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Posto questo testo per quanti – come me – propugnano un fermo No al referendum di dicembre; invitando i bravacci del fronte opposto, abituali frequentatori contestativi del blog a me intestato, a non impicciarsi in faccende su cui non hanno titolo per mettere il becco. Ossia il check-up dello stato dell’arte in materia di efficacia, tanto comunicativa come strategica, nella promozione di un atteggiamento rigorosamente critico riguardo al quesito referendario.

Visto che, dopo uno slancio iniziale, pare si stia iniziando a perdere colpi.

Accenno soltanto alla categoria dei “contrari flebili”, generalmente professorini che si atteggiano a uomini di modo e/o scettici blu sussurrando un no titubante, per poi precisare (da politicamente corretti al rosolio) che loro avrebbero preferito esprimere un “ni” o un “so” e che comunque al mondo ci sono cose più importanti. Insomma, tipetti che ci fanno perdere tempo. Non meno della tipologia dei “contrari pedanti”, di solito giurisperiti pesafumo che frantumano la capacità di resistenza dell’ascoltatore analizzando puntigliosamente la ratio nonché la qualità di scrittura delle norme sostitutive sottoposte al vaglio, dimostrando – così – di prendere sul serio un giochino che in effetti è solo uno scherzo; il trabocchetto per incastrare in una fumisteria gli oppositori del ben più vasto disegno restaurativo, seppure tardivo rispetto al trend mondiale (completare lo smantellamento di democrazia e welfare sotto forma di pulizia etnica: eliminazione dei contrappesi alla Casta affaristico/politicante). Se poi la flebilità si coniuga con la pedanteria, allora l’effetto boomerang è completo. Ma non scherza neppure – in quanto ad autolesionismo – la pratica del cosiddetto “trionfalismo nostalgico”, che ritiene di poter contrastare la propaganda avversa intontendo l’uditorio con il concerto di archi scordati sulle meraviglie di quanto si vorrebbe difendere dall’attacco iconoclasta. Pratica che potremmo riassumere nello slogan (di Roberto Benigni, guarda te!) “difendiamo la Costituzione più bella del mondo”. Quando è risaputo che la nostra Carta Suprema, al malfamato articolo Sette, costituzionalizza i Patti Lateranensi (disposizione che faceva indignare Pietro Calamandrei e anche comunisti come Concetto Marchesi). Quando – in effetti – lo scontro non è sulla sacralizzazione/intangibilità o meno del venerando documento, quanto sugli intenti che si intendono perseguire con QUESTE modifiche.

Ma il punto centrale è un altro: il successo o meno della resistenza alla controriforma renziana si gioca sull’area ancora maggioritaria degli indecisi. Dove l’azione promo-pubblicitaria di Renzi & Co. sta incidendo più e meglio: ogni tre indecisi che si decidono, due optano per il Sì. Questo – a mio modesto avviso – va addebitato alla modalità con cui il fronte del No tende a proporsi, ricadendo nel vizio autoreferenziale della sinistra italiana: privilegiando l’appartenenza alla promozione; la purezza ideologica sul realismo pragmatico. Sicché la stragrande maggioranza degli sforzi è concentrata sull’obbiettivo di convincere i già convinti. Quando – come insegnano i gesuiti, storici maestri nell’arte manipolativa – la partita va giocata in partibus infidelium: in altre parole, va finalizzata a produrre nuove conversioni.

Non a caso il trust messo in campo da Renzi ha individuato prima di tutto bersagli fuori dal recinto degli abituali consensi: i pensionati con la promessa di una quattordicesima, i tartassati assicurando la smobilitazione del Moloch Equitalia e così via. Ossia la vecchia tecnica delle regalie, l’eterno panem et circenses, grazie a cui in Italia la conservazione ha perseverato per decenni nell’intercettare consensi. Sempre presentandosi nei modi rassicuranti dell’usato sicuro.

Ma la mossa vintage di Renzi ha un punto debole: ormai non c’è più in cassa un baiocco, dunque diventa impossibile ripetere la mancia di ottanta euro delle elezioni europee. Difatti il governo promette il paese dei balocchi ma rimanda il viaggio a date dopo il 4 dicembre. Ed è qui che l’azione disvelatrice dell’inganno, operato dal mentitore seriale che ci governa, dovrebbe intervenire raggiungendo con il suo messaggio gli incerti. Cui aprire gli occhi, spiegando che il No significa il rifiuto di uno stile di governo non solo devastatore della residua civiltà democratica nazionale, quanto portato a nascondere nelle bugie la propria inettitudine. Operazione che non ha bisogno di “ottobrate del No” ma di militanza discorsiva nelle fasce più esposte agli indottrinamenti truffaldini. Da parte mia ci sto provando con un instant book che non ripete l’ennesima cronaca del renzismo, ma lo decostruisce come fenomeno.

L’articolo Referendum, check-up sullo stato dell’arte del ‘NO’ proviene da Il Fatto Quotidiano.

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