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Matteo Renzi in silenzio e al massimo concede confusi retroscena. Il suo braccio destro a giorni alterni Graziano Delrio condanna tutto, della serie “errore, buh, schifo, dimenticare per sempre”. I candidati alla segreteria sbiancano se solo viene toccato l’argomento Minzolini: Andrea Orlando, quello che dovrebbe essere di sinistra per davvero, dice che come ministro della Giustizia non può commentare (allora chi deve commentare se la legge non viene rispettata?); Michele Emiliano si è descritto come “addolorato” e ha mandato timidamente avanti i suoi. A difendere la scelta di votare contro la decadenza di Augusto Minzolini da senatore, condannato a 2 anni e 6 mesi per peculato, sembrano rimasti solo quei renziani che hanno votato per il salvataggio. Ad esempio Rosa Maria Di Giorgi che sul Corriere della Sera si spinge spavalda a dire che “il trattamento giudiziario nei confronti del giornalista e ora parlamentare non è stato imparziale”. Una giustificazione che forse all’inizio poteva trovare qualche sponda, ma che più passano le ore e più viene accolta da un silenzio imbarazzato. Tanto che la domanda sorge spontanea: ma qualcuno nel Partito democratico aveva valutato gli effetti di lasciare libertà di coscienza su un tema tanto delicato oppure ormai è “libera tutti” e viva l’anarchia? Qualcuno lo ha deciso a tavolino oppure il capogruppo Luigi Zanda si è svegliato e ha scelto in base all’umore del momento? Nonostante le innumerevoli dichiarazioni di queste ore, è impossibile avere una risposta. Perfino l’Unità non riesce a stare a guardare e il giornalista Maria Lavia, di solito molto vicino alle posizioni di Renzi, pubblica un pezzo dal titolo “I nove punti critici del voto del Pd” dove scrive, testuale, “che il Parlamento non è un passacarte, ma nemmeno un quarto grado di giudizio”.

Insomma, i dirigenti di un Pd senza testa né coda si rendono conto piano piano dell’effetto che il voto in Parlamento può avere nei prossimi mesi e soprattutto sul piano elettorale. Sul tema oggi si è esposto anche il “tecnico” Filippo Patroni Griffi, ex ministro del governo Monti che scrisse con Paola Severino la legge in questione e che ora è presidente aggiunto del consiglio di Stato. “Cambiare la Severino?”, ha detto in un’intervista a Repubblica. “È una valutazione della politica, l’attività legislativa è libera. Poi, naturalmente, una volta che c’è la legge, anche il Parlamento vi è soggetto, come da due secoli insegnano i costituzionalisti inglesi e in genere il costituzionalismo occidentale”, ha spiegato con il pizzico di ironia di chi si deve rimettere a spiegare le basi. Per quanto riguarda il tanto rievocato problema del fumus persecutionis, motivo per cui Minzolini sarebbe stato salvato, dice: “Il problema del fumus si pone soprattutto nella fase delle indagini e per le misure cautelari. Proprio perché vige la separazione dei poteri, il giudice deve accertare se c’è stato il reato. Il Parlamento deve controllare che ci siano i presupposti per la decadenza”. Insomma, inutile insistere, è previsto ben poco margine di manovra per i parlamentari che invece non hanno avuto dubbi a operare nel senso opposto.

Il problema di cui si stanno rendendo conto i democratici è che ora tocca spiegarlo agli elettori. Quegli stessi che a malincuore stavano digerendo la sconfitta al referendum costituzionale che ha lacerato il partito e quegli stessi che si trovano a leggere le evoluzioni dell’inchiesta sugli appalti Consip sui giornali con il coinvolgimento di Tiziano Renzi e del ministro Luca Lotti. La prima a rendersene conto è stata Angela Finocchiaro: la ministra per i Rapporti con il Parlamento, come documentato da ilfattoquotidiano.it, si è presentata a Reggio Emilia per un incontro con i circoli e ha trovato una platea esasperata. “Come faccio a convincere i miei figli a non votare M5s?”, gli ha chiesto un signore dalla platea, uno di quelli che probabilmente è cresciuto tra feste dell’Unità e fiducia cieca al partito. L’arringa di risposta è stata molto accalorata e si è concentrata sulla necessità di arginare il populismo che avanza “lisciando il pelo alle paure della gente”, ma a domanda diretta sul caso Minzolini nessuna risposta.

Forse anche per questo motivo, i democratici ora cercano di scaricare colpe e responsabilità. Il ministro ai Trasporti Graziano Delrio, intervistato da Repubblica, ha detto che “sì, è stato un errore e si poteva evitare”. Anzi ha aggiunto che lui non avrebbe fatto come quei renziani che hanno salvato Minzolini: “Io avrei votato per la decadenza”, ha detto. “Rispetto le opinioni di tutti, non do lezioni, ma non avrei avuto dubbi. Il Paese ha bisogno di chiarezza, non devono esistere privilegiati di fronte alla legge”. Quindi “il liberi tutti” concesso dal Pd “si poteva evitare”: “I nostri senatori votano come credono, ma non avrei lasciato la libertà di coscienza. Il caso Minzolini va oltre il merito: abbiamo dato un messaggio sbagliato“. Intendiamoci, resta un renziano quando non chiude alla necessità di rivedere la Severino (sempre con il dubbio grande come una casa del “come”): “Alcuni aspetti vanno rivisti, nessuna legge è perfetta. Ma ha un principio giusto, che difendo: chi governa ha il dovere di essere più trasparente di chi è governato”.

Delrio parla per sé o va avanti per mettere nero su bianco il pensiero di Renzi? Resta il fatto che la sua è la presa di posizione più netta dentro il Pd. Un po’ a sorpresa, per chi ancora ha voglia di sorprendersi, il voto non è diventato argomento di campagna congressuale in vista delle primarie. Prendiamo ad esempio il candidato Orlando. A domanda diretta, a margine di un incontro della sinistra Pd a Roma, ha risposto: “Non mi pronuncio su questi temi per ragioni di carattere istituzionale“. La replica arriva dallo stesso Lavia su l’Unità: quella del Parlamento “era una scelta politica e non una sentenza giudiziaria, quindi poteva commentare benissimo“. Non che l’avversario Michele Emiliano abbia fatto le barricate: “Rispetto il voto del Senato che pure mi ha addolorato”, ha detto a corpo ancora caldo. “Non voglio farmi tirare dentro queste cose”. Poi più passano le ore e più i suoi sembrano essersi resi conto che forse potrebbe essere tema da campagna congressuale. Per il deputato Simone Valiante “è un doppiopesismo imbarazzante” e per il collega Dario Ginefra la frittata è fatta: “Delrio su Minzolini dice cose sagge, ma fuori tempo massimo. Dobbiamo imparare ad intervenire un attimo prima e non un attimo dopo degli eventi, altrimenti le nostre sembreranno lacrime di coccodrillo anche quando saranno semplicemente l’implicita ammissione dell’assenza di una guida del partito come luogo di orientamento delle scelte”.

In difesa del voto resta qualche sopravvissuto. Ad esempio la De Giorgi che al Corriere, senza nessun timore, ha raccontato il perché del salvataggio: “Non c’è stato alcun ordine di scuderia, il gruppo ha lasciato libertà di coscienza”. Anche nel 2013, per Silvio Berlusconi, “il capogruppo Zanda non diede indicazioni di voto”, ha spiegato. “Io allora non ebbi dubbi e votai per la decadenza. Berlusconi aveva commesso un reato grave e non ravvisai alcun fumus persecutionis” (niente, dal fumus non escono). Quanto all’ex direttore del Tg1, invece, “non entro nel merito della tragica storia di quella carta. Minzolini restituì i soldi, poi la Corte dei Conti disse che la Rai doveva ridare i soldi a Minzolini. Fino alla denuncia di Di Pietro, che portò all’assoluzione in primo grado e infine alla condanna. L’accusa chiese due anni, invece gliene diedero due e mezzo, con anche la pena accessoria”. Per la De Giorgi c’è stato un trattamento imparziale per Minzolini a livello giudiziario: “Tutto chiaro non è. Noi, che abbiamo una certa età e studiamo più degli altri, abbiamo ravvisato parecchio fumus persecutionis. È eccessivo dare una pena in più perché l’imputato è un politico, sospettiamo un accanimento“.

Renzi non si esprime, almeno non direttamente sperando che la faccenda venga dimenticata in fretta. Ma questa volta potrebbe volerci più tempo del solito anche per la memoria da pesce rosso degli italiani. Di sicuro la scelta non fa bene in vista delle primarie e della campagna elettorale e i 5 stelle si mettono sulla scia per raccogliere più voti possibile anche da questa nuova trovata del Pd. Oggi è toccato ad esempio al deputato Alessandro Di Battista intervenire: “Dopo il salvataggio eversivo di Minzolini”, ha scritto su Facebook, “dissi che Renzi probabilmente avrebbe preso le distanze. Beh lui non ha ancora commentato tuttavia l’ha fatto un suo uomo di fiducia: il ministro Delrio. ‘Abbiamo dato un messaggio sbagliato’, ha detto. Non si tratta di un messaggio sbagliato ma di un’istigazione a delinquere. I senatori che hanno salvato Minzolini hanno dato questo messaggio al Paese: ‘Fate reati, violate la legge, delinquete, è tutto permesso!’. Hanno, ufficialmente, istituzionalizzato il crimine”. Nessun esponente del Pd ha potuto avere – almeno per ora – la forza di smentirlo.

L’articolo Minzolini, il Pd tra sensi di colpa e schizofrenia. Le mille giravolte di un partito senza guida proviene da Il Fatto Quotidiano.

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