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Alla fine, Erdogan l’ha spuntata: mandato in soffitta il sistema parlamentare voluto un secolo fa dal padre della patria Ataturk, il “Sultano” è pronto a governare la Turchia con poteri assoluti oppure, per dirla con le parole di uno dei leader dell’opposizione Kemal Kilicdaroglu, a guidare “80 milioni di persone su un autobus senza freni”.

Eppure questa vittoria è stata tutto tranne un trionfo: conti alla mano, e mettendo da parte per un attimo la possibilità di brogli, Erdogan l’ha spuntata grazie alla provincia e ai voti dei turchi all’estero. “Evet” è stato schiacciante in Belgio, in Olanda, in Germania e il risultato spiega anche il perché l’establishment di Ankara abbia considerato una priorità accaparrarsi quei voti lontani.

Dallo scontro frontale con l’Olanda è passato un mese e in questi trenta giorni, minacce al governo de l’Aja, insulti e dichiarazioni shock da parte di Erdogan hanno riacceso quei focolai di tensione con la comunità turca, la seconda numericamente più rilevante nei Paesi Bassi, i loro rapporti interni e quelli con la società olandese mainstream.

Il nazionalismo della diaspora turca in Olanda è un fenomeno molto evidente: Mehmet Ulgen, un giornalista rifugiato nei Paesi Bassi ai tempi del golpe del 1980, mi raccontò in un’intervista: “La prima generazione ma anche quelle successive, sembra quasi non vivano in questa società: fanno acquisti solo nei negozi turchi, guardano la tv turca e non sembrano interessati al mondo che li circonda”. Forse una descrizione simile potrebbe adattarsi anche alle prime generazioni di italiani che emigravano in Germania, negli Usa o in Australia ma la “longa manus di Ankara” come molti hanno definito l’intrusione del governo nelle vicende all’estero è un fattore che differenzia in maniera netta la nostra emigrazione da quella turca.

Il governo di Ankara, ad esempio, mantiene un saldo controllo sulla vita quotidiana di buona parte della sua comunità all’estero grazie a Diyanet, un ente pubblico che si occupa di affari religiosi e alla fitta rete di associazioni riconducibili in un modo o nell’altro al governo della mezza luna. Questa enorme pressione avviene, e qui è il paradosso, in larga parte su cittadini di un altro Stato: l’Olanda non ammette (se non come eccezione) il doppio passaporto. Nonostante ciò, negli ultimi mesi la “caccia al gulenista” ordinata da Ankara, è avvenuta  tra scuole e istituti islamici, negozi e fast food di kebab di Amsterdam, Rotterdam, l’Aja e Deventer mentre negli ultimi giorni, a diversi cittadini europei di origine turca, inclusi 20 olandesi, è stato impedito di lasciare la Turchia perché considerati simpatizzanti dell’organizzazione del religioso Gulen.

Eppure, proprio in Olanda, Erdogan raccoglie le percentuali più alte tra le comunità della diaspora: il 70% dei voti, alle ultime elezioni, nei seggi allestiti nei Paesi Bassi sono andati all’Akp e grossomodo la stessa percentuale ha battezzato “Evet” nel referendum di ieri. Questo fatto contribuisce a spiegare perché il Sultano tenesse tanto ai turco-olandesi. Ma al nazionalismo “a distanza” fa da contrappeso la preoccupazione di molti expat turchi, soprattutto artisti, intellettuali, accademici e professionisti ossia gente che ha visto da vicino il graduale smottamento del sistema democratico di casa loro; per questi,  il serrarsi delle maglie del regime sugli oppositori ha aperto le porte del carcere per amici, parenti o conoscenti arrestati o licenziati a causa di un’opinione contraria a quella governativa oppure perché sospettati di essere fiancheggiatori di curdi o gulenisti.

Eray, un ingegnere originario di Istanbul, da diversi anni trapiantato nei Paesi Bassi ha votato da “expat” al referendum e non è affatto sorpreso dal risultato: “Ho lasciato il Paese nel 2009 e la situazione non era ancora precipitata: allora l’Akp era un partito liberal-conservatore già al potere da 6 anni, ma concentrato soprattutto sulla favorevole congiuntura economica. La svolta autoritaria è arrivata nel 2013 con la repressione di Gezi park: da allora, è stata un’escalation senza fine”.

I turchi residenti in Olanda sono ben diversi dai “cugini” nati nei Paesi Bassi da famiglia turca e i primi, a differenza degli altri, vivono con grande preoccupazione gli sviluppi a casa loro. Se i nederturks contano su un fitto network di pagine Facebook e siti di informazione rigorosamente e patriotticamente turchi, quelli che in Turchia sono nati e cresciuti, non condividono lo stesso entusiasmo: basta uno status sui social network o un retweet per finire nei guai perché neanche in Olanda gli oppositori sono al sicuro.

Un amico di Eray, docente all’Università di Amsterdam, ha firmato il documento Academics for Peace, criticando il governo e chiedendo un cambio di rotta nella politica sui curdi. Il risultato? E’ indagato in Turchia e quando torna a casa vive nel terrore che le autorità gli impediscano di lasciare nuovamente il Paese.

Ayşe vive in Olanda dal 2009 ed è di Bursa. Secondo lei, i turco-olandesi conoscono la situazione nella madrepatria di nonni e genitori e per questo votano in massa per Erdogan; lei, che alle elezioni del 2015 e del 2016 ha lavorato presso i seggi allestiti ad Amsterdam, ha parlato con molti di loro: “Le opinioni dei turco-olandesi si formano con ciò che ascoltano dai media mainstream turchi, ossia da mezzi di comunicazione schierati con Erdogan e con l’Akp“.

Il rapporto tra i turco-olandesi e la Turchia, un legame stretto ma molto contraddittorio è uno degli elementi che ha colpito maggiormente la donna: “E’ strano il rapporto tra il governo e i turchi cresciuti qui: da Ankara li chiamano la ‘nostra gente’ perché sanno bene quale potenziale elettorale rappresentino per il regime e nei Paesi Bassi, i nederturks contraccambiano dicendosi molto attaccati alla ‘madre patria’. Durante gli scontri al consolato di Rotterdam, però, tutti hanno sentito due manifestanti dire ‘tranquillo, non siamo in Turchia, la polizia non qui non può farci nulla’. Assurdo, no?”.

Per Eray e Ayşe il referendum non è stata una virata verso un regime autoritario ma il sigillo legale a una deriva in corso ormai da tempo. A proposito del famoso documento a sostegno degli accademici, l’ha firmato anche Aylin, un’altra accademica dell’Università di Amsterdam: “Potrei sapere all’improvviso se quella firma ha avuto qualche ripercussione, magari quando tornerò a casa la prossima volta”, mi ha detto. Ricercatrice, anche lei vede un’enorme differenza con i concittadini nati in Olanda: sicuramente con i supporter dell’Akp, probabilmente quelli più lontani dalla Turchia ma anche i più nazionalisti. Per Aylin, la politica turca è talmente polarizzata che i riflessi in contesti lontani possono produrre risultati grotteschi: conosce un Curdo-alevita con passaporto olandese, che alle ultime elezioni politiche nei Paesi Bassi ha votato il Pvv perché Wilders è quello con le posizioni più radicali contro il nazionalismo dell’Akp. Il risultato di ieri, insomma, avrà conseguenze anche molto lontano dai confini della Turchia.

L’articolo Referendum in Turchia, cosa ne pensano i turchi espatriati nei Paesi Bassi proviene da Il Fatto Quotidiano.

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