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Il parallelismo mi è venuto immediatamente in mente, perché la sensazione che ho provato di rabbia, anzi quasi di odio verso una frase il cui senso infame era simile – con le dovute differenze – a quella di qualche anno fa: i giovani partiti in massa, fuggiti da un paese che offre ai migliori tra loro, iperformati e plurilaureati, poche centinaia di euro prive di certezze e senza nessuna speranza di carriera, sono rompicoglioni, proprio come Biagi secondo Scajola, “gente che è meglio che non stia tra i piedi”, secondo il nostro ministro del Lavoro. Ricercatori, ma anche liberi professionisti di livello, imprenditori, inventori di start up: per Poletti meglio che se ne siano andati, ad arricchire con le loro conoscenze, la loro capacità di intuito e di analisi, la loro immaginazione e fantasia, altri paesi. Sono più di centomila ogni anno quelli che se ne vanno, più di quelli che arrivano, per avere un’idea delle cifre e del conseguente massiccio impoverimento dell’Italia.

D’altra parte la critica alla “retorica” della fuga dei cervelli viene solo da chi non sa cosa significhi la fame: fame fisica, cioè impossibilità a sostentarsi con ciò che si guadagna; ma anche fame morale, di riconoscimento, di meritocrazia, fame di sapere e di scoprire, per la quale servono condizioni che in Italia non ci sono. Basta fare una ricerca sia negli enti di ricerca pubblici, come le università, che privati, come ad esempio il Censis, basta andarsi a leggere i cognomi che ricorrono lì come nelle partecipate di Stato – Enel, Eni, Finmeccanica – per scoprire come il familismo trionfi, ieri come oggi, senza che nulla sia cambiato.

Anzi sì, molto è cambiato. Perché negli anni Sessanta i posti c’erano per raccomandati e non, oggi sono pochissimi e vanno solo a chi ha le giuste conoscenze ed è “figlio di”. Perché negli anni Sessanta e Settanta si entrava comunque e ovunque con concorsi pubblici, e si otteneva un posto che garantiva certezza di stipendio ma anche di avanzamento, oltre che di quella pensione di cui intere generazioni saranno per sempre private. Un’emergenza devastante di cui nessuno parla.

E paradossalmente c’era più mobilità sociale di oggi, perché ci si spostava facilmente tra posto fisso a posto fisso, mentre adesso – grazie al Jobs Act legato proprio alla figura di Poletti – quelli che hanno l’art. 18 rimangono bloccati, impossibilitati a cambiare per non perdere quella tutela, terrorizzati di entrare a far parte della massa di persone che l’art. 18 non l’ha mai visto manco da lontano. Partite Iva, lavoratori con diritto d’autore, collaboratori di ogni tipo, lavoratori con voucher, stagionali: queste sono le figure ormai “stabili” nel nostro panorama sociale. Gente priva di tutele per malattia e spesso maternità – altro che maternità per tutti! – che deve pensare a come fare fronte a un imprevisto banale, o come mettere al mondo un figlio, quando i committenti, magari pubblici,  li pagano una volta sì e tre no. Gente che deve andare, piena di vergogna, dai genitori ottantenni a chiedere una parte della loro pensione, per non soccombere.

Ma che ne sa Poletti di questo scenario del lavoro devastato, dove i lavoratori sono sotto ricatto dei datori di lavoro che ormai non hanno bisogno neanche di un avvocato per tutelarsi da eventuali licenziamenti, visto che anche i licenziamenti sono scomparsi? Che ne sa di un mondo del lavoro dove basta lasciar finire il contratto, basta non chiamare più il collaboratore, basta non rinnovare i voucher per liquidare una persona? No, loro – quelli che ci governano – non sanno nulla di questo, purtroppo sono sempre stati e sono dipendenti pubblici, con stipendio sicuro da migliaia di euro al mese. Temono le elezioni, certo, la possibile perdita dei privilegi, ma grazie alle larghe intese hanno trovato un modo per andare avanti anche senza sottomettersi al giudizio degli elettori.

Costoro dovrebbero inchinarsi a tutti quelli che, grazie alle lingue faticosamente studiate, non come loro che chiamano le loro riforme con una lingua che non conoscono, si fanno carico del dolore di lasciare persone care – magari genitori anziani e malati – per andarsene via e non tornare quasi sicuramente più. Ho decine e decine di amici emigrati, ma soprattutto ho intervistato decine e decine di giovani e meno giovani andati via per trovare un lavoro esattamente come lo avevano desiderato. O anche donne, partite perché altrove fare un figlio è possibile, grazie ad una conciliazione tra lavoro e famiglia che funziona (leggi sussidi, asili, part time, stipendi “veri”). Nessuno di loro ha rimpianti, nessuno ha intenzione di tornare, altro che rientro dei cervelli.

D’altronde non ci sono le condizioni: vivere con uno stipendio di 4000 euro, o anche da 2000 ma con uno Stato che ti aiuta lo stesso, non solo se hai un Isee da fame, non è come vivere con uno da mille, senza nessuno sussidio e servizio perché sei pure considerato ricco, e in un paese dove c’è corruzione, degrado morale, mafia. Così qui restano i pensionati, i giovani poveri economicamente ma anche di capacità culturali che li aiutino a pensarsi altrove, le famiglie con poche risorse, i bambini, sempre più poveri anche loro. E poi, appunto, i furbetti e gli incivili di cui è pieno il paese, i corrotti, i mafiosi e  i politici incapaci di riforme giuste e di parole appropriate. Quelli, come dimostra Poletti, non mancheranno mai.

L’articolo Poletti come Scajola: che ne sa il ministro di quei centomila (giovani) rompicoglioni? proviene da Il Fatto Quotidiano.

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