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Lasciare la grana al prossimo inquilino di Palazzo Chigi. Riempiendo ancora una volta la bombola di ossigeno che tiene in vita i grandi gruppi in crisi, dall’Ilva all’Aferpi di Piombino passando per l’eterna malata Alitalia, in attesa dell’ennesimo – presunto – cavaliere bianco. Se servisse la prova che anche il governo Gentiloni, del tutto in linea con i predecessori, ha deciso di non decidere su quei dossier politicamente bollenti, basta leggere le bozze della manovra. La legge di Bilancio e il decreto fiscale collegato, infatti, lanciano nuove ciambelle di salvataggio alle imprese in dissesto, oggetto di promesse di rilancio che sarebbe impopolare rimangiarsi. Ecco allora le ennesime misure ponte, finanziate con soldi pubblici, che invece di scommettere sulla riconversione continuano a lasciare nel limbo decine di migliaia di posti di lavoro.

Nel decreto fiscale all’esame del Senato, innanzitutto, è previsto un incremento di 300 milioni della dotazione del fondo per la crescita sostenibile (creato nel 2012 da Monti) che, così rimpinguato, sarà chiamato a “intervenire finanziariamente in situazioni di dissesto di grandi imprese”. Secondo il ministero dello Sviluppo guidato da Carlo Calenda, a cui spetta la nomina dei commissari straordinari delle grandi imprese in amministrazione straordinaria, la misura è “volta a colmare un “vuoto” normativo che negli ultimi anni ha costretto ripetutamente il governo ad intervenire con decretazione d’urgenza per tamponare attraverso misure “ad hoc” situazioni di crisi di rilievo”. Vedi i prestiti ponte dati all’Ilva (800 milioni con la legge di Stabilità 2016, altri 300 nel salva-Ilva del dicembre 2015) e quelli per Alitalia: lo stesso decreto fiscale ha incrementato quello concesso a maggio di altri 300 milioni, portandolo a 900.

Con la manovra arriva poi una nuova proroga di un anno della cassa integrazione straordinaria per le aree di crisi complessa e le aziende “di rilevanza economica strategica anche a livello regionale”, per una spesa di 200 milioni complessivi tra 2018 e 2019 a carico del Fondo sociale per occupazione e formazione. Non solo. L’articolo 20 è dedicato a “misure a sostegno della ricollocazione dei lavoratori di imprese in crisi”. Una novità decisa proprio mentre sindacati e commissari governativi trattano con Am Investco su esuberi e buste paga dei dipendenti Ilva che verranno riassunti con il contratto a tutele crescenti, ergo senza articolo 18. E anche stavolta a pagare sono i contribuenti. Infatti per “limitare il ricorso al licenziamento“, nei casi di “riorganizzazione ovvero di crisi aziendale per i quali non sia espressamente previsto il completo recupero occupazionale” è previsto che al termine della procedura di consultazione sindacale i lavoratori in esubero possano chiedere all’Anpal l’assegno di ricollocazione anche se ricevono già a cigs, cosa che per tutti gli altri è vietata dalla legge. In più chi li riassume godrà di un contributo mensile pari al 50% del trattamento straordinario di integrazione salariale e il lavoratore che accetta il nuovo lavoro prenderà l’altra metà.

L’assegno, nuovo strumento previsto dal Jobs Act per favorire il reinserimento dei disoccupati, può essere speso nei Centri per l’impiego pubblici o nelle agenzie per l’impiego private accreditate nelle diverse regioni. Nel caso dei lavoratori di imprese in crisi il servizio durerà quanto la cigs e sarà prorogabile di ulteriori 12 mesi se il valore non è stato interamente consumato nel periodo di validità dell’ammortizzatore. A pagare l’assegno, specifica l’ultimo comma, sarà in questo caso l’azienda stessa attraverso un raddoppio del “ticket di licenziamento” imposto dalla riforma Fornero alle imprese che licenziano: dal 41 all’82% del massimale mensile Naspi per ogni dodici mesi di anzianità aziendale negli ultimi tre anni. In pratica se adesso per ogni persona licenziata si pagavano al massimo 1.470 euro adesso la “tassa” potrà  sfiorare i 2.940 euro. Ma va da sé che, se il gruppo riceve prestiti pubblici, quei soldi li paga lo Stato e il saldo per le casse pubbliche è zero.

L’articolo Legge di Bilancio, altri salvagente per le grandi aziende in crisi. Così continuano a pagare i contribuenti proviene da Il Fatto Quotidiano.

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