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Ventiquattr’ore dopo, cosa è rimasto del polverone su “Parliamone sabato”, il programma condotto da Paola Perego su RaiUno e chiuso d’imperio dopo lo scivolone sulle donne dell’est Europa? Quando capitano episodi del genere, con la Rai coinvolta, i politici pronti a mettere il cappello sulla polemica e l’immancabile “reazione del web”, bisogna stare attenti a non buttare tutto in caciara, a non banalizzare la questione, dimenticando il merito e limitandosi a sfruttare la scia della gazzarra mediatica solo per parlare e far parlare.

È bene cominciare da un assunto che sembra incontrovertibile: la messa in onda di quell’elenco di motivi per cui gli uomini dovrebbero preferire una fidanzata dell’Est Europa è stato un errore madornale e imperdonabile. L’enorme quantità di cliché sessisti e razzisti era davvero troppo evidente perché non se ne accorgessero in tempo, evitando di banalizzare e generalizzare. “Ma l’elenco è stato preso da un sito satirico!”, ha subito precisato qualcuno. Peggio ancora, verrebbe da dire, perché la discussione in studio non è stata improntata sull’ironia, anche per colpa di alcuni ospiti francamente poco adatti allo scopo (Fabio Testi e Roberto Alessi su tutti).

Paola Perego ha provato in un paio di occasioni a rintuzzare le stoccate maschiliste degli ospiti, ma ha avuto la “colpa” di non aver chiarito sin da subito l’intento ironico (se c’era) dell’intera operazione. E anche se fosse stata una boutade ironica, l’effetto sarebbe stato comunque negativo, perché da un programma di RaiUno, anche se improntato alla leggerezza, ci si aspetta comprensibilmente qualcosa di meglio. Chiudere “Parliamone sabato”, dunque, è sembrata una reazione obbligata da parte dei vertici Rai, quegli stessi vertici che non sono esenti da colpe, anche se ieri sono sembrati cadere dal pero, come se non fosse anche loro precisa responsabilità quello che va in onda su RaiUno. Il problema principale della Rai è che i veri responsabili non pagano quasi mai, visto che si accodano all’indignazione generale ergendosi a vittime dell’accaduto e non a corresponsabili, quali invece sono.

Un argomento messo in campo da chi ha ritenuto eccessiva la chiusura, poi, è stato il seguente: “Parliamone sabato” non è la cosa peggiore che va in onda in televisione. Vero, verissimo. C’è e c’è stato molto di peggio, anche in Rai. Basti pensare all’intervista “appecoronata” di Bruno Vespa al figlio di Riina, che aveva provocato parecchie polemiche senza, tuttavia, far rischiare la chiusura a quella che fu la Terza Camera.

Sulla sponda Mediaset, poi, vanno in onda i programmi di Barbara D’Urso, con tutto quello che comportano in termini di strumentalizzazione del dolore e spettacolarizzazione del gossip più becero. Ma Pomeriggio 5 e Domenica Live vanno in onda su un network privato, non sulla Rai, quindi, ci piaccia o meno, il Biscione ha meno responsabilità rispetto al pubblico di quanto ne abbia viale Mazzini. Meno, non per nulla. E infatti anche Mediaset dovrebbe cominciare a darsi una regolata, a depurarsi dal dursismo imperante che può far bene, nel breve periodo, alle curve dell’Auditel, ma fa malissimo al pubblico e all’azienda stessa.

La Rai, si diceva, ha maggiori responsabilità. È un’azienda pubblica che vive anche grazie al canone pagato dai cittadini e dunque è normale che ci sia maggiore attenzione, che si pretenda di più e meglio da quella che ancora definiamo “la più grande industria culturale del Paese”. E quando si insediarono i vertici della nuova Rai renziana, il direttore generale Campo Dall’Orto aveva promesso una rivoluzione nel daytime, con la progressiva eliminazione di infotainment ed emotainment, dei casi di cronaca nera raccontati come se fossero storielle di gossip e delle storielle di gossip raccontate come se fossero vicende fondamentali per la vita quotidiana della gente. Una promessa non mantenuta, ad oggi, e che è una delle prove più evidenti del deludente nuovo corso Rai. C’è chi ribatte: “Ma i competitor continuano a fare quel tipo di tv e se la Rai si chiama fuori verrà massacrata all’Auditel”. E chi se ne frega, non lo vogliamo aggiungere? È proprio questa rincorsa senza criterio al peggio, in nome del dio Auditel, che sta provocando danni irreparabili alla Rai. Beninteso, nessuno vorrebbe un palinsesto Rai fatto solo di documentari, videolezioni dell’Università Nettuno e scarti di magazzino del fu Dipartimento Scuola Educazione. La Rai è un player centrale dell’offerta televisiva generalista e può e deve proporre anche un’offerta di intrattenimento che possa stare sul mercato. Con dei limiti, però, perché, ci piaccia o meno, ha delle responsabilità che altri attori del settore non hanno, o comunque hanno in misura decisamente minore.

Ecco perché la chiusura di “Parliamone Sabato” non deve restare un caso isolato, col rischio di farla sembrare una punizione contra personam o, peggio, l’occasione per regolamenti di conti nell’infinita guerra tra bande che da sempre esiste in viale Mazzini. La polemiche delle ultime ore deve servire ad accelerare il percorso promesso da Campo Dall’Orto e mai realizzato. Va ridisegnato l’intero daytime dei canali Rai, senza però buttare il bambino con l’acqua sporca. Ma prima di mettere mano ai palinsesti, va risolta l’odiosa questione delle lotte intestine tra scuderie e tra fazioni, con gli artisti seguiti da Presta da un lato e quelli di Caschetto dall’altro, con i colpevolissimi giornalisti arruolati da una parte e dall’altra a fare il tifo da bordocampo. Perché questo è uno dei difetti maggiori di Mamma Rai, una questione grave e inaccettabile che negli ultimi tempi si è acuita sino a diventare più ingombrante del Cavallo Morente di viale Mazzini.

Chi sbaglia paga, dunque. E “Parliamone Sabato” non poteva passarla liscia. Ma ora ci aspettiamo che provvedimenti ugualmente radicali vengano presi nei confronti dei responsabili del programma, dal capostruttura al capoprogetto, perché altrimenti a pagare sono sempre gli stessi, le partite IVA che da un giorno all’altro hanno perso il lavoro e ora sono a spasso, le maestranze e i pesci piccoli, mentre gli squali continuano a nuotare allegramente (e a fauci spalancate) tra i corridoi del settimo piano.

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