giovani ufficiali della “autodifesa” giapponese vanno al tempio di Yasukuni a adorare non solo gli antenati, ma gli eroi che combatterono contro gli occidentali (e i cinesi).
Ancora oggi si vende di nascosto la bandiera con i raggi dipinti in rosso, quella che MacArthur aveva proibito.
Se finisce la guerra fredda, allora devi anche pensare che non c’è più il Big Brother che ti salva da una invasione.
E ti prepari allora ad avere la schiena dritta e ad essere fortemente dissuasivo.
Se sei ancora uno Stato e hai una classe dirigente appena dignitosa.
E, detto tra parentesi, è bene ricordare la frase, sibillina ma, come sempre acuta, di Giulio Andreotti quando lo accusarono di aver desecretato la “Gladio”.
“Se non lo avessi fatto io, lo avrebbero fatto gli altri”.
Quali altri? Facile immaginarlo. Ma qui siamo ancora nel tempo della Repubblica degli Adulti, non in quella dei ragazzini alla Vitrac.
Ma torniamo ai programmi: per Silvio Berlusconi, la difesa comune ci “farebbe risparmiare miliardi di euro” e farebbe tornare la UE nel novero delle grandi potenze mondiali.
Purtroppo, la difesa non è fatta solo di soldi, ma di dottrine, tecnologie, volontà politica; e dubitiamo che questo pot pourri della Difesa Europea sviluppi una linea unitaria.
La Francia guarda ad un Esercito Europeo perché mette nel conto la debolezza dell’Italia e la nuova alleanza con la Germania.
Pensiamo inoltre al ruolo di Parigi per la pace in Libia, con una tregua dichiarata durante l’incontro tra Macron, Fayez Al Serraj e Haftar della fine di Luglio 2017.
Ruolo rubato all’Italia, ma chi è causa del suo mal pianga sé stesso.
Quindi, per Berlusconi occorre rafforzare la NATO e mettersi al fianco del nuovo asse franco-tedesco.
Una politica di difesa che non necessariamente integra i nostri interessi economici con quelli del nuovo asse Prigi-Berlino.
L’attuale Forza Italia, nel programma sulla politica estera presentato il 18 gennaio scorso, parla anche di raggiungere il 2% per le spese militari, da tempo un obiettivo politico centrale della NATO e degli Usa di Trump.
Ma qui, diversamente da quello che accade nella filosofia hegeliana, la quantità non si rovescia automaticamente nella qualità.
+Europa, la lista creata da Emma Bonino, ritiene poi che la cooperazione permanente in materia militare, la PeSCo, che pure lascia una grande autonomia, inevitabilmente, ai governi nazionali, debba essere molto rafforzata.
Più di così? E Come? E dove sarebbe il nostro interesse nazionale in questo coro della Nona di Beethoven?
Inoltre, +Europa vuole la denuclearizzazione dell’intero continente europeo e l’abolizione universale delle armi nucleari.
Le invenzioni militari però non si disinventano mai, e viene da chiedersi cosa succederebbe se gruppi terroristici o stati minori dovessero utilizzare armi nucleari “sporche”, oppure minacciare l’uso di un’arma N, comunque piccola, per raggiungere un determinato obiettivo politico o economico.
Nel solo Mediterraneo, che dovrebbe essere la palestra della PeSCo, i Paesi con il progetto di avere l’arma nucleare sono oggi l’Algeria, l’Egitto, forse il Marocco.
Siamo sicuri che, in questo caso, basti appunto intonare l’Inno alla Gioia della Nona di Beethoven, “abbracciatevi, moltitudini”?
Certo, l’occasione della Brexit è unica, per ricostruire una nuova egemonia in Europa, ma tutti stanno giocando un nuovo ruolo, e nazionale, solo l’Italia è ferma alla vecchia guerra fredda e chiede l’aiuto, sempre interessato, degli altri.
I Cinque Stelle nemmeno parlano di uno specifico programma elettorale per la politica estera e di difesa.
Ma, ricordando le loro posizioni parlamentari, dobbiamo menzionare la differenza sulla NATO tra gruppo alla Camera, abbastanza favorevole, e gruppo grillino al Senato, del tutto contrario alla permanenza dell’Italia nella Alleanza Atlantica.
Sulla missione in Niger, qualcuno ha detto che andiamo a “presidiare il deserto”, senza contare il fatto che quel deserto è oggi molto popolato.
Per Liberi(e)Eguali, accorre riaffermare ulteriormente il principio costituzionale del ripudio della guerra, anche in relazione al terrorismo internazionale e inoltre siglare, e qui c’è l’accordo con +Europa, il trattato sul “ripudio” delle armi nucleari.
Il Trattato suddetto è stato approvato il 7 luglio 2017 all’ONU, ed entrerà in vigore dopo 90 giorni quando il documento avrà raggiunto la ratifica di almeno 50 Stati.
Ha già raggiunto i 53 stati che lo hanno ratificato, ed è stato già adottato, ci mancherebbe altro, dal Parlamento italiano, tra il 18 e il 24 luglio del 2017.
Ci mancherebbe altro che ci perdessimo la nuova grida manzoniana.
Quindi, non c’è nessun bisogno di metterlo in un programma elettorale.
Insomma, una raccolta di banalità sessantottarde in ritardo e luoghi comuni ultrapacifisti.

Giancarlo Elia Valori

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