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Non c’è napoletano che percorrendo corso Meridionale non si sia imbattuto nell’imponente catena dei negozi ‘Genny Esposito – Argenteria orologeria oggettistica gioielleria’. Venti vetrine addobbate di tutto punto e luccicanti, estese per 15 civici e intervallate da cinque ingressi dislocati tra corso Meridionale e le strade laterali di via Pavia e via Nazionale – zona a ridosso della Stazione centrale di Napoli. Non sono mai mancati dubbi e sospetti su quei negozi. Da una settimana le vetrine sono al buio e sulle saracinesche è affisso l’avviso: ‘Locale sottoposto a sequestro in esecuzione del decreto di sequestro ex articolo 253 C.P.P. emesso in data 01.12.2016 dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli – Direzione Distrettuale Antimafia’.

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L’inchiesta è quella che ha portato dietro le sbarre la ‘manager della camorra’ Anna Aieta, consorte di Francesco Mallardo, conosciuto con il nomignolo di Ciccio ‘e Carlantonio, capo dell’omonimo clan di Giugliano. Anna ha due sorelle Rita e Maria Aieta che hanno sposato i boss Edoardo Contini e Patrizio Bosti. I tre padrini con il loro vincolo di parentela e nonostante la detenzione rappresentano ‘politicamente’ su di un vasto territorio l’Allenza di Secondigliano della Masseria Cardone. Si tratta di un potente cartello criminale che conserva intatto il potere strutturato attorno alla famiglia di Maria ‘la Piccolina’ Licciardi.

Nomi vecchi che ai più distratti e appassionati di paranze di bimbi sembravano consegnati agli archivi della storia criminale. Così non è. L’inchiesta dell’antimafia certifica come l’Alleanza di Secondigliano sia viva e goda di ottima salute. Un potere radicato, stratificato con a disposizione un’enorme disponibilità finanziaria. La boutique ‘Genny Esposito gioielleria’ insieme a caseifici e panifici facenti capo a Salvatore Lucente, marito della figlia di Francesco Mallardo e Anna Aieta, riciclavano, secondo l’accusa, una parte del denaro. Attività commerciali apparentemente inserite nel mercato, invece, attive come lavatrici di denaro sporco. Imprese che operavano su disposizione della signora Anna Aieta, delegata nella gestione della cassa del clan. Incaricata non solo della distribuzione delle ‘mesate’ (stipendi agli affiliati) ma ‘mente’ della gestione degli investimenti. Un impero economico che immetteva nell’economia legale grandi capitali illeciti. Ingenti cifre come emerge dalle carte dell’antimafia.

La Dia su disposizione della Procura di Napoli ha sequestro beni e bloccato circa 12milioni di euro. Il denaro dev’essere scialacquato occorrono supermercati e prestanome da inserire nelle catene più note della grande distribuzione. Punti vendita dislocati nei quartieri di Napoli e dei comuni dell’hinterland per una pulitura quotidiana del denaro. Una macchina rodata che sbaraglia la concorrenza attuando una massiccia politica degli sconti così da dopare un mercato già asfittico. Sono scattati sigilli a 22 unità immobiliari, due terreni, tre auto e due moto, una imbarcazione, 8 società e 74 rapporti economici con istituti di credito: Credito Emiliano, Banca popolare dell’Emilia Romagna, Banco di Napoli, Banca nazionale del lavoro, Banca popolare di Ancona, Monte Paschi di Siena, B.C.C. Napoli, Unicredit, Poste italiane e società del risparmio. Interessi non solo dei Mallardo ma anche degli altri componenti di Alleanza di Secondigliano.

Tra gli arrestati spicca Gaetano Esposito, uno dei titolari, appunto, della catena di gioiellerie ‘Genny Esposito’. E’ accusato di aver riciclato 2 milioni di euro per conto del clan. Il suo nome viene fuori in diverse intercettazioni quando Francesco Mallardo era ai domiciliari a Sulmona. Ciccio ‘e Carlantonio spiega: “… Certi soldi si devono saper guadagnare e riciclarli… voglio capire una cosa, voi avete 700 più 500 dell’altra volta ce li avete investiti questi soldi?”. Ed Esposito di rimando, lo tranquillizza: “… Certo ho già investito tutto quanto… abbiamo comprato quei brillanti”. Attraverso la rivendita d’oro e brillanti, argento e orologi avveniva parte del riciclaggio. Circostanza confermata dai collaboratori di giustizia che svelano, insomma, il vero volto della camorra.

Clan silenziosi, mimetizzati con eserciti in sonno che gestiscono e spostano con la complicità dei colletti bianchi enormi patrimoni. Più che clan agiscono veri e propri consigli d’amministrazione. E dopo aver investito in Emilia Romagna, Toscana ed in Lombardia mostrano disinvoltura nell’iniettare capitali all’estero rendendo gli investimenti pressoché irrintracciabili.

L’articolo Napoli, l’impero della camorra in gioiellerie e panifici proviene da Il Fatto Quotidiano.

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