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A Mosca, lungo le massicciate che proteggono i binari delle ferrovie usate dai pendolari con grossi blocchi di cemento che fungono da palizzate, sono apparsi dei murales. Più o meno simili. C’è disegnato il volto di una donna a cui hanno tappato la bocca con un pallone di Russia 2018. Accanto, una scritta verniciata di rosso: “Non riuscirete ad affogare le grida dei carcerati con il fragore degli stadi”.

A proposito di carcerati. Oleg Sentsov, il regista ucraino accusato di terrorismo e condannato a 20 anni di reclusione, compie oggi 42 anni: è il quarto compleanno che ha passato in galera ed è anche il suo 61esimo giorno di sciopero della fame, cominciato lo scorso 16 maggio. Ha deciso di continuarlo a oltranza, fino a quando la Russia non rilascerà tutti i prigionieri politici ucraini in Russia e sul territorio della Crimea che Kiev (e l’Occidente) considera occupata. La sua vita, ormai, è appesa a un filo. Che si spezzerà tra poco, comunque, a Mondiale archiviato, quando i giornalisti che sono stati inviati per seguire le partite della Coppa del Mondo 2018 saranno ritornati nei loro Paesi.

Il Cremlino ha tutto il tempo che vuole. Sentsov gioca, con irriducibile volontà, una partita disperata. Con l’arbitro che gli fischia sempre contro. Tatyana Moskalkova, difensore nominata dal Cremlino per la difesa dei diritti umani in Russia, dice che tira avanti a base di miscele nutrienti che gli vengono somministrate dai medici del penitenziario (la colonia penale di Yamal. Il 28 giugno lei e la collega ucraina Lyudmila Denisova sono andate a verificare in quali condizioni psicofisiche si trova il regista, ma il permesso è stato concesso solo alla Mosklakova e ha provocato una dura reazione della Denisova (perché gli accordi erano diversi, prima che iniziassero i Mondiali).

Sentsov – secondo quel che riferisce la Mosklakova – si trova nell’unità medica, in un reparto molto arieggiato, con due finestre prive di griglie. Ha avuto con lui un colloquio di un’ora – tutto videoregistrato, come impone il regolamento russo: “Quando ci siamo incontrati, lui era in piedi. Gli ho chiesto se andava a fare passeggiate, ma lui ha detto che non ha la forza per farlo. Va in bagno da solo. Gli ho chiesto dove fosse. Lui mi ha risposto: nel corridoio. Sono andata a vedere: è un bagno normale, senza buco nel pavimento, con una porta e una doccia pulita. Gli ho chiesto: che cosa fai la sera? Ha risposto che guarda le partite di calcio, le notizie in tv, che si trova nella hall. Ho chiesto allora agli altri detenuti se era vero. Me lo hanno confermato”.

La colonia in cui è detenuto Sentsov è destinata a criminali per reati gravi e particolarmente gravi. Il difensore civico russo ha potuto constatare che “tra i detenuti esiste una normale comunicazione umana”. Per lei non conta il reato commesso da un individuo, ma la condizione in cui sconta la pena. Si era diffusa la notizia della morte di Sentsov e lei invece ha potuto verificare che non “corrispondevano alla realtà”, anzi, che lo ha trovato in condizioni “soddisfacenti”.

Conferma però che Oleg ha avuto una brutta crisi all’inizio di luglio, tanto da trasferirlo d’urgenza all’ospedale di Salekhard, la città più vicina, attrezzato per fronteggiare situazioni del genere. I medici gli hanno detto che se non avesse assunto miscele nutrienti, avrebbe rischiato di morire. Sono miscele liquide generalmente usate dopo le operazioni. Afferma la Mosklakova: “Sentsov le accetta volontariamente. Ho visto la sua tessera sanitaria, gli indicatori quotidiani ora sono soddisfacenti, ma nessuno sa cosa succederà domani”.

“Ho detto che non era la miglior difesa”, continua l’ombudsman russa (sarebbe meglio dire l’ombudswoman) intervistata dalla giornalista Eva Merkacheva di Mk.ru, “lui ha chiesto allora di non discutere di questo argomento”. La Mosklakova ha suggerito di contattare la madre, che vive in Crimea, ma Oleg ha detto che non ce n’era bisogno, che si scrivono e-mail e che riceve le risposte della mamma abbastanza velocemente. Ha pure detto che sta scrivendo una sceneggiatura per un nuovo film.
Lyudmila Sentsova, la madre di Oleg, ha scritto un appello a Putin perché il Cremlino “perdoni il figlio”, il testo della lettera aperta è apparso sui giornali. Dmitrj Peskov, il portavoce della presidenza russa, ha detto oggi che ufficialmente non è stato ancora ricevuto. Se arriverà, “il Cremlino lo terrà in considerazione”. Né ha specificato gli eventuali termini perché possa essere avviata la procedura di grazia.

Intanto, dai chioschi del centro di Mosca sono rimaste solo le bandiere francesi e croate (come testimoniano le foto della Reuters). I siti russi si divertono nel contrapporre i giocatori delle due squadre, ruolo per ruolo. Il vantaggio della Francia non è netto, ma sufficiente a presentarla come favorita. Impazzano i sondaggi su chi vincerà domenica. La sensazione, però, è che per i russi ormai questo Mondiale è finito. Kommersant Vedomosti – tanto per citare alcuni dei media più reputati – pubblicano “i momenti migliori” di Russia 2018. A ruota, lo svizzero (di origini italiane) Gianni Infantino si lancia in sperticate lodi sul Mondiale che secondo lui è stato il più bello di sempre: “La percezione della Russia è cambiata. Un milione di persone ha visitato il Paese durante il Mondiale e hanno scoperto un bel Paese, un Paese ospitale, ricco di storia e cultura”.

Le stesse parole dei dirigenti russi, che devono giustificare anche l’investimento più oneroso della storia per mettere in scena le partite di Coppa del Mondo: “Non solo a Mosca ma in tutte le città ospiti – ha detto il presidente della Fifa – i visitatori hanno goduto del calore e dell’ospitalità del popolo russo. Per questo molti preconcetti riguardo al Paese sono stati smentiti”. Una narrazione azzardata, di un Paese in cui chi fa opposizione per davvero finisce sovente ammazzato (inutile che vi ricordi quanti giornalisti russi sono stati uccisi in questi anni e quanti altri perseguitati e costretti a scappare; politici uccisi persino a due passi dal Cremlino; l’uso del polonio 210 o gas nervino per liquidare ex spie in esilio, la repressione nei confronti di chi si batte per i diritti civili, etc.).

Ivan Infantinov guarda solo il prato ben rasato del campo da calcio, a lui interessa il business e la fratellanza col potere. I moralisti e i bacchettoni hanno criticato gli zoom delle dirette sulle belle ragazze? Lui li vieta. Politically correct: si fa razzismo, è l’alibi. È ridicolo, invece. La coreografia delle feste – un Mondiale in fondo è una gigantesca festa collettiva dove ci sono anche le partite – da sempre hanno mescolato gioia di vivere e libertà di comportamenti (e di abbigliamenti). Ma Ivan Infantinov deve fare come i venditori porta-a-porta: ”La Russia è cambiata, è diventata una Paese calcistico, un Paese dove il calcio non è solo il Mondiale, ma è entrato a far parte del dna del Paese”. Registriamo.

Infantinov azzarda scenari futuri rischiosi: “Il lascito dei Mondiali permetterà alla Russia di restare al vertice della comunità calcistica mondiale, ciò che è stato fatto è anche per il futuro e ci impegniamo a garantire che gli stadi continueranno a essere utilizzati”. Quante volte l’abbiamo sentito promettere? In ogni Mondiale, Olimpiade, Europeo. Per scoprire, poi, che spesso e volentieri erano state erette delle cattedrali nel deserto.

Infantinov ha speso parole pure per i grandi delusi di questo torneo, soprattutto i sudamericani, tifosi di squadre che non hanno brillato ma (almeno loro) hanno riempito di colore le tribune degli stadi: “Grazie a colombiani, peruviani, messicani, argentini, iraniani, polacchi, tutti, provenivano principalmente dal Sudamerica, abbiamo visto fan del Senegal e del Giappone pulire gli stadi, ci hanno mostrato lo spirito dell’amicizia, della festa”. Ditelo a quei duecento nigeriani truffati dall’agenzia di viaggio che sono rimasti bloccati a Mosca.

Infine, il colpo di testa in area di Infantinov: “Il calcio non può risolvere i tutti i problemi del mondo né cambiare il passato, ma può avere un impatto sul futuro e forse le persone al potere possono trovare ispirazione in quello che che stiamo facendo”. Costretto a rispondere alle critiche sulla situazione politica in Russia e sullo stretto rapporto della Fifa con Vladimir Putin, Infantino ha cercato di segnare un gol, ma il pallone è finito lontano: “Ci sono molte ingiustizie nel mondo, molte cose che non funzionano come dovrebbero, non in un singolo Paese, ma nel mondo intero. Certamente dobbiamo tutti provare a cambiare le cose per il meglio. Ma qui siamo al Mondiale, siamo focalizzati sul calcio, sulla celebrazione del calcio. Tra i problemi più grandi nel mondo c’è la mancanza di comunicazione. Il Mondiale può contribuire ad aprire il dialogo, permettere la discussione”. Gli hanno riso in faccia.

Il Mondiale è finito prima della finale. Putin pensa al summit con Donald Trump, il quale ringrazia chi lo sta aiutando contro la Russia. Un brutto tackle. Da cartellino giallo, perché aggiunge che l’annessione della Crimea è stato un “disastro” provocato dall’amministrazione di Barack Obama: “Fossi stato io il presidente, Putin non avrebbe preso la Crimea”. Altro che Francia-Croazia, alla quale (come apprendiamo da minacciosa ufficiale conferma) assisterà Matteo Salvini.

Sugli spalti dello stadio Luzhniki tiferà Croazia ma non sa che gli amici russi tiferanno Francia. A differenza del fidanzato brutto di Elisa Isoardi, Emmanuel Macron scambierà quattro parole con Putin: parleranno di Helsinki. Lunedì 16 luglio, infatti, è il gran giorno. Un piccolo giorno, invece, per il nostro ministro degli Interni che dovrà accontentarsi di incontrare il suo omologo russo (di altri eventuali incontri non ci viene detto, Mosca ha sempre appoggiato la Lega e la sua politica anti Ue). Nel frattempo è arrivata la conferma ufficiale che il premier Giuseppe Conte vedrà il capo del Cremlino il 24 ottobre. Tanto per sottolineare le gerarchie.

L’articolo Russia 2018, le palle di Putin / Il mondiale che (non) sta cambiando Vladimir proviene da Il Fatto Quotidiano.

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