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La legge delega contro la povertà è stata approvata definitivamente. La misura principale è l’introduzione del Rei, il reddito di inclusione. Avvia un processo che può portare in pochi anni l’Italia ad avere un reddito minimo universale.

di Massimo Baldini (Fonte: Lavoce.info)

Cos’è il Rei

Il 9 marzo il Senato ha approvato il disegno di legge delega sul contrasto alla povertà, già passato alla Camera nel luglio 2016. Ora si attende il decreto legislativo per tradurne in pratica le principali indicazioni.

Si introduce una misura nazionale di contrasto della povertà assoluta, denominata “Rei“, cioè reddito di inclusione, che consiste in un trasferimento monetario riservato alle famiglie con Isee molto basso. Il reddito di inclusione è un livello essenziale delle prestazioni e diventa quindi un diritto che ogni regione italiana deve garantire ai propri residenti che rispettino le condizioni di accesso. Possono presentare domanda anche le famiglie straniere, purché con un requisito minimo di residenza in Italia. Il beneficio ha durata limitata, ma è rinnovabile se permane la situazione di bisogno. La misura sarà tendenzialmente universale, non riservata a specifiche categorie, ma subordinata alla verifica dei mezzi economici, da effettuarsi sulla base dell’Isee e del reddito disponibile. Potrà essere ricevuto solo se il nucleo interessato si impegna a rispettare un progetto personalizzato di reinserimento sociale e lavorativo, che sarà predisposto dalla rete dei servizi sociali territoriali.

Il reddito di inclusione assorbirà il “Sia”, il sostegno per l’inclusione attiva, entrato in vigore a settembre 2016, che ha finora raggiunto circa 65mila famiglie e che è riservato solo a quelle con minori o con figli disabili, anche adulti, o donne in gravidanza. La diffusione del Sia è stata limitata dalla necessità di superare un punteggio piuttosto alto in una scala di misurazione multidimensionale del bisogno, un requisito che ha escluso buona parte delle famiglie che hanno presentato domanda (si aspetta un intervento del ministero del Lavoro per rendere meno stringente il requisito).

Il Rei dovrebbe assorbire anche altre misure destinate al contrasto alla povertà, come la carta acquisti ordinaria o l’assegno per le famiglie con almeno tre minori, ma è ragionevole che i tempi della semplificazione non saranno brevi.
Il Rei sarà inizialmente riservato a un sottoinsieme dei poveri assoluti, che la legge delega individua con criteri molto simili a quelli del Sia: nuclei con minori o con figli gravemente disabili o donne in gravidanza, oppure con almeno un 55enne disoccupato.

Dal 2018 il Rei potrà contare su un finanziamento di circa 2 miliardi, non sufficiente per raggiungere tutte le famiglie in povertà assoluta. È prevista la graduale estensione dei beneficiari, compatibilmente con l’aumento delle risorse a disposizione.

Perché è una misura positiva

Come giudicare il Rei? È possibile vedere il bicchiere mezzo vuoto, perché non si tratta ancora di una misura universale e rischia così di essere una tra le tante categoriali già presenti nella spesa sociale, e perché i fondi stanziati sono inadeguati rispetto al forte aumento della povertà negli ultimi dieci anni.

Ma sarebbe una lettura parziale, perché in effetti c’è un importante salto qualitativo: si è finalmente messo in moto un processo che nel giro di pochi anni può portare l’Italia ad avere un reddito minimo universale contro la povertà assoluta, integrato dalla presa in carico dei beneficiari da parte dei servizi sociali territoriali sulla base di un progetto di reinserimento. Creare un’adeguata rete di servizi rischia di essere problematico soprattutto dove la pubblica amministrazione è poco efficiente, ma potrebbe essere l’occasione per un passo avanti collettivo nella qualità dei servizi pubblici.

Anche da un punto di vista quantitativo, quanto realizzato finora non va sottovalutato. Sull’ipotetico impatto del Rei sulla povertà non possiamo fare stime precise perché i dettagli sui suoi criteri di erogazione verranno stabiliti dal decreto legislativo, ma sulla base delle regole del Sia qualche considerazione si può tentare.

Usando l’indagine Silc 2015 sui redditi delle famiglie, risulta che circa 800mila famiglie italiane con almeno un minore hanno reddito inferiore alle soglie Istat di povertà assoluta. Visto che il numero medio di componenti per ogni famiglia povera con minori è 3,8, per raggiungere tutte le famiglie povere con minori con un trasferimento uguale all’attuale servirebbero circa 2,8 miliardi. In altre parole, con 2 miliardi si può raggiungere circa il 70 per cento circa dei nuclei poveri con almeno un minore, una platea piuttosto ampia, benché ancora lontana dal totale. Manca ancora un miliardo e potremo coprire tutti i minori in povertà assoluta.

Anche l’effetto sul reddito non è trascurabile. Se prendiamo ancora il Sia attuale come modello, che vale 80 euro al mese per ogni componente, è quasi la metà del reddito monetario medio delle famiglie povere assolute con minori. Le risorse non sono ancora sufficienti per garantire a tutte le famiglie povere con figli il trasferimento, ma per circa il 70 per cento dei minori in povertà assoluta l’attuale stanziamento permette un incremento di quasi il 50 per cento del reddito familiare medio.

Una copertura parziale nella fase iniziale non è necessariamente un male, se permette di verificare il targeting, gli effetti sulle famiglie e l’efficacia della rete dei servizi. Dopo le lezioni del primo periodo di applicazione, l’essenziale è poi non fermarsi a metà e proseguire verso la costruzione di un reddito minimo universale con un programma pluriennale di aumento delle risorse, da realizzarsi anche con la razionalizzazione degli strumenti esistenti, prevista dalla delega.

L’articolo Reddito di inclusione, un buon primo passo (in attesa del minimo garantito) proviene da Il Fatto Quotidiano.

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