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Leila, Salma e Nour sono le protagoniste di un revenge film che batte ogni record per numero di sigarette, spinelli e bottiglie di birra. Non so come chiamarlo, dato che ha ben tre titoli: Bar Bahr per il mercato interno (in arabo, Terra e mare, in ebraico Né qui né altrove), In between per quello internazionale e Libere, disubbidienti e innamorate per quello italiano.

Come lo si chiami, è l’esordio prorompente della regista palestinese di cittadinanza israeliana Maysaloun Hamoud, una co-produzione franco-israeliana distribuita in Italia da Tucker, tuttora nelle sale.

Tra la dimensione privata della loro casa nel quartiere yemenita di Tel Aviv, i ritorni in famiglia e la frenesia delle notti nei locali del centro città, tre donne palestinesi – l’avvocata Leila, la lavoratrice precaria Salma e la studentessa Nour – rivendicano a modo loro la libertà di esprimere ciò che sono, solidali tra loro.

Lo fanno liberandosi via via dagli uomini e dalle strutture patriarcali che hanno intorno e che vorrebbero addomesticarle, annullandone la personalità: Leila da un fidanzato finto-liberal, Salma dalla famiglia di religione cristiana che non accetta il suo essere lesbica, Nour dal fidanzato-padrone, un devoto musulmano che si rivelerà uno stupratore.

Nel film è Nour a prendere per la prima volta nella sua vita una decisione, ed è una decisione radicale per una donna proveniente dalla comunità conservatrice di Umm al-Fahm, città della regione di Haifa, 45.000 abitanti quasi tutti palestinesi.

Dalla fiction alla realtà, ad Umm al-Fahm non l’hanno presa bene (anche se l’unica autorità maschile positiva del film è proprio il padre di Nour). Alle minacce di morte nei confronti della regista e delle tre attrici, è seguito il divieto di programmazione della pellicola. Che è uno straordinario tributo multiculturale e multigender alla libertà.

Per questo, Maysaloun Hamoud si è persino attirata una condanna religiosa in quanto eretica e peccatrice: come ha sottolineato lei stessa, “la prima fatwa palestinese emessa in 70 anni”.

L’articolo ‘Libere, disubbidienti e innamorate’, e la regista palestinese si prende una fatwa proviene da Il Fatto Quotidiano.

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