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Non si cambia: la pioggia di “carta” americana sui mercati, ha deciso la Fed, continuerà al ritmo di 85 miliardi di dollari  al mese.  Oggi l’attenzione si sposta su Tokyo, ove si riunisce il board della banca centrale. Anche qui, nessuna sorpresa in vista: la stamperia della Bank of Japan lavora a pieno regime per conseguire l’obiettivo di raddoppiare in tre anni il denaro circolante. Anche a Londra, il governatore Mark Carney, che ha appena lanciato il primo bond islamico benedetto dalla finanza della Regina, pensa a gettare nuove sterline nel motore della ripresa che comincia a ruggire.  Insomma, la musica è la stessa: l’area euro continua a distinguersi per la ripresa debole e la moneta forte.  Un problema in più soprattutto per l’Italia che, a differenza della Spagna, non è ancora uscita dalle spire della  recessione.

Questo è il copione scontato, o almeno più probabile, delle prossime settimane. Così come era scontata la reazione di Wall Street che, al solito, compra sulle voci e vende sulle notizie. Ovvero, una volta avuta la conferma delle decisioni della banca centrale, sul mercato azionario hanno prevalso le vendite mentre il dollaro si è rafforzato a quota 1,3714, sempre vicino ai massimi. Del resto, la Fed anche stavolta ha cercato di introdurre qualche motivo di cautela per evitare l’euforia dei mercati. Nel comunicato emesso alla fine della riunione del comitato monetario, il penultimo prima dell’addio di Ben Bernanke, sono stati introdotti  due piccoli segnali a favore di un cambio di rotta, magari simbolico, a dicembre: a) l’economia Usa, si legge, cresce «seppur a ritmo moderato»; b) la dura battaglia sul budget federale «non ha provocato gravi danni». Perciò, una ministretta è ancora possibile. Ma ci credono in pochi, visto che la ripresa è assai più debole di quanto non si potesse sperare solo pochi mesi fa.

Visto con  occhi italiani, il film non è dei più divertenti. In un mondo che stampa moneta, la Bce è obbligata a far eccezione. Solo l’istituto di Francoforte, infatti, non può operare sul mercato secondario, dove si scambiano i titoli di Stato. L’austerità, tra gli altri guasti, sta ora aggravando la forza del cambio. Italia e Spagna, infatti, fanno ormai parte del club che vanta un surplus della bilancia dei pagamenti, ovvero introita più valuta di quel che non consuma per finanziare l’import. Ma questo non è il frutto di una ripresa dell’economia, semmai di una compressione dei consumi, che si aggrava ogni giorno di più proprio per la forza della moneta. Lo stesso Mario Draghi ha dichiarato che l’euro forte è un problema non tanto per le difficoltà, pur gravi, che può provocare all’export, ma perché accresce il rischio deflazione nell’Europa mediterranea. Il vero pericolo, insomma, è che la frenata dell’inflazione (già sotto l’1 per cento tendenziale sia  a Madrid  che da noi) convinca le famiglie a non consumare (che senso ha comprare oggi una cosa che domani potrebbe costare meno?) e  a risparmiare. La musica sarebbe diversa se fosse in atto un riequlibrio dei pesi all’interno della Ue, ovvero se la Germania comprasse di più da noi e dal resto dell’Europa più debole.  Ma questo non avviene né, probabilmente , avverrà nel prossimo futuro.  Da Berlino, per giunta, non si perde occasione per ribadire che l’euro forte non è una disgrazia e che per esportare ci vuole qualità, non una moneta più debole.

In realtà, dietro questo ragionamento, c’è la diversa struttura delle esportazioni made in Germany. Si calcola che la “soglia del dolore”, cioè il livello in cui comincia a pesare la debolezza del dollaro si situi ad un rapporto di cambio di 1,53 sulla moneta Usa per l’economia tedesca, cioè largamente al di sopra del livello attuale. Solo quando il cambio si avvicinerà alla barriera di 1,50, la Bundsbank accetterà il taglio dei tassi europei o altre misure per indebolire l’euro.

Fino a quel momento, la forza della moneta unica sarà un problema nostrano. La “soglia del dolore” per l’export italiano è già scattata da tempo, visto che è situata a quota 1,19 sul dollaro. Il che significa che le nostre aziende, pur di esportare, tagliano i listini e sacrificano i profitti. Insomma, il mix  tra situazione stagnante del mercato interno e perdita di competitività sul cambio ci è costato lo 0,4% di crescita. Ma, al solito, non è solo colpa degli altri. Le difficoltà non hanno impedito alla Spagna di uscire dalla recessione, seppur con uno striminzito +0,1%. Merito di una politica più energica: tagli veri alla spesa e non solo annunciati, riforma del mercato del lavoro tesa a favorire le piccole e medie imprese che da tempo hanno ricevuto i pagamenti della pubblica amministrazione. E, naturalmente, la scelta di sforare il tetto del 3%, concordata con Bruxelles. Insomma, il cerino dell’euro forte e del dollaro debole  è rimasto in mano nostra.

di Ugo Bertone




pubblicato da Libero Quotidiano

L'euro fa male soltanto a noi Madrid corre, l'Italia invece…

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