Raccolta News di Economia e Finanza aggiornate in tempo reale

Altro che pacificazione, gli «alleati» del Pd vogliono Silvio Berlusconi in galera il più in fretta possibile. E per essere certi di non sbagliare il colpo, per non avere sorprese nel segreto dell’urna con qualche franco tiratore che in un soprassalto di coscienza potrebbe votare a favore del Cavaliere, hanno deciso che la decadenza da senatore del leader di centrodestra  non debba essere decisa con il voto segreto, come sempre si è fatto nel passato, ma palese.  Gli onorevoli del Pd, di Sel, del Movimento Cinque Stelle o di Scelta civica che volessero dissociarsi dalla linea ufficiale del loro partito e che fossero tentati di opporsi alla cacciata da Palazzo Madama di Berlusconi sarebbero dunque costretti a farlo a proprio rischio e pericolo: sotto gli occhi delle telecamere di tutto il mondo e soprattutto sotto gli occhi venati di sangue di un elettorato di sinistra che reclama una sola cosa: lo scalpo – anzi il parrucchino – del Cavaliere.

Quella decisa ieri è una specie di piazzale Loreto degli anni Duemila. Una fucilazione alle spalle. Anzi  l’arresto annunciato dell’uomo politico che per vent’anni ha rappresentato il centrodestra in Italia. Come si sia arrivati a tutto ciò è noto, perché a Libero ce ne siamo occupati più volte. Che ci si sia arrivati nell’ora in cui questo Paese aveva cercato di lasciarsi alle spalle le divisioni feroci degli anni scorsi optando per le larghe intese è però il paradosso della storia. Quando Berlusconi spinse con il sostegno di Napolitano per la nascita di un governo Pd-Pdl, la condanna per i diritti Mediaset era lontanissima anche se al pronunciamento della sentenza mancavano pochi mesi. Nessuno avrebbe immaginato uno scenario come quello attuale perché nessuno  poteva immaginare che la Cassazione convalidasse una condanna senza prove. Anzi: che la Suprema Corte mettesse il suo timbro su una sentenza da cui emergeva il contrario di ciò che i giudici dell’Appello avevano sostenuto, ovvero che nessun passaggio di denaro fra il proprietario di Mediaset e il cosiddetto prestanome c’era stato,  oltre alla conferma che il cosiddetto prestanome da sempre svolgeva per altri l’attività che solo nel caso di Berlusconi si sarebbe voluta considerare fittizia. Ma tant’è.

Nell’ora in cui nasceva l’esecutivo di unità nazionale, cioè una specie di gabinetto di crisi che avrebbe dovuto far fronte alle emergenze nazionali e alle riforme, nessuno – tanto meno il Cavaliere – poteva immaginare che la leggina varata contro i Fiorito, i Lusi e i Maruccio, cioè i profittatori della politica, sarebbe stata usata per eliminare Berlusconi e che con la formula della decadenza e dell’incandidabilità il fondatore del Pdl, l’uomo che ha dato una casa ai moderati, sarebbe stato consegnato nelle mani di pm che gli danno la caccia da vent’anni.

Perché è questo ciò che sta accadendo.  Non è ancora chiaro se, dopo la decisione di ieri di rendere palese il voto contro il Cavaliere, il caso approderà in aula a Palazzo Madama il 5 di novembre o la fine del mese. Se dovessimo scommettere punteremmo sulla prossima settimana, perché ormai è certo che la strada imboccata dalla sinistra, cioè da una parte di quelli che sono gli «alleati» di governo del Pdl, porta a fare più in fretta possibile e non lasciare tempo per le riflessioni. Siccome il governo è in difficoltà e sul fronte delle cose serie, cioè l’economia, non sa che pesci prendere, il Pd vuole far secco Berlusconi, spingerlo fuori dal Parlamento e possibilmente metterlo a disposizione delle procure. Nel piano è stata messa in conto anche la reazione del Cavaliere e del suo partito. E perfino la caduta del governo. All’ala renziana non dispiacerebbe trasformare le primarie per la segreteria nelle primarie per Palazzo Chigi. E dunque che c’è di meglio se non far cadere l’esecutivo, anzi spingere Berlusconi a farlo cadere così da potergliene poi addossare la colpa. Sulle spalle del Cavaliere si potrebbero mettere anche i conti sbagliati di Letta e Saccomanni, il ritorno dell’Imu e il carico della Tarsi, della Tasi e della Tari, oltre naturalmente che della tassa sui Bot e la riduzione della circolazione dei contanti.  Tutta responsabilità sua ciò che accadrà. Si tratta di un gioco cinico che punta ad eliminare l’avversario, a imputargli le conseguenze di quel che accadrà, e a costruire una nuova leadership a spese del centrodestra.

La spregiudicata manovra che mira soltanto a cancellare Berlusconi e rottamare il Pdl e Forza Italia (sempre più dilaniati dagli scontri interni) rischia però di provocare gravi effetti collaterali. L’operazione è fatta sulla pelle e sui portafogli degli italiani, con quel che ne consegue. Dopo mesi in cui si è sacrificata ogni cosa sull’altare della stabilità, ora spread, debito pubblico, famiglie e occupazione non contano più nulla. Ora ciò che preme è la conquista del potere.

In momento così difficile non so  quanti dentro il Pdl  siano ancora lucidi e quanti invece lucidino i galloni conquistati o quelli che sperano di conquistare.  Tuttavia se esiste una sola possibilità per impedire che tutto ciò accada, questa passa dall’unità del centrodestra. Lo abbiamo scritto e riscritto, anche a costo di scontentare qualche lettore baldanzoso. Ma se si vuole evitare di morire sinistrati c’è una sola possibilità: serrare le fila. Falchi e colombe devono volare insieme, altrimenti finiranno insieme in gabbia.

di Maurizio Belpietro


pubblicato da Libero Quotidiano

Questi lo vogliono vedere in galera

Notizie del italia, economia, notizie italia

Quotidiani

Il Denaro, Il Fatto Quotidiano, Libero Quotidiano

Rispondi

Archivi