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“Due candidate italiane alle Olimpiadi. Due città di pianura o collina: Milano e Torino. Vogliono fare i giochi invernali senza la montagna”, parola di Roger De Menech, deputato Pd di Belluno. Ormai sembra un match a due per le Olimpiadi invernali del 2026: Milano contro Torino. Una partita politica, prima che sciistica e sportiva: da una parte la regione amministrata dalla Lega con una città in mano al centrosinistra, dall’altra il capoluogo piemontese guidato dai Cinque Stelle.

Ma ai nastri di partenza stava per presentarsi un terzo candidato: le Dolomiti. L’unico progetto che partiva direttamente dalle montagne. De Menech racconta: “A ottobre ci siamo incontrati con i presidenti delle Province interessate: Ugo Rossi (Partito autonomista Trentino Tirolese, eletto con il centrosinistra) per Trento, Arno Kompatscher (Svp) per Bolzano e il bellunese Roberto Padrin (centrodestra). L’idea di base era quella di realizzare dei giochi a cemento zero. Senza costruire nulla, ma utilizzando soltanto le strutture esistenti”. Possibile? I sostenitori della proposta snocciolano l’elenco degli impianti: per lo sci alpino ci sarebbero le piste di Cortina d’Ampezzo che saranno rinnovate e adeguate per i Mondiali di sci del 2021. Ma la scelta non manca: per il gigante ci sarebbe anche la mitica Gran Risa della Val Badia, mentre la discesa libera avrebbe a disposizione anche la splendida pista del Saslong. Senza contare piste finora non usate per le competizioni internazionali che così potrebbero essere conosciute nel mondo. Mentre per lo sci di fondo sulle Dolomiti esistono 1.300 chilometri di piste, sparsi tra Trentino, Alto Adige e Veneto.

Ma le altre discipline? De Menech, Rossi, Kompatscher e Padrin erano convinti di farcela con gli impianti esistenti: “Ci sono palazzetti del ghiaccio in tutte le province”. Per il trampolino si pensava all’impianto di Predazzo (Trento), ma c’era anche l’ipotesi di ricorrere all’austriaca Innsbruck per realizzare delle Olimpiadi trans-nazionali. Per il bob poteva essere un’occasione per recuperare la storica pista delle Tofane, dove si svolsero i Giochi del 1956. Un impianto che sta andando in malora e altrimenti pare destinato all’abbandono.

Ma i vantaggi, secondo i sostenitori, erano anche altri: “Sulle Dolomiti potremmo organizzare l’evento con un sesto dei tanti miliardi investiti per Torino 2006. Libereremmo così moltissime risorse per il marketing e la promozione del territorio”. Per esempio, sostengono gli ideatori della proposta, l’ammodernamento delle strutture alberghiere che, soprattutto nel bellunese (vedi Cortina), hanno bisogno di un’urgente rinfrescata. La viabilità, si dice, potrebbe utilizzare – magari ampliandole – le opere in via di realizzazione per i mondiali di Cortina del 2021 (che prevedono già investimenti per oltre 200 milioni).

Ma la ricaduta potrebbe essere molto più profonda: lo scopo della candidatura era proporre un progetto che unisse tre comunità – italiana, altoatesina e ladina – che vivono una accanto all’altra, talvolta insieme, ma che finora si sono fatte soprattutto concorrenza. Nel turismo e non solo. E poi c’è la piaga dello spopolamento delle valli dolomitiche, soprattutto a Belluno (meno 10mila abitanti dal 2010). Qui dove in sette anni hanno chiuso 600 negozi e 20 uffici postali. Dove chiudono i battenti ospedali, parrocchie, banche, caserme e scuole.

Invece il progetto non si presenterà nemmeno ai nastri di partenza. Restano in gara Torino e Milano. E questa volta, sostiene chi conosce i meccanismi del Comitato Olimpico Internazionale (Cio), l’Italia strapperà la vittoria. Chi si candiderà dovrebbe riuscire a portare a casa i Giochi.

Torino ha l’handicap di aver già organizzato le Olimpiadi nel 2006. Ma ormai il Cio ha infranto il tabù: Los Angeles, che aveva ospitato i Giochi estivi del 1984, sarà di nuovo sede delle Olimpiadi nel 2028. Del resto ormai sono in pochi a voler rischiare, visto che i costi della competizione mediamente lievitano del 179% rispetto alle previsioni. La spesa è l’asso nella manica dei Giochi low-cost del Piemonte. Si utilizzeranno, è la promessa, gli impianti esistenti. Anche se i costi non saranno poi così bassi: 2 miliardi previsti e ben 170 milioni per rimodernare impianti che oggi hanno appena 12 anni.

Milano invece punta sulle infrastrutture cittadine e sull’immagine di una grande metropoli, già sede dell’Expo. E sulle piste delle montagne lombarde, specialmente la Valtellina. Così le Dolomiti ormai paiono destinate a restare fuori. Per il prossimo treno bisognerà aspettare decenni. Chissà che cosa abbia pesato di più, se il progetto in se stesso oppure elementi meno confessabili: l’idea di puntare su Olimpiadi a cemento zero forse non piaceva. Meno opere da realizzare, meno soldi che girano. Oppure quello che dice De Menech: “Ha vinto la lobby delle grandi città”. Perché Milano e Torino pesano di più economicamente e politicamente. Le Dolomiti hanno un terzo dei voti.

L’articolo Olimpiadi2026, politica e lobby cassano giochi a “cemento zero” delle Dolomiti. Grandi città affossano la candidatura proviene da Il Fatto Quotidiano.

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