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“Soprattutto a Roma, e anche a livello regionale, le società partecipate dai Comuni sono state e sono un problema” e “una parte rilevante dei debiti sono dovuti alla loro gestione”. Il viceministro all’Economia, Stefano Fassina, ha commentato così l’introduzione nella Legge di stabilità della proposta presentata dal governo nei giorni scorsi, che prevede il licenziamento dei dirigenti delle imprese controllate da Comuni, Province e Regioni quando il bilancio è in rosso per due anni di fila.

Il classico dito nella piaga, visto che se l’emendamento fosse stato meno ambiguo e più tempestivo, avrebbero dovuto essere in molti a levare le tende. Guardando soltanto Milano e Roma, infatti, i casi di partecipate che navigano in rosso non si contano sulle dita di una mano.

Da Milano a Roma, sono in molti i manager che rischieranno il posto se passerà anche alla Camera la manovra riscritta dal maxi emendamento approvato martedì scorso in Senato.

Milano in cima alla lista dei manager a rischio c’è Giuseppe Sala, amministratore delegato da giugno 2010 di Expo 2015, che dovrebbe rinunciare al ricco compenso da 270mila euro all’anno lordi fissi più 13mila variabili. Il gruppo – controllato dalla Regione Lombardia con il 20%, dal Comune di Milano con il 20%, dalla Provincia di Milano con il 10% e dal ministero dell’Economia e delle Finanze con il 40% – è infatti lontano dal vedere utili. I bilanci del 2011 e 2012 hanno evidenziato una perdita di 4,16 milioni di euro nel 2011, che è diminuita a 2,39 milioni di euro nel 2012. In rosso anche i conti degli ultimi due anni diArexpo, proprietaria delle aree su cui sorgerà il sito espositivo dell’evento, guidata dal direttore generale Cecilia Felicetti e partecipata dalla Regione Lombardia con il 34,6% e dal Comune di Milano con una quota di pari peso.

E anche a Roma non mancano società pubbliche che non vedono utili da diversi anni. Il caso più eclatante è quello di Atac, concessionaria del trasporto pubblico controllata al 100% dalla Capitale, guidata da luglio da Danilo Broggi dopo le dimissioni di Roberto Diacetti. L’azienda, al centro dello scandalo dei biglietti contraffatti, ha chiuso il 2012 in rosso di 156,7 milioni e i risultati sono stati ancora più negativi nel 2011, quando aveva registrato una perdita di 179,2 milioni. Tra le società controllate al 100% dalla Capitale c’è poi Roma patrimonio Srl che, secondo quanto risulta dai dati pubblicati sul sito del Comune, non ha ancora approvato il bilancio 2012 e si trova ora in liquidazione, dopo avere chiuso in rosso i due anni precedenti.

L’elenco per le sole due prime città del Paese si potrebbe ulteriormente allungare se l’emendamento includesse anche le partecipazioni di minoranza, punto sul quale il testo è molto ambiguo. Eppure è proprio tra le partecipazioni di minoranza dei comuni di Milano e Roma che si trova il maggior numero di aziende in perdita da diversi anni. Nel caso del capoluogo lombardo spicca la Afm, Azienda farmacie milanesi, di cui la città detiene il 20% e che ha chiuso in perdita il 2012, il 2011 e anche il 2010. La situazione non è migliore tra le controllate della Capitale, da Centro ingrosso fiori Spa che è in rosso da tre anni a Investimenti Spa, che ha chiuso in negativo il 2011 e il 2010, mentre non ha ancora approvato i conti del 2012. 

Ma cosa prevede, esattamente, l’emendamento presentato dall’esecutivo? “Il conseguimento di un risultato economico negativo per due anni consecutivi rappresenta giusta causa ai fini della revoca degli amministratori“, afferma il documento, precisando che “quanto previsto dal presente comma non si applica ai soggetti il cui risultato economico, benché negativo, sia coerente con un piano di risanamento preventivamente approvato dall’ente controllante”. Non solo. “A decorrere dall’esercizio 2015 – prosegue il testo – le aziende speciali, le istituzioni e le società a partecipazione di maggioranza, diretta e indiretta, delle pubbliche amministrazioni locali titolari di affidamento diretto da parte di soggetti pubblici per una quota superiore all’80% del valore della produzione, che nei tre esercizi precedenti abbiano conseguito un risultato economico negativo, procedono alla riduzione del 30% del compenso dei componenti degli organi di amministrazione”.

Qualche dettaglio in più è stato dato ieri dal viceministro Fassina. “Abbiamo introdotto il principio che il bilancio dell’ente che è proprietario in tutto o in parte della società deve rispondere in tempo reale del risultato finanziario”, ha aggiunto. “Non è che Alemanno fa un casino per cinque anni, poi esplode il debito enorme e chi viene dopo si trova paralizzato. Il bilancio dell’ente deve rispondere di anno in anno del risultato finanziario della società, e questo incide sul patto di stabilità interno. Quindi se intende ripianare quel debito, deve rinunciare quell’anno ad altri servizi ai cittadini. L’ente decide come organizzarsi, in autonomia, però poi risponde del risultato finanziario anno dopo anno”.

tovato su: Il Fatto Quotidiano

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