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Stop ai corridoi umanitari gestiti autonomamente dalle ong e la Guardia costiera assuma il coordinamento effettivo non solo in fase di salvataggio. Perché “il disordine, dovuto all’aumento di presenze, può corrispondere a una priorità di salvare vite umane, ma può anche intralciare le indagini contro i trafficanti”. Sono queste le principali indicazioni della relazione sul rapporto tra organizzazioni non governative e migranti, approvata all’unanimità dalla commissione Difesa del Senato ed illustrate dal presidente Nicola Latorre. Il via libera al documento condiviso è arrivato al termine di un ciclo di audizioni che hanno riguardato nell’ultimo mese ong, procuratori della Repubblica e Capitanerie di porto. “Un documento”, ha precisato Latorre, “che ora invieremo anche al presidente del Senato, al presidente del Consiglio e ai ministri degli Interni, Trasporti, Difesa ed Esteri”. Nei dati forniti, si evidenzia inoltre che nel 2017 il 50 per cento dei salvataggi sono stati fatti da mezzi privati con un notevole aumento rispetto ai mesi scorsi.

Stop ai corridoi umanitari organizzati dalla ong – “Non può essere consentita la creazione di corridoi umanitari”, ha spiegato il presidente, “gestiti autonomamente dalle ong, trattandosi di un compito che spetta agli Stati o agli organismi internazionali”. Le ong che fanno soccorsi devono poi essere certificate e la loro presenza in mare deve essere fin dall’inizio coordinata dalla Guardia costiera italiana. “E’ stata una discussione ricca e alla fine siamo arrivati ad un documento votato all’unanimità. Tutto nasceva come un’iniziativa rigorosamente parlamentare ed è stata assunta con un voto unanime dell’ufficio di presidenza della nostra Commissione”. In alcune acque, sostiene Latorre, “si è determinato un corridoio umanitario autonomo che non ha le caratteristiche che deve avere un corridoio umanitario, che può avere un senso solo se interloquisce con il territorio”. Presupposti che, però, “non ci sono. La Guardia costiera assuma dunque il coordinamento effettivo non solo in fase di salvataggio. Il nostro auspicio è che le linee guida che proponiamo ispirino scelte operative conseguenti”. Latorre ha anche specificato che, al momento, “non vi sono indagini in corso sulle ong in quanto tali, ma solo l’inchiesta della procura di Trapani concernente le singole persone impegnate all’interno delle operazioni”: “Questa commissione, dopo aver ascoltato i magistrati ha sollecitato unanimemente la magistratura ad approfondire tutti gli elementi di indagine che si riterranno necessari e rafforzare anche gli strumenti di indagine”.

Per questo viene anche richiesta una maggiore trasparenza di struttura. “Occorre elaborare forme di accreditamento e certificazione che escludano alla radice ogni sospetto di scarsa trasparenza organizzativa e operativa”, si legge nella relazione, che precisa che “in particolare si dovranno adottare disposizioni che obblighino le ong a rendere pubbliche nel dettaglio le proprie fonti di finanziamento , cose che alcune di loro hanno già fatto, oltre che i profili e gli interessi dei propri dirigenti e degli equipaggi delle navi utilizzate, spesso prese a noleggio”. A giudizio della Commissione, inoltre, “nel momento in cui le organizzazioni non governative vengono riconosciute parte integrante di un sistema di soccorso nazionale, da un lato dovranno coordinarsi con la Guardia costiera e con le amministrazioni competenti non solo nella fase di salvataggio e, dall’altro, dovranno conformarsi a obblighi e requisiti che le abilitino allo svolgimento di tali compiti”.

Indagini inizino contestualmente agli sbarchi – Tra le linee guida viene messa in evidenza la necessità di iniziare le indagini in contemporanea alle operazioni di salvataggio: “Abbiamo rilevato”, ha continuato Latorre, “sulla base delle audizioni di tre procuratori (Siracusa, Trapani, Catania), un’esigenza segnalata da tutti: la fase delle indagini non può iniziare dopo le operazioni di salvataggio, ma essere contestuale”. E quindi ha spiegato: “Anche nel breve lasso di tempo tra il salvataggio non monitorato dalla polizia giudiziaria e l’inizio dell’attività della polizia giudiziaria si possono eliminare prove fondamentali contro i trafficanti”. Salvataggi in presenza della polizia, ad esempio, si concludono coi telefoni satellitari gettati in mare dagli scafisti, e i telefoni “sono uno degli strumenti più utili per approfondire l’indagine in fase successiva”, ha chiarito Latorre. Mentre in assenza di polizia l’attrezzatura viene riportata a riva e riutilizzata. Lo stesso avviene coi motori delle imbarcazioni, staccati e riportati a riva dai libici in assenza di polizia. “L’idea è di garantire una contestuale presenza della polizia, o sulla nave della ong o anche su un’imbarcazione più piccola accanto”.

Aumento ong può intralciare indagini – La commissione Difesa ha anche evidenziato il fatto che, l’aumento delle organizzazioni impegnate nell’aiuto dei migranti, abbia rischiato di rendere più difficoltose le indagini contro i trafficanti. “Dal 2014 e dal 2015”, ha concluso Latorre, “ovvero dopo le grandi tragedie in mare, le ong hanno ritenuto di intensificare la loro presenza. In virtù di questa situazione abbiamo riscontrato che, oggettivamente, questo disordine può corrispondere ad una giusta priorità di salvare vite umane, ma può anche intralciare le indagini contro i trafficanti”. A questo proposito, nel 2017 il 50% dei salvataggi in mare sono stati fatti da mezzi privati: mercantili o unità delle ong. Le ong, operative attualmente con circa 9 navi, hanno salvato nei primi quattro mesi dell’anno 12.646 persone (il 35% del totale), mentre i mercantili privati sono a quota 5.698 (16%). La restante metà degli interventi sono stati fatti dai mezzi della Guardia costiera italiana (29%), Marina Militare (4%), Frontex (7%) e Eunavformed (9%). Si registra un deciso incremento dei salvataggi ‘privati’, passati dal 17% del 2013 al 51% del 2017.

L’articolo Migranti, commissione Difesa: “Stop a corridoi umanitari gestiti da ong. Disordine può intralciare le indagini” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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