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La fotografia dello stato della scuola digitale in Italia è purtroppo finora la foto di una serie di promesse non mantenute. Lo rivela una indagine di Formica Blu per Agi su dati forniti dallo stesso Miur. Le sessanta ore di coding, promesse dall’ex ministro Stefania Giannini in tutte le scuole primarie, non ci sono ancora. La connessione in fibra ottica in tutte le scuole entro il 2018, promessa e poi rinviata al 2020, è ferma a poco più di una scuola su dieci. È stato mantenuto l’impegno di trasformare in ogni scuola un docente in animatore digitale, ma il piccolo fondo spese da mille euro l’anno per scuola, non è mai arrivato (pare che una annualità sia finalmente in pagamento in questi giorni); così come non c’è traccia del contributo per le spese di connettività che ciascun istituto avrebbe dovuto ricevere. Il Piano nazionale scuola digitale, varato in forma aggiornata nel 2015 in concomitanza con la legge 107/2015 “La buona scuola”, era partito con premesse e promesse molto positive e un elenco di ben 35 azioni concrete corredate anche da una indicazione dei tempi e delle risorse per la messa in pratica. Ad agosto, l’Agi ha fatto richiesta di accesso civico al ministero dell’Istruzione (usando lo strumento del Foia) e ha chiesto tutti i dati per capire a che punto è la digitalizzazione della scuola. Abbiamo chiesto sia i dati sulla connessione e le infrastrutture che quelli sull’attuazione dei percorsi di pensiero computazionale e di didattica digitale. Abbiamo ricevuto una serie di tabelle e numeri che abbiamo discusso e ridiscusso con il Miur per darne una interpretazione corretta. I dati in nostro possesso sono unici perché derivano da una rilevazione fatta nel corso dell’estate, tra metà luglio e fine agosto, dall’Osservatorio scuola digitale. L’indagine si basa su un questionario molto articolato sottoposto a tutti i dirigenti scolastici con la richiesta di fornire una serie di indicazioni sulle scuole che gestiscono. La rilevazione escludeva le scuole d’infanzia, le scuole ospedaliere e quelle carcerarie. Sono stati dunque coinvolti nella consultazione in totale 27.458 plessi, di cui 22.200 del I ciclo e 5.258 del II ciclo.
Le scuole italiane sono in tutto circa 42mila organizzate in un sistema di non facile comprensione: poco meno di 8.300 istituti divisi tra primo ciclo (dalla scuola d’infanzia alle medie) e secondo ciclo (le superiori). Purtroppo la risposta è stata bassa e in media, tra il I e il II ciclo, ha risposto circa una scuola su tre, cioè 8.088 scuole del I ciclo e 891 del II ciclo. In totale, il numero di dirigenti che ha risposto è 4700. Al Miur spiegano che la rilevazione fatta tra fine luglio e fine agosto non è stata ben accolta dai dirigenti che erano in agitazione e che avevano, comunque, una serie di incombenze alla chiusura dell’anno scolastico. I dati che ci sono stati forniti, dunque, non sono un campione statistico rappresentativo, anche se utili a dare una serie di indicazioni. C’è una discreta differenza tra Regione e Regione: l’Emilia-Romagna è in testa con oltre il 44% dei propri plessi rispondenti, seguita dalle Marche con il 41%. Agli ultimi posti nella graduatoria, il Lazio, con il 25% delle scuole che hanno risposto e il Molise con solo il 20%. In tutte le Regioni, è evidente la maggiore partecipazione e percentuale di risposta dei plessi del I ciclo rispetto a quelli delle scuole superiori. Sostanzialmente tutte le scuole italiane hanno un animatore digitale, cioè un insegnante dell’istituto incaricato di facilitare la formazione interna dei docenti e le attività di didattica digitale. Quello che invece ancora manca sono i soldi: il piano scuola digitale prevedeva lo stanziamento di 1.000 euro a scuola per le attività dell’animatore digitale. Ma questi soldi sono stati stanziati per la prima volta, nei due anni dal lancio del piano, solo nelle scorse settimane.
C’è poi il tema della connettività per la didattica. Scopriamo così che il 13% delle scuole che hanno risposto al questionario (poco più di 1130 dunque) hanno la fibra e che più di 7 scuole su dieci, sempre tra le oltre 8.000 rispondenti, hanno una connessione via Adsl. Il dato più grave però è che sei su 10 tra le scuole che hanno risposto ha accesso a una banda sotto i 10Mbps. Ben lontano dalla banda larga che dovrebbe consentire una vera didattica digitale a tutte le classi in contemporanea. Gran parte delle scuole che hanno risposto dichiarano poi di avere un sistema di cablatura interna alla scuola e quindi una rete locale. Ma non abbiamo dati precisi su quanto ciascuna scuola sia effettivamente operativa e quanti spazi abbia attrezzati per una didattica digitale. Le Regioni con connessioni migliori risultano l’Emilia-Romagna, la Toscana, la Basilicata e la Campania. Hanno risposto poco e hanno dati piuttosto negativi il Lazio, la Sardegna. All’ultimo posto, in quasi tutti i parametri presi in considerazione, si trova il Molise. Uno dei problemi principali per le scuole è però il costo della connessione. I canoni infatti variano molto da Regione a Regione, con una maggioranza di scuole che pagano fino a 3.000 euro l’anno, ma con punte in altri casi di 6.000 o addirittura 10.000 euro di canone. Anche in questo caso, i fondi per scuola (circa 1200 euro) previsti dal Piano scuola digitale non sono ancora mai arrivati e sarebbero stati stanziati solo adesso. In merito alle strutture interne, ci sono scuole che hanno aule connesse in rete ma non con una rete interna, altre che hanno aule didattiche cablate e altre che hanno laboratori, biblioteche o altri spazi attrezzati per la didattica digitale che si basa sull’uso dei dispositivi dei ragazzi (smartphone o tablet), un modello che si chiama Byod (bring your own device). Oltre la metà degli istituti scolastici, più di 4600, dichiarano di avere almeno un laboratorio connesso in una o in tutte le scuole dell’istituto, con una netta preponderanza delle scuole del primo ciclo (oltre 2.800) e solo 300 licei e 500 istituti superiori non meglio definiti tra i rispondenti. Anche in questo caso vediamo in testa l’Emilia-Romagna seguita a stretto giro dalla Puglia e dalla Basilicata e in fondo alla graduatoria il Lazio, Molise e Sardegna.
La didattica fatta con i dispositivi dei ragazzi, il Byod, è particolarmente presente nelle scuole del Sud (nell’ordine Basilicata, Puglia, Calabria, Campania, Molise), dove circa un istituto su 3 tra i rispondenti farebbe didattica in questo modo. Probabilmente la carenza di strutture spinge i docenti a utilizzare risorse proprie dei ragazzi per non rinunciare a una didattica digitale. Le scuole italiane non insegnano ancora la programmazione, il cosiddetto coding. Previsto dal piano scuola digitale, il pensiero computazionale doveva essere attuato con corsi di 60 ore di programmazione in aula. Ma di questa attuazione in tutte le scuole non c’è traccia. Tra le scuole di cui abbiamo dati, il 40-42% delle scuole in Abruzzo e Puglia avrebbe attivato un percorso di pensiero computazionale ma non sappiamo esattamente in cosa consiste. Segue l’Emilia-Romagna. In fondo alla scala Lazio, Piemonte, Friuli e Sardegna, con un istituto su 4 o addirittura su 5 che dichiara di fare attività di questo tipo. Uno degli strumenti che doveva modificare sostanzialmente la comunicazione tra le scuole e la famiglia, spostandola nel campo digitale, era l’adozione del registro elettronico, diventato obbligatorio nel 2015. In assenza di una buona connessione di rete e di strumenti di proprietà della scuola dedicati alla compilazione, molte scuole non si sono adeguate. E infatti i dati forniti dal Miur ad Agi dicono che solo poco più di 4.000 istituti italiani, quindi uno su due, ha attivato il registro elettronico del docente. Al primo posto c’è l’Emilia-Romagna, con il 57% degli istituti attrezzati e avviati all’uso del registro elettronico, seguita dalla Puglia, Liguria, Basilicata e Campania. Al penultimo posto il Lazio e all’ultimo la Sardegna. Registro a parte, oltre all’uso piuttosto diffuso del sito web di istituto, il 61% degli istituti comunica ancora principalmente con sistemi cartacei.
L’ultimo dato ricevuto da Agi è quello relativo all’utilizzo della carta dello studente “IoStudio”, che è pensata per ottenere una serie di agevolazioni economiche, sostanzialmente sconti e offerte particolari, in oltre 15.000 strutture culturali, sportive, tecnologiche e commerciali in tutto il paese. Su 2 milioni e 700.000 carte attualmente in circolazione (gli studenti delle scuole superiori sono 2 milioni e 600.000 circa) solo un milione di carte è stato attivato. Insomma, quasi 1 su 3. Un dato confortante è il trend di attivazione, che è cresciuto nel corso degli anni ma non sappiamo quanto le carte una volta attivate siano poi effettivamente utilizzate dai ragazzi né quali siano i settori in cui gli studenti la utilizzano. I dati Miur tracciano una foto ancora molto sfocata della scuola digitale in Italia. Quella di una scuola che si sta avviando, lentamente, a un cambiamento che sta nel solco della digitalizzazione, lenta, di tutto il paese. Quella di una scuola che non è certamente la punta trainante dell’innovazione né il laboratorio di sperimentazione avanzata del cambiamento che vorremmo invece avere. Esistono esperienze che hanno innescato il turbo, come quella dell’Emilia-Romagna e altre regioni molto vivaci come la Puglia e la Campania. Ci sono regioni che per tutti i parametri misurati arrivano ultime, come il Lazio (una delle regioni con il più basso tasso di risposte al questionario), la Sardegna e il Molise. Data la parziale risposta dei dirigenti e l’assenza di informazioni importanti come la descrizione concreta dei percorsi attuati e delle iniziative di didattica digitale, siamo ancora molto lontani dal poter mettere a fuoco in modo nitido lo stato dell’arte della digitalizzazione della scuola italiana. Ma non c’è dubbio che i dati disponibili tracciano un profilo ancora molto lontano da quello di una scuola innovativa pronta a formare le competenze digitali necessarie alla prossima generazione di cittadini e lavoratori.

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